
Il 1976 fu un anno importante per l'epidemiologia, per diversi motivi. Ken Rothman pubblicò un articolo dove, presentando quelle che sarebbero diventate le famose torte delle cause sufficienti e componenti, poneva le basi per la nascita della modern epidemiology; la scoperta del virus Ebola rese evidente che nuove infezioni zoonotiche altamente letali potevano emergere improvvisamente e mettere in crisi i sistemi sanitari; la tragedia di Seveso, infine, ridefinì il concetto di “disastro ambientale”, promuovendo nuovi approcci allo studio e alla prevenzione di questi eventi.
I contributi di questo numero, da diverse angolazioni, vanno proprio in questa direzione, a partire dall’editoriale congiunto di E&P e AIE, che sottolinea quali siano i valori e gli obiettivi ancora fondanti della nostra comunità. Se il rigore metodologico resta la nostra cifra caratterizzante, la sua efficacia dipende dalla capacità di tradursi in una prevenzione costruita insieme al resto della società, dando voce soprattutto a chi normalmente ha meno possibilità di essere ascoltato.
Il contributo di Giorgio Assennato e Franco Carnevale su uno dei primi corsi di epidemiologia condotti in Italia e l’intervista a Benedetto Terracini sull’inizio della sua carriera da epidemiologo ci consegnano un’immagine vivida dell’ambiente culturale e sociale della metà degli anni Settanta, durante il quale la disciplina si è sviluppata, facendo proprie, in particolare, le istanze di tutela della salute promosse dal movimento operaio.
Volgendo lo sguardo al presente, l’editoriale di Francesco Forastiere ci ricorda come l’attuale crisi energetica, alimentata dall’instabilità geopolitica in Medio Oriente, e la crisi climatica – con tutte le conseguenze sanitarie che comporta – siano profondamente intrecciate. Se, da un lato, l’evidente fragilità delle forniture di combustibili fossili dovrebbe costituire un ulteriore incentivo ad accelerare la transizione ecologica, dall’altro, il rischio paradossale ma concreto è che avvenga l’opposto, con un arretramento delle politiche climatiche a causa del deterioramento del quadro politico internazionale. Nello stesso solco si inserisce anche l’appello congiunto di E&P, Recenti Progressi in Medicina – Forward e Ricerca & Pratica sulla gravissima crisi sanitaria a Cuba, deliberatamente causata dall’embargo americano e dalla sospensione delle forniture energetiche conseguente alla crisi venezuelana. Un richiamo forte a come la sistematica violazione del diritto internazionale da parte di alcune nazioni si traduca anche in danni inaccettabili alla salute delle popolazioni coinvolte.
Le evidenze generate dagli studi epidemiologici dovrebbero sempre contribuire a informare le scelte in ambito sanitario. Il dibattito ospitato su queste pagine sullo screening del tumore della prostata si arricchisce, in questo numero, del punto di vista autorevole di Danilo Cereda et al. Nello stesso spirito, anche se in un ambito completamente diverso, il progetto Worklimate sulla protezione dei lavoratori dal caldo estremo, presentato da Alessandro Marinaccio et al., mostra chiaramente che, quando adeguatamente valorizzata, la conoscenza epidemiologica può tradursi in decisioni politiche rilevanti. Al contrario, i contributi di Francesca Leoni et al. e di Cristiana Abbafati ci ricordano che il problema degli effetti delle disuguaglianze socioeconomiche sulla salute è noto da tempo, ma continuano ancora a mancare interventi realmente incisivi.
Approcci metodologici avanzati possono talvolta fare la differenza. Lo mostrano gli articoli di Adele Zanfino et al. e Davide Iannuzzi et al., dedicati rispettivamente all’assegnazione automatizzata dei codici nei registri tumori e all’uso di modelli gravitazionali per studiare l’accessibilità ai servizi di emergenza-urgenza e pronto soccorso.
La sociologia della scienza insegna che procedure e linguaggi adottati dalle istituzioni influenzano profondamente il modo in cui la ricerca viene condotta, valutata e, soprattutto, utilizzata nelle decisioni politiche. A tal riguardo, il vivace dibattito tra Benedetto Terracini e Valentin Thomas riguardo al libro di quest’ultimo, dedicato ai limiti del programma di monografie della IARC, appare quantomai stimolante ed è ulteriormente arricchito da un commentario di Annibale Biggeri, che rilegge la questione attraverso la prospettiva della scienza partecipata. Sarebbe interessante espandere questa riflessione anche ad altri contesti nei quali la valutazione delle evidenze scientifiche influenza le politiche di prevenzione, come nel caso della nuova edizione del Codice Europeo Contro il Cancro, di cui Dario Consonni offre una sintesi informata e puntuale.
Alle consuete rubriche si aggiunge, da questo numero, una nuova sezione dedicata ai numeri e diritti del fine vita: un tema quanto mai attuale nel dibattito politico italiano, la cui discussione rischia, però, in assenza di dati solidi, di ridursi a uno scontro ideologico. Infine, vi consigliamo di non perdervi la pagina di attualità Operazione 50&50, che riporta le iniziative organizzate per celebrare questo doppio anniversario.
Nel suo libro Avere o essere – anch’esso pubblicato, guarda caso, nel 1976 – Erich Fromm proponeva una bella metafora su come la scienza possa facilmente trasformarsi in uno strumento di potere e di possesso, incurante delle sorti dell’oggetto della ricerca; un tema, peraltro, molto caro anche a Maccacaro. Per studiare un fiore lo puoi strappare e analizzare oppure decidere di coltivarlo e osservarlo crescere nel corso del tempo. Ci piace pensare che la comunità epidemiologica italiana continui sempre a scegliere questa seconda strada.
Buona lettura!
Francesco Barone-Adesi e Francesco Forastiere
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