"Nessuno può essere certo di non esser un contagiatore". Si deve partire da questa certezza se si vuole ragionare su cosa fare per contenere il diffondersi dei contagi dell'epidemia. Possiamo ragionare solo in termini di probabilità e mai in termini di certezza e dobbiamo distinguere tra la probabilità di contagiarsi dalla probabilità di contagiare.

La probabilità di contagiarsi possiamo ritenere che dipenda da tre ordini di fattori: La prevalenza di infetti nell'ambiente che viviamo, la frequenza e le modalità dei nostri contatti con l'ambiente e le persone che lo abitano, il nostro grado di immunità naturale o acquisita mediante vaccino o in conseguenza di una precedente infezione.

La probabilità di contagiare dipende dalla probabilità di essere contagiati, dalla nostra contagiosità una volta infettati , dai nostri comportamenti verso gli altri , e questi sono funzione della nostra capacità di agire anche in base alla consapevolezza  del nostro stato di contagiosità.

Alla vigilia di Natale erano stati identificati  500.466 soggetti positivi (poi segnalati il giorno dopo) e probabilmente, se le varie stime più volte confermate sono corrette, vi erano altrettanti soggetti positivi inconsapevoli. Quanti erano allora i soggetti contagiosi? un milione o di meno? la contagiosità perdura durante tutta la fase di positività? Questo è il primo quesito che non ha una risposta esauriente dal punto di vista scientifico. Negli USA i CDC, ad esempio, ritengono che un positivo, per lo meno se asintomatico, dopo cinque giorni dal test che ha identificato l’infezione possa rientrare in società, con la sola raccomandazione di continuare a indossare bene la mascherina per almeno altri 5 giorni.

C'è chi ritiene che ad esempio un positivo che sia vaccinato con tre dosi sia poco contagioso e quindi non debba subire restrizioni come l’isolamento.

Ma un elemento che può rendere ancor più rischiosi i contatti del mezzo milione di positivi asintomatici è la falsa certezza di non esserlo che può essere data da un test a bassa sensibilità come ad esempio un tampone autosomministrato. Le farmacie ed anche i supermercati hanno venduto un numero enorme di "tamponi fai da te" tanto che in molti casi sono state esaurite le scorte. Questi tamponi antigenici sembra abbiano una buona sensibilità teorica, almeno così dichiara il bugiardino a loro allegato. Ma tutt'altra questione è la sensibilità di un test auto somministrato quando ad esempio il fastidio creato dal giusto inserimento del tampone sino alla parte superiore della faringe induce a limitarne l'applicazione alla narice. C'è chi dice che questi tamponi abbiano una sensibilità "operativa" inferiore al 50% e quindi metà di coloro che lo fanno  sono in uno stato di incosciente falsa sicurezza.

Si deve allora distinguere bene tra l'uso del tampone per uno screening collettivo eseguito all'accesso ad un ambiente come può essere un mezzo di trasporto o ad un luogo dove si svolge un evento sociale, e l'uso del tampone per sentirsi sicuri di non contagiare il prossimo, spesso il prossimo più vicino come i parenti di un pranzo natalizio. Nel primo caso comunque riduco sicuramente la frequenza di soggetti contagiosi e quindi di contagi, anche se non ne elimino la possibilità. Nel secondo invece rischio di dare un falso livello superiore di sicurezza che mi porta ad avere comportamenti meno rischiosi. Quante volte abbiamo sentito dire: ci siamo contagiati eppure avevamo fatto tutti quanti un tampone che era negativo.

Ma allora che fare? Ciò che è necessario fare è avere una corretta conoscenza delle probabilità di contagiarsi e di contagiare, conoscenza che può esserci solo attraverso una continua ricerca dato che queste probabilità molto probabilmente mutano continuamente di valore. Sulla base dei dati acquisiti si può allora stabilire un livello inferiore di probabilità che elimini le limitazioni alla socialità ed un livello superiore che invece le renda molto più severe.

Ma in ogni caso non si faccia credere di non essere contagiosi dando false patenti di non contagiosità, ma si dica chiaramente che anche coloro che hanno una bassa probabilità di essere loro a contagiare debbono ugualmente adottare tutti i comportamenti indispensabili per contenere le infezioni.

E soprattutto si insista sul fatto che non è solo importante non essere contagiati, ma è ugualmente importante non contagiare perchè più aumenta la probabilità collettiva di essere contagianti, più aumentano i contagi e più aumenta quindi la probabilità di venir contagiati.

E queste riflessioni spero vengano attentamente considerate da parte di chi deve prendere decisioni che trasformano in norme delle cautele basate, ahimè, solo su livelli di probabilità, mentre il sentire comune vorrebbe sempre avere certezze: ma in questa epidemia certezze assolute non ci saranno mai.

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