Dedichiamo questo nostro lavoro ai cari amici e colleghi Enzo Merler e Dario Mirabelli che ricordiamo con affetto e stima per il loro impegno nella difesa della verità scientifica.

L’articolo ricostruisce in modo sistematico il dibattito scientifico, medico-legale e giudiziario sviluppatosi in Italia dagli anni Ottanta a oggi sugli effetti dell’amianto sulla salute, con particolare riferimento al mesotelioma maligno. Al centro della discussione vi sono i temi della relazione esposizione-risposta, il ruolo della dose cumulativa, la rilevanza delle esposizioni iniziali e successive e le implicazioni di tali concetti in ambito preventivo e giudiziario.

A partire dagli anni Ottanta, gli studi epidemiologici internazionali e italiani iniziano a documentare in modo sempre più solido l’associazione causale tra esposizione ad amianto e mesotelioma, individuando una relazione dose-risposta. Tuttavia, dagli anni Novanta emerge in Italia una posizione alternativa, sostenuta in particolare da Gerolamo Chiappino, secondo cui il mesotelioma sarebbe innescato da una “dose iniziale” (trigger dose) anche molto bassa, mentre le esposizioni successive sarebbero irrilevanti sul piano causale. Questa interpretazione, priva di un solido supporto sperimentale ed epidemiologico, che consente di escludere la responsabilità dei datori di lavoro operanti negli anni più recenti, ha trovato fortuna nelle aule giudiziarie.

Il dibattito si intensifica ulteriormente con l’ipotesi secondo cui solo le fibre ultrafini e ultracorte sarebbero in grado di raggiungere la pleura e causare il mesotelioma, rendendo inefficaci le misure di prevenzione storicamente adottate. Questa tesi, sostenuta da Chiappino nel 2005, è stata ampiamente contestata dalla comunità scientifica nazionale e internazionale e non ha trovato conferma nelle revisioni sistematiche successive, che continuano a indicare un ruolo centrale della dose cumulativa e della lunghezza delle fibre.

Le tre Conferenze italiane di Consenso sul mesotelioma (2011, 2013, 2015) rappresentano un tentativo di ricomposizione del dibattito sulla base delle evidenze disponibili. In esse viene ribadito che il rischio di mesotelioma è proporzionale all’esposizione cumulativa e che sia l’intensità sia la durata dell’esposizione contribuiscono in modo indipendente al rischio. Viene, inoltre, riconosciuto l’effetto “acceleratore” delle esposizioni più elevate, che possono anticipare il tempo di insorgenza della malattia.

Nonostante ciò, alcune posizioni critiche continuano a mettere in discussione l’applicabilità dei risultati epidemiologici al singolo individuo e l’esistenza di una chiara relazione dose-risposta nel mesotelioma. Queste posizioni confluiscono anche nel position paper “Amianto” della Società Italiana di Medicina del Lavoro (2019), suscitando forti critiche da parte di epidemiologi e medici del lavoro per la mancanza di chiarezza, per l’equiparazione di tesi scientificamente minoritarie a quelle consolidate e per i potenziali conflitti di interesse.

L’articolo conclude che il persistente contrasto non è solo scientifico, ma riflette interessi divergenti nel contesto giudiziario e sociale. Alla luce della letteratura internazionale e dei documenti di consenso, gli autori ribadiscono la centralità della dose cumulativa e della teoria multistadiale della cancerogenesi come basi scientifiche imprescindibili per la prevenzione, la tutela della salute dei lavoratori e la corretta valutazione delle responsabilità. Il lavoro si propone come strumento critico e orientativo per chiunque debba confrontarsi con il tema dell’amianto, evitando semplificazioni e interpretazioni funzionali a esiti giudiziari predeterminati.

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