Intervista a Sandrina Schito, insegnante, sindaca di Copertino (Lecce), una delle prime città del Sud Italia trovatasi a fronteggiare l’emergenza pandemica con scarsezza di informazioni e risorse.

Cosa è accaduto con il COVID-19 a Copertino?
Abbiamo avuto uno dei primissimi casi di tutto il Salento: un anestesista dell’ospedale San Giuseppe di Copertino risultato positivo e messo in quarantena a inizio marzo 2020. Di lì a poco, accadde lo stesso con diversi pazienti dello stesso ospedale, poi con la sua famiglia e gli amici con cui aveva condiviso una cena. Una rapidissima diffusione del contagio. Sentivamo le notizie che arrivavano da Codogno ma, francamente, non sapevo nemmeno dove si trovasse quella cittadina che improvvisamente era diventata il centro del mondo. Poi, proprio nel nostro ospedale c’è stato uno dei primi focolai di tutto il Sud. Pensavamo che Copertino sarebbe diventata una nuova Codogno. Siamo andati in panico per giorni. I telegiornali rappresentavano la nostra città in modo surreale: un deserto in cui dominava il silenzio rotto solo dalle sirene delle ambulanze. Può darsi che in casi come questo uno ci metta più attenzione, ma da noi di ambulanze non se ne sentivano mai. I medici non riuscivano a intervenire. Non avevano la dotazione: le mascherine chirurgiche non bastavano e non avevano l’abbigliamento per operare al sicuro nemmeno all’interno dell’ospedale. Allora c’è stata una grande solidarietà da parte della cittadinanza. Grazie a raccolte fondi, gruppi di volontari insieme alla Protezione civile hanno acquistato ciò che poteva servire ai medici, agli infermieri e agli operatori sanitari per lavorare in sicurezza. 
Poi l’ospedale è stato riconvertito ed è diventato un centro COVID-19, ma prima è stato terribile. Molti reparti erano stati chiusi, geriatria per esempio. C’erano centinaia di persone contagiate e abbiamo avuto, purtroppo, anche decine di decessi: più di quaranta in pochi mesi, comprese persone giovani, su una popolazione di circa 24.000 abitanti. 

Come vi siete organizzati per la sicurezza dei luoghi pubblici e delle scuole?
Come amministrazione, abbiamo potenziato la rete informatica. Per le scuole, una priorità assoluta, ci siamo organizzati per l’insegnamento a distanza, la DAD, e per gli interventi di sanificazione: dopo la riapertura, se i dirigenti segnalavano che un bambino, un insegnante o un operatore scolastico avevano avuto il COVID-19, chiudevamo temporaneamente la scuola per consentirne la sanificazione. 
Sappiamo che la DAD è uno strumento complesso e che per alcuni ha acuito il disagio dovuto al distanziamento sociale. Questi ultimi anni sono stati devastanti soprattutto per i bambini, per molti l’isolamento è stato una sofferenza e l’insegnamento a distanza non ha funzionato bene. Per questo abbiamo rafforzato la rete informatica moltiplicando le connessioni. Abbiamo fornito strumenti anche alle famiglie per consentire alle scuole di raggiungere tutti; non l’abbiamo fatto direttamente, ma abbiamo demandato alle scuole perché loro conoscevano le situazioni di emergenza. La comunità è stata la vera agenzia di gestione dell’emergenza nel nostro territorio: senza quella, gli interventi calati dall’alto non funzionano.
Per un lungo periodo non abbiamo potuto riattivare le mense scolastiche, perché potevano essere un ulteriore luogo di contagio, ma appena la scuola è ripartita siamo intervenuti per rendere sicuro anche il servizio mensa e per assicurare agli studenti il trasporto locale. Cosa che non è accaduta per le scuole della provincia: ci sono stati problemi per gli spostamenti, perché i mezzi erano dimezzati. A Copertino, invece, abbiamo potuto rafforzare il servizio degli autobus comunali in sicurezza. 

Quali interventi di sostegno sociosanitario avete messo in atto?
È stato subito fatto tutto il possibile per aiutare le persone in difficoltà. Come amministrazione, abbiamo immediatamente attivato il Centro operativo comunale (COC) che, in casi di emergenza, coordina la Protezione civile, l’Ospedale, la Polizia locale, l’Ufficio tecnico e i Servizi sociali del Comune. Copertino fruisce di questo servizio per il rischio allagamento. Non è mai accaduto nulla di catastrofico, come in Sicilia negli scorsi mesi, ma è un coordinamento presente sul territorio con tutta la rete pronta ed è stato semplice attivarlo. Al COC si è aggiunta la generosità della popolazione con l’intermediazione della Protezione civile. Noi siamo stati attenti ad accompagnare i volontari – non finiremo mai di ringraziarli – che hanno permesso la creazione di una colletta alimentare, la distribuzione di buoni spesa e l’organizzazione dell’assistenza per le persone in difficoltà: c’erano, infatti, anche malati costretti all’utilizzo di macchinari che non potevano muoversi. 
La situazione è migliorata quando la Regione ha iniziato a fornirci aiuti (buoni spesa, sostegno per il pagamento delle bollette) e quando il Governo ha stanziato i fondi COVID-19 per i comuni. Noi li abbiamo spesi soprattutto all’interno delle scuole e degli spazi pubblici: oltre che per la DAD, anche per costruire aree sicure con strutture di distanziamento rimovibili oppure per interventi strutturali o anche per aprire nuovi impianti. Abbiamo aperto un hub vaccinale dove i medici di base hanno potuto organizzare le vaccinazioni. Abbiamo acquistato tamponi per il COVID-19, affinché fossero accessibili gratuitamente per chi aveva difficoltà economiche, in base all’ISEE, e per le persone con vulnerabilità.

Anche a Copertino il COVID-19 ha attivato risorse e meccanismi di partecipazione paritari?
Abbiamo sperimentato la solidarietà e la generosità di Copertino in quel momento. Questo lungo periodo ci ha talmente provati che dobbiamo ancora elaborarlo. Io mi rendo conto di esserne uscita – se ne siamo usciti – devastata, ma anche per un’altra ragione: perché una volta fuori – o perlomeno con l’idea di esserne fuori – ho la sensazione che finiremo rapidamente nella più grande dimenticanza. Perché questa tragedia, infine, ha segnato le famiglie che hanno vissuto il lutto: chi si è ammalato o ha avuto familiari malati, persone che hanno perso i loro cari. Tuttavia, per chi non è stato toccato dal virus è come se non l’avesse proprio vissuto. Anche da noi ci sono negazionisti: persone che ritengono che avremmo dovuto fare le feste patronali e organizzare incontri pubblici senza preoccuparci della sicurezza, come se la pandemia non ci fosse mai stata. Mi preoccupa questo, ma sono responsabile della salute dei miei concittadini e con la maggioranza che mi sostiene siamo compatti sulla necessità di mantenere prudenza.

Come gestivate la comunicazione?
I rappresentanti del comune comunicavano costantemente attraverso i social. Io usavo il mio profilo Whatsapp. Condividevamo quotidianamente i dati locali della pandemia per tenere tutti informati. Nei momenti più difficili ho dovuto fare interventi anche in diretta. Pochi, perché adesso quando mi vedono sul video tutti si preoccupano. La comunità poi si è fatte rete, c’era un tam-tam quotidiano. Abbiamo anche fatto telefonate a chi aveva il COVID-19 per sapere come stava. All’inizio ero io stessa a chiamare. Chiamavamo anche le persone in ospedale. Avevamo il loro elenco dalla Prefettura. Sentivamo i parenti, li cercavamo perché anche i cittadini mandavano messaggi. Ho ancora degli audio registrati: l’assistenza medica tardava, le ambulanze non riuscivano a raggiungerli, erano spaventati. Stabilivamo contatti con chi era in situazioni difficili, così potevamo accertare la situazione. Poi hanno cominciato a occuparsene i ragazzi della Protezione civile e questo è stato un altro passaggio organizzativo, usato anche per la consegna degli aiuti e della spesa. Veramente, si è creata una catena di solidarietà che a raccontarla oggi non sembra essere accaduta a noi. C’è stata anche l’iniziativa delle pizze al sabato: i pizzaioli di Copertino hanno iniziato a donarne agli anziani soli. È stato utile per tante persone, per aiutarli a farlo sembrare quasi un sabato normale.

Cosa resta di questa esperienza?
Quando penso a come stavamo e a tutto quello che è stato messo in piedi, ancora non ci credo. Il timore è che quella stessa comunità che si era compattata nell’emergenza possa di nuovo frantumarsi, perché adesso – potrà sembrare assurdo – il bisogno di sottolineare ogni minima contrarietà è impressionante. Anche le divisioni politico-amministrative che in quel frangente sembravano silenziate, dopo un anno e mezzo di pandemia sono come esplose. Per mesi l’economia locale e molte aziende sono rimaste ferme, per esempio il turismo e l’edilizia. Ora dobbiamo correre contro il tempo, perché nel primo periodo, durante il lockdown, siamo rimasti come paralizzati. Parlo della nostra esperienza, ma credo che sia stato così per molti. All’inizio non sapevamo proprio che fare: il Coronavirus ci è piovuto addosso e ha cambiato le priorità. Quello che era stato programmato non conta più, perché c’è tutto il resto da seguire. Inoltre, avevamo sempre il timore di non conoscere bene la situazione, le possibilità di aiuto, i meccanismi per ricevere fondi, però abbiamo reagito, poco per volta. Durante la seconda ondata, abbiamo fatto tesoro dell’esperienza precedente, eravamo più preparati e abbiamo lavorato parallelamente alla programmazione e all’emergenza, cose che nei mesi precedenti non siamo riusciti a conciliare, ma intanto avevamo costruito resilienza.

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