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Dalla rivista Quaderni ACP, un invito alla lettura per i lettori di E&P. Quaderni ACP 33 (2) 2026
Eccoci di nuovo alla segnalazione degli highlight della rivista Quaderni ACP, rivista scientifica dell’Associazione Culturale Pediatri. È possibile leggere integralmente il numero 2 del 2026 a questo link.
Questo fascicolo offre materiale di riflessione su temi che toccano direttamente la salute pubblica: la crisi della salute mentale giovanile nel periodo post-pandemico, la sorveglianza vaccinale, le disuguaglianze nell’accesso alle cure, le infezioni pediatriche in trasformazione.
Una pediatria che si riconosce come pratica sociale
Nell’editoriale Il filo rosso, la presidente dell’associazione Stefania Manetti riflette sul significato del recente riconoscimento formale dell’ACP come ente del terzo settore. L’argomento potrebbe sembrare interno alla vita associativa, ma tocca una questione più ampia: come una comunità professionale costruisce la propria identità attorno a valori che trascendono la clinica. L’elenco delle priorità che l’associazione dichiara di perseguire (contrasto alle disuguaglianze, salute mentale, ambiente, genitorialità, benessere degli operatori) suona familiare a chi lavora in epidemiologia, dove la salute è da tempo concepita come esito di condizioni strutturali oltre che di comportamenti individuali. Un editoriale che vale la pena di leggere per capire da dove proviene e dove vuole andare una delle voci più critiche della pediatria italiana.
Il prezzo della pandemia sulla salute mentale adolescenziale: un dato che non può essere ignorato
Lo studio osservazionale Comportamenti autosoppressivi e autolesivi negli adolescenti. I ricoveri in due reparti pediatrici nel decennio 2016-2025 di Enrico Valletta et al. ha analizzato dieci anni di ricoveri per condotte autolesive e tentati suicidi in due reparti di pediatria dell’Italia centrale. La domanda era semplice: quanto è cambiato il fenomeno prima e dopo la pandemia? La risposta è scomoda. Confrontando i cinque anni pre-pandemia con il quinquennio successivo, entrambi i centri mostrano un incremento di quattro-cinque volte nel numero di ricoveri, con una discontinuità netta nella serie temporale localizzata proprio tra il 2020 e il 2021.
Colpisce la composizione per genere: nei primi cinque anni, quasi tutti i casi erano femmine; nel secondo quinquennio, iniziano a comparire in modo consistente anche i maschi. Questo suggerisce un allargamento del fenomeno a fasce di popolazione che in precedenza erano meno visibili. L’assunzione volontaria di farmaci in dosi eccessive si conferma come la modalità nettamente prevalente. L’aumento non riguarda solo i numeri assoluti: le giornate totali di degenza si sono moltiplicate, indicando casi di crescente complessità che pesano in modo rilevante sull’organizzazione ospedaliera.
Gli autori inquadrano questi risultati in un contesto internazionale di deterioramento della salute mentale giovanile, accelerato dall’isolamento, dalla riduzione dei contesti relazionali e dall’esposizione prolungata alle tecnologie digitali durante il periodo restrittivo. La letteratura statunitense documentava già prima del 2020 un aumento costante dei disturbi dell’umore e dei comportamenti suicidari tra i giovani; la pandemia ha intensificato una traiettoria già in salita. Per la pianificazione dei servizi, questo studio è un riferimento utile: documenta con dati locali un fenomeno globale e suggerisce con chiarezza che occorre investire in integrazione ospedale-territorio, neuropsichiatria infantile, prevenzione scolastica.
Vaccinazione antirotavirus: cosa ci dicono i dati più recenti sull’immunità di popolazione
La rassegna La vaccinazione universale contro il Rotavirus. Nuove evidenze su sicurezza, efficacia e protezione indiretta a supporto delle raccomandazioni della WHO-OMS (Fabio Capello) prende in esame la letteratura dal 2021 al 2025 sul vaccino antirotavirus offrendo uno sguardo aggiornato su tre questioni che interessano direttamente l’epidemiologia: il profilo di rischio a lungo termine, la variabilità geografica dell’efficacia e – la parte più interessante – la protezione che la vaccinazione estesa genera anche nelle fasce di popolazione non vaccinate.
Sul tema della sicurezza, le preoccupazioni storiche legate all’invaginazione intestinale trovano una risposta convincente nella revisione sistematica più recente, che non documenta un incremento del rischio aggregato. Non emerge alcuna associazione nemmeno con diabete di tipo 1 o altre patologie di interesse. Sul fronte dell’efficacia, i dati confermano una variabilità geografica considerevole: nei paesi ad alto reddito i risultati sono ottimi, mentre in Africa e nel Sud-Est asiatico l’efficacia è più bassa e dipende da fattori socioeconomici e dalla copertura di altri programmi vaccinali.
La parte più rilevante per i lettori di E&P riguarda, tuttavia, gli effetti indiretti. Una revisione sistematica su oltre quaranta studi osservazionali mostra che, dove è stata introdotta la vaccinazione universale, il carico di gastroenteriti da rotavirus si è ridotto in modo sostanziale anche tra chi non ha ricevuto il vaccino (bambini troppo piccoli per essere immunizzati, anziani, immunocompromessi). Questo effetto di protezione di comunità è più pronunciato nei contesti ad alto reddito con elevata copertura ed è indipendente dalla formulazione vaccinale utilizzata. Un argomento che si aggiunge al già solido razionale per l’inserimento universale nei calendari vaccinali.
Pediatra e psicologo insieme al bilancio di salute: un modello praticabile
Lo studio pilota genovese Insieme verso la crescita. Progetto pilota di collaborazione tra pediatra e psicologo nel sostegno della genitorialità e del neurosviluppo (Antonella Lavagetto et al.) descrive una sperimentazione. Per sette mesi, un professionista della psicologia ha affiancato il pediatra di famiglia durante i bilanci di salute tra i 18 e i 36 mesi. L’iniziativa nasce da un’esigenza reale: la domanda per problemi neuropsichiatrici e psicologici in età evolutiva è in crescita, la formazione tradizionale del pediatra è spesso insufficiente a gestirla e le liste d’attesa dei servizi specialistici sono lunghe.
I risultati confermano la fattibilità del modello. Ma il dato che merita attenzione dal punto di vista della salute pubblica è un altro: le famiglie con fattori di rischio psicosociale (difficoltà economiche, bassa scolarità dei genitori, isolamento relazionale) mostrano sistematicamente qualità relazionale più bassa. E queste stesse famiglie sono sovrarappresentate tra chi non ha partecipato. Un classico paradosso della prevenzione: gli interventi raggiungono più facilmente chi ne ha meno bisogno. Un quarto dei non partecipanti presentava almeno un importante fattore di rischio sociale e quasi la metà aveva carie destruenti nei figli, un indicatore brutalmente semplice di marginalità che sfugge ai percorsi ordinari.
Infezioni profonde del collo: un effetto collaterale della pandemia?
L’articolo di Lucia Salcuni et al. (Ascessi profondi del collo: un problema emergente. Sfide diagnostiche e terapeutiche) presenta due casi clinici complessi di ascessi profondi cervicali in bambini ricoverati a Bari, accompagnati da una revisione dell’inquadramento diagnostico e terapeutico. Al di là dell’interesse clinico, il contributo segnala qualcosa di epidemiologicamente degno di nota: questo tipo di infezioni sembra essere diventato più frequente dopo la fine delle misure restrittive. L’ipotesi più accreditata è che la riduzione prolungata dell’esposizione a infezioni respiratorie durante la pandemia abbia lasciato una finestra di maggiore suscettibilità, con un rimbalzo di patologie batteriche più gravi alla ripresa della circolazione. Il fenomeno, ancora in fase di studio, ricorda quanto sia complessa la risposta immunitaria di popolazione dopo un evento perturbativo di questa scala.
Salute e marginalità: il bambino invisibile nei campi rom
Roberta Memoli, una specializzanda in pediatria, nel suo articolo La salute oltre le barriere riporta il caso di un neonato di poco più di un mese, figlio di una famiglia residente in un insediamento rom, giunto al pronto soccorso con sintomi aspecifici che solo un ragionamento clinico attento ha ricondotto a un’esposizione domestica a monossido di carbonio. L’unica fonte di riscaldamento disponibile era una stufa a combustione. Il caso è occasione per una riflessione documentata sulle condizioni di vita in questi insediamenti, presenti in tredici regioni italiane, e sui loro effetti sulla salute.
Il profilo di rischio è cumulativo: malnutrizione da micronutrienti, scarsa copertura vaccinale, rischi ambientali legati ai materiali di costruzione e ai rifiuti, assenza di sistemi di riscaldamento sicuri, difficoltà croniche di accesso ai servizi. L’aspettativa di vita stimata è di dieci anni inferiore alla media nazionale. Ciò che rende il caso interessante è la riflessione sul sistema sanitario: le barriere linguistiche e burocratiche, la distanza fisica e culturale dai servizi e l’assenza di protocolli specifici fanno sì che questi bambini arrivino all’osservazione medica spesso tardi e con diagnosi difficili. Un contributo utile per chi si occupa di disuguaglianze di salute ed equità nell’accesso alle cure.
Buona lettura dei Quaderni ACP!
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