cover_defiore.jpg

Luca De Fiore

Come non pubblicare in medicina

Roma, Il Pensiero Scientifico Editore

304 pagine; 24,00 euro

Il nuovo volume di Luca De Fiore guida il lettore in un viaggio tecnico e a tratti surreale nel complicato mondo delle pubblicazioni scientifiche e loro derivati.

La comunicazione scientifica è ormai una componente imprescindibile della giornata di ogni ricercatore. Che si appartenga alla categoria dei comunicatori seriali, che sentono l’irrefrenabile impulso di raccontare ogni dettaglio della propria giornata – figurarsi una scoperta scientifica – oppure a quella dei più schivi, ancora convinti che i propri studi siano troppo complessi per essere raccontati (“non ci capiranno mai”), la questione riguarda tutti. 

La comunicazione scientifica è, infatti, parte delle buone pratiche di ricerca e, come tale, segue regole e prassi che dovrebbero garantirne rigore ed eticità. Tuttavia, molti meccanismi ne minano l’affidabilità. Errori e incuria dovuti alla mancanza di formazione dei ricercatori, ma anche dolo e frodi, in nome di interessi intellettuali e commerciali, pressione al pubblicare. Anche le riviste scientifiche hanno le loro responsabilità e sembrano ormai appartenere a due categorie. La prima comprende quelle che continuano inspiegabilmente a rifiutare i vostri lavori eccezionali, frutto di intuizioni geniali e anni di duro lavoro. La seconda è composta da fantomatici giornali che vi scrivono ogni giorno per sollecitare una esteemed contribution, spesso in discipline nelle quali non avete mai pensato di cimentarvi.

Il libro passa in rassegna svariate scelte scellerate che i ricercatori, potenziali autori e comunicatori, possono fare per diminuire drasticamente le opportunità di pubblicare e dare visibilità ai propri studi. Per esempio, come scegliere la rivista “giusta”, impostare i manoscritti e le lettere di accompagnamento all’invio alle riviste, definire gli autori, usare al meglio figure e infografiche, relazionarsi con editori e revisori. Da ricercatrice e autrice, ho letto con una certa frustrazione questo capitolo, chiedendomi a più riprese se davvero talvolta non sarebbe opportuno uno spazio di ribellione educata e costruttiva nei confronti delle richieste di editori e revisori quando queste appaiono capziose o un po’ fini a se stesse. Credo sia capitato a quasi tutti i ricercatori che leggono queste righe di aver pensato almeno una volta: «Ho impiegato più tempo a rivedere il manoscritto per soddisfare le richieste di editori e revisori che a fare gli esperimenti».

Al di là delle polemiche, la lettura di questo volume stimola a riflettere sulla mancanza di formazione su tutti questi temi. Qualcosa si può cogliere, per esempio, dai corsi di scrittura scientifica, ma difficilmente ci si addentra nei dettagli del processo. Molto (tutto?) dipende dalle usanze e tradizioni dei propri gruppi di ricerca, tramandati di generazione in generazione. Un bel po’ di anni, fa il mio capo, al momento della sottomissione di un manoscritto dopo l’ennesima bocciatura, mi consigliò di copiare il testo della lettera di accompagnamento in un file nuovo, per evitare che l’editore, controllando nelle proprietà del file, potesse scorgere una data molto antecedente e ipotizzare che il manoscritto fosse già stato inviato a diverse riviste prima della sua! Figurarsi cosa sarebbe successo alla mia “carriera” se avessi fatto lo stesso errore citato da Robert Golub nella prefazione del libro. Golub racconta, infatti, di aver ricevuto numerose lettere di accompagnamento convincenti, formali e rispettose, ma indirizzate all’editor-in-chief del New England Journal of Medicine, quando lui era invece editor-in-chief del Journal of the American Medical Association.

Il libro è, quindi, uno strumento per i giovani ricercatori in cerca di una fonte affidabile di informazioni e di qualche trucco del mestiere per orientarsi in una realtà sfuggente e quasi mai oggetto di formazione ufficiale. Forse anche i meno giovani lo troveranno utile per aggiornarsi e, perché no, riconsiderare abitudini consolidate e acquisire maggiore consapevolezza soprattutto sulle innovazioni. Per esempio, l’inevitabile capitolo sull’avvento delle intelligenze artificiali, sia nei processi di ricerca sia nella preparazione dei manoscritti, offre un’utile istantanea della situazione attuale. È un capitolo destinato a invecchiare rapidamente nei dettagli, ma i messaggi principali sono lì per restare, perché legati al buon senso più che alla tecnologia. L’imperativo della trasparenza, la necessità di una rigorosa revisione e la centralità del giudizio umano e della responsabilità che lo accompagna sono punti fermi in ogni contesto di applicazione delle intelligenze artificiali, non soltanto in quello delle pubblicazioni scientifiche.

Ampio spazio è poi dedicato alla comunicazione scientifica sui social network. L’invito ai ricercatori a essere presenti è condivisibile. In un’epoca in cui il dibattito pubblico è sempre più influenzato da questi mezzi, la partecipazione diretta della comunità scientifica può favorire una maggiore democratizzazione della conoscenza, contrastare la disinformazione e creare opportunità di creare reti e collaborazione. Tuttavia, il confine tra comunicazione della scienza e promozione personale appare talvolta sfumato. Il rischio è che la ricerca venga raccontata secondo le logiche della visibilità e dell’engagement tralasciando la complessità e il rigore tipici dei processi scientifici. Forse anche per questo guardo oggi ai social con sentimenti contrastanti: dopo una fase di grande entusiasmo, ho personalmente una certa diffidenza verso i ricercatori molto attivi e prolifici sui social. Fatico a volte a distinguere tra autorevolezza e popolarità e a capire se l’immagine restituita online rifletta fedelmente la sostanza del contributo scientifico.

Infine, chi come me è fan della medicina basata sulle prove di efficacia ma sente il peso di una sua applicazione distorta troverà nel libro anche esempi storici di pubblicazione selettiva dei risultati positivi. Le analisi della fine degli anni Cinquanta del secolo scorso che riportano che il 97% degli studi restituivano dati positivi mi fanno concludere che sia proprio nella natura dell’uomo evitare di accendere le luci sui propri fallimenti. Parlo proprio degli uomini, perché le donne incidono sicuramente meno sul problema. Non perché intrinsecamente più corrette e trasparenti, ma perché semplicemente pubblicano meno e in ruoli meno di rilievo. Come illustrato con il supporto di dati puntuali in un capitolo dedicato, nascere donna è un fattore prognostico negativo anche per le pubblicazioni scientifiche, come purtroppo per altri ambiti della carriera professionale.

Il libro si conclude con la definizione di tre scenari possibili per il futuro e un invito a non essere spettatori passivi di questi cambiamenti. La lettura di questo volume è certamente un piccolo ma importante passo per seguire l’evoluzione della comunicazione scientifica. Conoscere le regole e i meccanismi principali che determinano quali risultati acquisiscono visibilità, quali carriere si sviluppano e, in ultima analisi, quale conoscenza riesce a raggiungere la comunità scientifica e la società significa poter partecipare in modo più consapevole alla loro trasformazione, invece di subirla.

 

       Visite