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E&P 2026, 50 (2) marzo-aprile p. 138-140
DOI: https://doi.org/https://doi.org/

In Italia l’epidemiologia nasce negli anni Settanta sporcandosi le mani. Intervista a Benedetto Terracini
In Italy, epidemiology emerged in the 1970s, with researchers getting out of their laboratories and getting in touch with the community. Interview to Benedetto Terracini
L’intervista è stata realizzata nell’ambito dell’Obiettivo 6 del progetto SINTESI, sviluppato dall’Azienda Ospedaliera di Alessandria, Dipartimento Interaziendale Attività Integrate Ricerca e Innovazione (DAIRI), con il supporto dell’agenzia di comunicazione formicablu srl.
Autrice dell’intervista: Federica Manzoli, con il supporto editoriale di Mattia Figini.
Il Progetto SINTESI è finanziato da Ministero della Salute, Programma E.1 Salute, ambiente, biodiversità e clima, capofila Regione Puglia. Obiettivo 6: Partecipazione; coordinamento: IFC-CNR; metodologia: Scuola Normale Superiore.
Quali sono i momenti fondamentali della sua vicenda personale riguardo salute e ambiente?
C’è stato un momento cruciale nella mia vita. Dopo essermi laureato negli anni Cinquanta, nei primi anni Sessanta avevo trascorso periodi di ricerca negli Stati Uniti e poi in Inghilterra, dove studiavo gli effetti dei cancerogeni chimici su animali di laboratorio. Tra le sostanze che avevo usato, c’erano anche le amine aromatiche benzidina e beta-naftilamina, che ora ha un nome chimico molto più complicato. Conoscevo quindi bene i problemi attorno al meccanismo con cui agiscono queste sostanze.
Quando, intorno al 1970, venne alla luce un’epidemia di tumori vescicali da amine aromatiche a Ciriè, in Piemonte, in una fabbrica chiamata IPCA, Industria Piemontese Coloranti alla Anilina, ne fui impressionato.
Ero stato un topo di biblioteca e rendermi conto che le sostanze che studiavo avevano causato una tragedia umana a pochi chilometri da casa mia fu una sorpresa. La storia dell’IPCA è ormai poco nota, ma importante. La prima conta del numero di casi di cancro della vescica l’avevano fatta – di loro iniziativa – Albino Franza e Gino Franza, due ex-operai dell’azienda. Fu una delle prime epidemie di tumori professionali a venire alla luce in Italia, i casi furono più di 100 (quasi tutti morti). Le condizioni di lavoro erano pressoché medievali. Le vittime e le loro famiglie trovarono giustizia (si fa per dire) nel primo processo penale per malattie professionali in Italia, a Torino. Erano gli anni Settanta del Novecento (per approfondire la vicenda, vedi box).
Da allora ho cominciato a fare epidemiologia. Non era il mio campo originario, sessant’anni fa era difficile formarsi direttamente in quella disciplina. Ma iniziai soprattutto a rendermi conto dei problemi reali del Paese e dell’area in cui vivevo.
Alla fine degli anni Sessanta, alla Fiat, c’era stato un massiccio movimento per l’autodifesa della salute da parte dei lavoratori e del sindacato. Anche questo ha influenzato molto la mia formazione. All’università, il mio maestro era il professor Giacomo Mottura, un anatomopatologo che si era sempre occupato di malattie professionali. Da lui avevo imparato a non limitarmi a inquadrare i casi di silicosi o asbestosi nelle rispettive categorie nosologiche, ma a cercare di capire perché si erano verificati. Il preside di facoltà, Mario Umberto Dianzani, apprezzava quello che stavo facendo. All’Università ho poi fatto la progressione tipica della carriera: da assistente a professore associato, a professore ordinario. All’inizio insegnavo “Epidemiologia dei tumori”. Poi, con la riforma della facoltà di Medicina del 1988, sono passato a insegnare Statistica Medica. Ho continuato fino alla pensione, che ho cominciato qualche decennio fa, come può immaginare.
Siamo felici che lei continui comunque a occuparsi di questi temi.
Il mio stato d’animo nei confronti della ricerca sulle malattie ambientali è quello di inserirle nelle circostanze storiche e sociali in cui si verificano. Ho avuto anche altre esperienze oltre a quella dell’IPCA, molto formative.
E sulla vicenda di Casale?
Guardi, a Casale devo dire che, senza vantarmi, ho avuto un ruolo importante. Sono stato il professore di Corrado Magnani e Dario Mirabelli, che hanno condotto ricerche fondamentali. A partire dal 1984, di fronte alle autorità politiche e universitarie ero il garante di quello che i miei assistenti facevano, ma il lavoro vero lo hanno fatto loro. Corrado fin dall’inizio, Dario si è unito successivamente.
Parliamo del 1982 o 1983, Magnani era molto motivato. In quel momento lavorava allo SPRESAL di Asti, vicina a Casale, con la possibilità di attivare strumenti e metodi per misurare la concentrazione di amianto nell’ambiente.
A Casale venne a conoscenza di una tesi di laurea supervisionata dal primario del Servizio di Pneumologia dell’ospedale locale; la tesi descriveva un numero enorme di casi di mesotelioma tra i residenti. Il giorno dopo me ne parlò.
Abbiamo cominciato a guardarci intorno. La Lega Italiana per la Lotta contro i Tumori aveva appena pubblicato il primo atlante di mortalità per tumori in Italia, organizzato per provincia di residenza dei deceduti. I mesoteliomi allora non avevano la dignità di essere una specifica voce di causa di morte: rientravano tra i “tumori toracici diversi dai tumori polmonari”, un gruppo di malattie piuttosto eterogeneo. Era comunque ben visibile un marcato eccesso, con una bella macchia nera nella sua rappresentazione sotto forma di mappa, nella provincia di Alessandria. Con questi dati, il direttore del Registro Tumori, l’oncologo clinico professor Enrico Anglesio, e io abbiamo scritto una lettera all’allora sindaco di Casale, Riccardo Coppo, segnalando la nostra preoccupazione. Da lì si è messa in moto una serie di eventi che hanno portato anche l’assessore alla Sanità Sante Baiardi della Regione Piemonte (morto pochi anni fa a 96 anni) a condividere l’esigenza di affrontare i problemi di Casale con rigore metodologico.
L’interazione tra Coppo, democristiano, e Baiardi, comunista, è stata una cosa bellissima.
Noi abbiamo avuto un finanziamento da parte della Regione, che ha permesso a Corrado Magnani e a Dario Mirabelli di fare delle ricerche avanzate sia per la stima della dimensione della tragedia sia per approfondire il meccanismo d’azione dell’amianto sulla salute. Altri giovani ricercatori hanno poi partecipato.
È stata importante l’empatia, una parola che non uso molto spesso, e la simpatia che Corrado e Dario, così come le intervistatrici del registro mesotelioma, hanno saputo suscitare. La capacità di rapportarsi alle persone con franchezza è il nostro modo naturale di lavorare. Senza empatia non so se avremmo potuto fare tutto quello che abbiamo fatto, anche con i sindaci, gli assessori, di qualsiasi colore politico, e con le anagrafi.
Dovrei solo farle domande e non commentare nulla, ma mi risulta impossibile. Mi colpisce molto quando lei dice: «Mi trovavo lì e dovevo occuparmi del mio territorio». E poi questo riferimento all’empatia, all’ascolto delle persone. E ancora la condivisione di un sistema di valori, una condivisione di valori che ha reso l’esperienza di Casale unica.
Le faccio un esempio. Ci sono due modelli di studio in epidemiologia occupazionale. Uno è di avere l’elenco di tutti i lavoratori di un’azienda di 50 anni fa e retrospettivamente vedere cosa è stata la frequenza di malattie o delle cause di morte nell’ultimo mezzo secolo, confrontandola con l’analoga esperienza nella popolazione generale. Questo è quello che si chiama uno studio di coorte. L’altro modello di studio, meno recepito dall’opinione pubblica, è invece quello in cui si identificano le persone colpite da una malattia e si confrontano le loro pregresse esperienze di esposizione a fattori di rischio con quelle di soggetti non affetti da malattia, ovviamente tenendo conto della distribuzione per età, sesso, status socioeconomico e via dicendo. A dirlo così, sembra una cosa semplice; in realtà, raccogliere le storie dei malati non è semplice, perché i malati di mesotelioma sono persone che stanno male. D’altra parte, identificarli è relativamente semplice, basta che il personale dell’ospedale sia efficiente nel segnalare i casi nuovi. Il problema sono i sani: non tutti sono disposti a dedicare tempo per raccontare le loro esperienze di esposizione a fattori di rischio ambientale. Per convincerli, l’empatia di chi li contatta e vuole intervistarli è fondamentale.
A Casale inizialmente, negli anni Ottanta-Novanta, abbiamo attuato il primo modello di studio, limitato ai lavoratori. Da un elenco di 5.000 persone, andare a capire chi è vivo e chi è morto è relativamente semplice. Ma da 20 anni a questa parte i miei ragazzi, Corrado e Dario, per studiare l’epidemiologia del mesotelioma nella popolazione non lavorativa, hanno giustamente privilegiato il modello caso-controllo, addestrando per le interviste il personale del registro dei mesoteliomi. Sono bravissimi nell’instaurare con i malati, e soprattutto con i controlli sani, un rapporto di reciproca fiducia. Sono interviste non semplici. Richiedono molta competenza e vicinanza.
Quali sono i maggiori ostacoli che ha incontrato a Casale nel suo lavoro?
È interessante questa domanda sulle difficoltà. Una è quello che le dicevo: negli studi caso-controllo bisogna convincere i controlli a farsi intervistare. L’altro è avere i soldi per fare la ricerca.
Uno studio di coorte costa, non dico poco, ma costa parecchio di meno di uno studio caso-controllo. La gamma di dati forniti dagli studi caso-controllo è molto più ampia. Purtroppo, la validità di questo modello di ricerca viene messa più in discussione, soprattutto nei tribunali e dai consulenti della difesa. Si tratta di una difficoltà culturale.
Come strumenti di calcolo, non credo che i miei successori si possano lamentare, almeno ora... Quarant’anni fa non era facile. Anche perché avevamo molta meno competenza.
Direi che la difficoltà più grossa è stata proprio quella della riluttanza di buona parte del mondo scientifico ad accettare l’epidemiologia come scienza e a distinguere tra inferenza statistica e inferenza causale. Trent’anni fa, c’era molta confusione tra epidemiologia e statistica. Tanto per fare un esempio, la statistica è quella che magari mi dice, in un’inchiesta di popolazione, che mangiare un biscotto al giorno è associato al rischio di tumori al rene. In realtà, si tratta di un’osservazione casuale, accidentale, non confermata da altri studi, non provata in assenza di indizi di altro genere e da studi ad hoc. Alla fine dello scorso millennio, per smentire la montante evidenza che il fumo passivo causa il cancro del polmone, Philip Morris ha lanciato una campagna di stampa vergognosa, basata su questo equivoco. Molti giornali non hanno esitato a prestarsi al gioco della multinazionale vendendo per pubblicità a caro prezzo le proprie pagine.
Quando io ero ancora all’università, quindi dico 20 anni fa, le tesi di laurea basate su studi epidemiologici venivano considerate tesi di compilazione e non tesi di ricerca, con la motivazione che i dati erano già lì ed erano stati “soltanto” elaborati e interpretati. Meritavano quindi meno punti. Grazie ai miei successori, direi che questo tipo di prevenzione nei confronti dell’epidemiologia si è molto attenuata.
Altra difficoltà che vedo nei tribunali è l’accettazione dei risultati scientifici della ricerca epidemiologica nei procedimenti penali per malattie professionali. Non tanto da parte di giudici e pubblici ministeri, quanto dalla difesa degli imputati. Qui si tratta di discutibile buona fede. L’ho constatato ancora una volta nel recente processo in appello per i 392 morti di mesotelioma a Casale Monferrato e anche in quello che si è concluso a Novara nel giugno del 2023. Ho seguito entrambi come spettatore. Gli argomenti di dissenso tra consulenti dell’accusa e consulenti della difesa sono almeno una dozzina. Quasi sempre gli argomenti dell’accusa sono quelli largamente accettati da parte della comunità scientifica internazionale. In realtà, i consulenti della difesa hanno dei conflitti di interesse perché sono arruolati – e ben pagati – con lo scopo di sostenere una tesi e non di descrivere obbiettivamente le conoscenze scientifiche.
Sul problema dell’amianto, e sempre, l’epidemiologo deve essere ovviamente imparziale e valutare con lo stesso spirito l’attendibilità di ogni pezzo di informazione. Ma deve anche essere non neutrale, soprattutto nei casi legali, quando si tratta di interpretare i ruoli e le responsabilità. Non esistono epidemiologi “al di sopra delle parti”. Per questo mi sono adombrato quando mi è stato chiesto di sottopormi alla presente intervista, per una “rassicurazione” che i nomi degli intervistati non sarebbero comparsi e che io sarei stato anonimamente definito come epidemiologo, tale e quale agli epidemiologi pagati dall’industria.
Parlavo prima della fabbrica di Cirié. L’ho seguita molto da vicino. In quell’occasione ero consulente per la parte civile. Successivamente, ho sempre fatto il consulente per uno dei magistrati o il giudice o il pubblico ministero.
Chi ha fatto la ricerca vera e propria, la ricerca retrospettiva di coorte, è la Clinica del Lavoro dell’Università di Torino. Bravissimi clinici del lavoro, bravissimi epidemiologi… Ogni 10 anni circa pubblicano, giustamente e comprensibilmente, un aggiornamento della mortalità per causa: lo fanno ancora adesso, passati 70 anni. Pubblicano, nella letteratura internazionale, in inglese, peer-reviewed. Ho notato però che l’IPCA non viene mai nominata: si parla di “un’azienda che produceva coloranti nel Nord-Ovest italiano”. Tanto meno viene nominato il contesto sociale, storico ed economico in cui si è realizzata questa tragedia. Cirié allora aveva diecimila abitanti. Il fatto che cento persone siano morte di cancro della vescica (probabilmente sono state di più) in una realtà sociale di quel genere ha avuto un effetto dirompente. A Cirié c’è una via intitolata ai due sindacalisti che hanno avuto un maggiore ruolo nell’identificazione dell’epidemia, c’è anche una piazza dedicata alle vittime delle imprese. Andare a pubblicare un lavoro dove si parla di “una fabbrica nel Nord-Ovest che produceva coloranti,” dove il rischio di morire di cancro della vescica era dieci volte, o anche di più, rispetto alla popolazione generale, senza neanche nominarla, mi sembra che sia un modo di vedere il problema con i paraocchi.
Che ruolo hanno le persone non esperte, che vivono nei luoghi queste situazioni?
A livello mondiale, intorno al 1980, è diventato evidente che l’amianto causa mesoteliomi nella popolazione generale, anche a distanza di chilometri dalle aziende che lavorano l’amianto. Questo fatto, sia nell’opinione pubblica sia nel mondo scientifico, ha avuto un grandissimo impatto. In assenza di questa evidenza, non saremmo arrivati a bandire l’amianto. Perché l’opinione pubblica, compresa l’autorità di sanità pubblica, è assai più impressionata da un cancro causato da inquinamento nell’ambiente generale che da un cancro professionale causato all’interno della fabbrica. È brutto, molto brutto da dirsi, ma è così.
Il punto è allora inserire le ricerche epidemiologiche nella storia della comunità e studiare esperienze come quella del SIN di Casale Monferrato, come sono potute accadere, come si inseriscono nella storia di un Paese.

