Riassunto

Obiettivi: valutare la frequenza di test per la misura dell’antigene prostatico specifico totale (PSA), in assenza di condizioni cliniche, nell’Agenzia di Tutela della Salute della Città Metropolitana di Milano (ATS Milano), prima dell’inizio del programma lombardo di screening per il tumore della prostata.

Disegno: sono stati considerati tutti gli uomini di età 30-84 anni residenti nell’ATS Milano che negli anni 2018-2019 e 2021-2023 avessero effettuato almeno un test per il PSA totale. L’assenza di condizioni cliniche prostatiche è stata valutata tramite gli archivi sanitari locali e il Registro tumori di ATS Milano.

Setting e partecipanti: lo studio ha utilizzato dati dei database amministrativi e sanitari dell’ATS. Dei 466.616 cittadini che hanno effettuato almeno un test PSA nel periodo considerato, 414.731 lo hanno eseguito con finalità di screening.

Principali misure di outcome: almeno un test nel periodo.

Risultati: i test di screening hanno rappresentato circa l’80% del totale dei test PSA. Complessivamente, nel periodo 2018-2019 – 2021-2023, in media il 35,6% dei residenti ha effettuato almeno un test PSA a scopo preventivo. La quota varia per età, risultando modesta sotto i 50 anni, pari al 48,9% nella fascia 50-69 anni, al 60,8% tra i 70-79enni e al 51,8% tra gli 80-84enni. Tra coloro che hanno eseguito almeno un test nel periodo considerato, il numero medio di test PSA è pari a 2,3. La percentuale di soggetti che hanno effettuato almeno un test si è ridotta nel 2021-2022 per risalire nel 2023. Una quota rilevante e crescente nel tempo di cittadini sottoposti al test aveva 3 o più comorbidità. Tra i 414.731 primi test, il 47,3% era <1 ng/ml, il 35,4% tra 1-3, l’11,0% fra 3-6 e il 6,3% ≥6, con valori crescenti con l’età. 

Conclusioni: l’alta frequenza del test nei grandi anziani, le molte ripetizioni ravvicinate e il crescente coinvolgimento di soggetti con patologie multiple supportano la necessità di transizione verso un programma organizzato, capace di bilanciare benefici e rischi.

 Parole chiave: , , ,

Abstract

Objectives: to assess the frequency of total prostate-specific antigen (PSA) testing in the absence of clinical conditions in the Agency for Health Protection of the Metropolitan Area of Milan (ATS Milan), prior to the launch of the Lombardy regional prostate cancer screening programme. 

Design: the study included all men aged 30-84 years residing in the ATS Milan area who underwent at least one PSA test during the years 2018-2019 and 2021-2023. The absence of prostate-related clinical conditions was verified using local health records and the cancer registry of the ATS Milan.

Setting and participants: the study used data from administrative and healthcare databases of ATS Milan. Among the 466,616 citizens with at least one PSA tests recorded during the study period, 414,731 had the test presumably conducted for screening purposes.

Main outcome measures: at least one PSA test in the period.

Results: screening tests accounted for approximately 80% of total PSA tests. On average, 35.6% of male residents underwent at least one preventive PSA test, with low uptake among those under 50, 48.9% in those aged 50-69 years, 60.8% among men in their seventies, and 51.8% in the 80-84 age group. The mean number of PSA test per individual over the study period was 2.3. Testing decreased in 2021-2022, but increased again in 2023. A significant and increasing proportion of individuals undergoing PSA testing had three or more comorbidities. Among the 414,731 initial tests, 47.3% had PSA values <1 ng/mL, 35.4% between 1 and 3, 11.0% between 3 and 6 and 6.3% ≥6.

Conclusions: the high frequency of testing among the elderly, the frequent repeat testing, and the growing involvement of individuals with multiple comorbidities highlight the need to transition to an organized screening programme capable of balancing benefits and risks.

 Keywords: , , ,

Introduzione

Il carcinoma della prostata è una delle neoplasie più frequenti nella popolazione maschile. Il suo impatto in termini di incidenza e mortalità ha portato la comunità scientifica a valutare l’utilizzo di strumenti di screening finalizzati all’anticipazione diagnostica. L’introduzione del dosaggio dell’antigene prostatico specifico (PSA) come test di screening è stata oggetto di numerosi studi, volti a verificare se la sua applicazione seguita da ulteriori approfondimenti diagnostici in caso di positività potesse ridurre la mortalità per carcinoma prostatico o generare benefici clinicamente significativi. Il trial statunitense PLCO, che ha coinvolto 77.000 uomini tra 55 e 74 anni sottoposti periodicamente a test PSA ed esplorazione rettale digitale ogni 1-4 anni, non ha messo in luce riduzioni significative della mortalità rispetto al gruppo di controllo.1 Al contrario, lo studio europeo ERSPC, con 162.000 uomini di età compresa tra 50 e 74 anni e un intervallo di screening di 2-4 anni, ha confermato dopo 23 anni di follow-up una riduzione del 13% della mortalità per tumore prostatico, a fronte di un’incidenza cumulativa del 14% nel gruppo screening e di una sovradiagnosi (diagnosi di tumori senza conseguenze cliniche durante la vita del paziente) pari a circa 27 casi ogni 1.000 uomini.2 Risultati analoghi sono emersi dal GÖTEBORG-1 Trial, efettuato su 20.000 uomini di 50-64 anni, che ha confermato una riduzione significativa dei decessi, ma, anche in questo caso, a fronte di sovradiagnosi e sovratrattamento (trattamento di lesioni clinicamente irrilevanti, senza benefici ma con possibili effetti avversi).3 Più recentemente, il CAP Trial che ha offerto il test PSA a 400.000 uomini di 50-69 anni nel Regno Unito, ha registrato solo una modesta riduzione della mortalità, confermando le criticità legate all’eccesso di diagnosi e trattamenti non necessari.4

Per diversi anni, le criticità legate all’utilizzo del test del PSA hanno indotto le principali organizzazioni scientifiche, anche in Italia, a sconsigliare l’impiego del PSA come strumento di prevenzione di massa,5 limitandone l’uso al monitoraggio di soggetti ad alto rischio o con diagnosi già accertata. Tuttavia, nella pratica clinica, il ricorso al PSA si è progressivamente diffuso, in Italia e altrove, configurandosi in molti casi come uno screening opportunistico.6-11

Nel 2022, la Commissione europea, alla luce delle nuove evidenze e della crescente diffusione dello screening opportunistico, ha aggiornato le raccomandazioni sulla prevenzione secondaria del carcinoma prostatico. Le linee guida invitano a valutare la fattibilità e l’efficacia dell’implementazione di programmi di screening basati sull’uso del PSA in combinazione con la risonanza magnetica multiparametrica (mpMRI) come esame di secondo livello per migliorare la specificità diagnostica e ridurre biopsie non necessarie.12,13

Coerentemente, il Piano Oncologico Nazionale 2023-2027 richiama le raccomandazioni europee e include, tra gli obiettivi strategici, la sperimentazione di modelli organizzativi dedicati per i nuovi ambiti prioritari di screening, tra cui la prostata e il polmone. In questo quadro, la Regione Lombardia, con le deliberazioni DGR XII/1438 del 27.11.2023 e DGR XII/2173 del 15.04.2024, ha recepito il Piano nazionale e individuato l’implementazione di un percorso pilota di governance e indirizzo per lo screening prostatico quale obiettivo strategico per i prossimi anni.14 La stesura di tale percorso tiene conto delle linee guida europee sul cancro della prostata, pubblicate nell’aprile 2024, che forniscono indicazioni aggiornate su criteri di eleggibilità, algoritmi diagnostici e gestione dei pazienti. In questo contesto, la Lombardia ha avviato il primo programma di screening organizzato per il carcinoma prostatico in Italia, rivolto agli uomini di età compresa tra i 50 e i 69 anni, i cui risultati preliminari sono stati pubblicati recentemente.15

Obiettivo di questo lavoro è di valutare l’utilizzo recente del PSA a fini di screening spontaneo (opportunistico) nell’ATS Milano. Lo studio analizza il periodo 2018-2019 e 2021-2023, con l’intento di caratterizzare i soggetti che hanno eseguito il test, distinguendo i test potenzialmente preventivi da quelli con probabile indicazione clinica, fornendo così un quadro ampio e aggiornato della pratica di screening opportunistico nell’area metropolitana milanese, la più estesa del Nord Italia.

Materiali e metodi

Disegno dello studio e popolazione

È stato condotto uno studio osservazionale retro-spettivo che includeva i cittadini di sesso maschile di età compresa tra i 30 e gli 84 anni residenti nell’ATS Milano che hanno eseguito almeno un test del PSA nel periodo 2018-2019 – 2021-2023. L’anno 2020 è stato escluso a causa della pandemia di COVID-19 che ha influito in modo rilevante sull’erogazione delle prestazioni sanitarie, riducendo la comparabilità con i periodi antecedenti e successivi. Per ogni soggetto, sono stati acquisiti i valori quantitativi del PSA totale (ng/mL), le informazioni provenienti dai flussi informativi dei ricoveri ospedalieri, delle prestazioni ambulatoriali associate a patologie prostatiche (identificate tramite codici ICD-9-CM o procedure specifiche), le prescrizioni di farmaci impiegati nel trattamento del carcinoma prostatico (analoghi LHRH, antiandrogeni eccetera). È stata, inoltre, verificata l’eventuale presenza di una diagnosi di tumore della prostata documentata dal Registro Tumori dell’ATS Milano.

Per identificare i soli test del PSA effettuati in assenza di sintomatologia, quindi con finalità di prevenzione, sono stati esclusi i soggetti per i quali è stata individuata una motivazione clinica per l’esecuzione dell’esame: follow-up per un tumore della prostata pregresso o per ipertrofia prostatica benigna, assunzione di terapie ormonali mirate e valori di PSA >1.000 ng/mL, considerati indicativi di un’eventuale patologia prostatica avanzata. Inoltre, in accordo con le indicazioni regionali per la definizione della coorte eleggibile all’invito di screening, sono stati esclusi i soggetti con diagnosi prostatiche pregresse e coloro che avevano avuto interventi o procedure per patologie prostatiche benigne o maligne nei cinque anni precedenti al test. Nel materiale supplementare online sono riportati i dettagli relativi ai flussi informativi utilizzati, agli archi temporali considerati e ai codici utilizzati per l’identificazione di procedure, diagnosi e interventi.

L’analisi ha valutato la frequenza di esecuzione del test PSA in relazione alle variabili anagrafiche e cliniche disponibili. Le fasce d’età esaminate sono state 30-49, 50-69, 70-79 e 80-84 anni; ulteriori dettagli sulla suddivisione per età sono disponibili nel materiale supplementare. 

Come misura di copertura è stata calcolata la proporzione di soggetti che hanno effettuato almeno un test PSA nel periodo complessivo 2018-2019 – 2021-2023 sul totale della popolazione media di ciascun anno. Nel confronto fra i due periodi, presentati nel materiale supplementare, i test effettuati sono stati riferiti, rispettivamente, al biennio e al triennio di osservazione, rapportati alla popolazione assistita corrispondente.

Per la variabile “nazionalità”, è stata utilizzata l’informazione sul Paese di nascita disponibile nell’archivio degli assistiti.

Inoltre, a ciascun soggetto è stata attribuita la classe di indice di deprivazione (ID) corrispondente alla sezione di censimento di residenza, secondo la metodologia proposta da Caranci et al.16 I valori di riferimento utilizzati derivano dagli indici regionali lombardi calcolati al 2011, che descrivono la distribuzione delle classi di deprivazione per l’area dell’ATS (province di Milano e Lodi) per l’intera popolazione (uomini e donne, età 0 anni e oltre).

La presenza di patologie croniche è stata definita sulla base delle informazioni contenute nel flusso Banca Dati Assistito, che include 65 condizioni croniche riconosciute.  In base al carico di comorbidità, i soggetti sono stati classificati in tre gruppi: • nessuna patologia; • 1-2 patologie; • 3 o più patologie.

L’analisi statistica ha stimato la quota di soggetti che hanno eseguito almeno un test PSA, la distribuzione dei valori del PSA totale per classi e la ripetizione del test nel periodo di osservazione, distinguendo i risultati anche per i due intervalli temporali (biennio 2018-2019 e triennio 2021-2023) e per le principali variabili di interesse (età, nazionalità, indice di deprivazione, comorbidità). Il livello del PSA è stato suddiviso secondo le seguenti classi: • <1 ng/ml; • ≥1-<3 ng/ml; • ≥3-<6 ng/ml; • ≥6 ng/ml.

Il confronto fra proporzioni è stato effettuato tramite il test del chi2. Considerata la sensibilità del test del chi2 alla numerosità campionaria e l’elevato numero di test PSA analizzati, è stato calcolato anche l’indice V di Cramer per misurare l’intensità di un’associazione.

Risultati

Utilizzo complessivo del test del PSA

Tra il 2018 e il 2023, a eccezione del 2020 per il quale non sono disponibili i dati, 466.616 uomini residenti nell’ATS Milano hanno effettuato almeno un test del PSA, per un totale di 1.273.749 test, con una media di 2,3 esami per soggetto (Tabella S1, vedi materiale supplementare online). Il numero di PSA eseguiti si è ridotto negli anni 2021 e 2022 rispetto al biennio 2018-2019, per poi aumentare nuovamente nel 2023, superando i valori precedenti alla pandemia di COVID-19. Il test del PSA risulta utilizzato soprattutto nei soggetti in età adulta avanzata, con una quota limitata di esami tra i soggetti di età inferiore ai 50 anni e un picco di frequenza nella fascia 70-79 (Tabella S1).

Da popolazione generale a popolazione target

Dopo aver escluso i test con indicazione prettamente clinica, riconducibili a soggetti con carcinoma prostatico noto, ipertrofia prostatica benigna, procedure o terapie ormonali, sono rimasti quelli potenzialmente associabili a uno screening opportunistico. In particolare, sono stati esclusi 23.889 uomini di età <30 anni o ≥85 anni, 17.678 con pregressa diagnosi di carcinoma prostatico, 5.923 con ricoveri o interventi prostatici nei cinque anni precedenti, 2.146 che avevano ricevuto prestazioni ambulatoriali indicative di patologie prostatiche, di cui 1 con combinazioni specifiche di ricovero e prestazioni ambulatoriali, 1.393 soggetti sottoposti a terapie farmacologiche elettive per il tumore della prostata e 856 con valori di PSA superiori a 1000 ng/mL (figura 1). La quota di soggetti con valori di PSA >1.000 ng/mL tra gli esclusi in base ai criteri precedenti varia dall’1,5% (esclusione per età) al 3,2% tra gli esclusi per procedure/interventi in regime di ricovero.

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La proporzione di test con finalità clinica aumenta sensibilmente con l’età, raggiungendo o superando il 30% tra gli ultrasessantenni. In seguito alle esclusioni, la popolazione finale, composta da uomini di età 30-84 anni, risulta aver effettuato 410.104 test nel biennio 2018-2019 e 540.784 nel triennio 2021-2023 (Tabella S2).

Nel biennio 2018-2019, il 17,6% della popolazione maschile di 30-84 anni ha eseguito almeno un test a fini preventivi, per un totale di 410.104 esami, mentre la prevalenza si è ridotta al 15,5% nel triennio 2021-2023 Tabella S3). Si osserva un incremento dal 2021-2022 al 2023 (14,9% e 14,5% vs 17,9%), che riporta i valori ai livelli precedenti alla pandemia.

Copertura per PSA a fini preventivi nel periodo 2018-2019 – 2021-2023

Nella tabella 1 è riportata una misura indicativa della copertura del test PSA nell’intero periodo 2018-2023, corrispondente a cinque anni di attività (per la mancata disponibilità dei dati del 2020), ma sei anni di calendario. La copertura di periodo è stata calcolata sul totale della popolazione media annua.

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La quota di assistiti che ha effettuato almeno un test PSA nel periodo considerato è pari al 35,6% (n. 414.731), con un’ampia variabilità per fascia d’età: dal 12,5% tra i soggetti di età inferiore ai 50 anni, al 60,8% tra i settantenni (tabella 1). Tra i soggetti esaminati, il 44,1% (n. 182.838) ha effettuato un solo test e il 55,9% (n. 231.893) ne ha eseguiti due o più. Tra questi ultimi, oltre la metà, 58,4% (n. 135.521), ha ripetuto il test almeno tre volte durante il periodo di osservazione, mentre il restante 41,6% (n. 96.372) lo ha eseguito due volte. Tra tutti i soggetti di età 30-84 anni che hanno eseguito almeno un test PSA, il numero medio di test per individuo è risultato pari a 2,3 nel periodo considerato. L’intervallo tra un test e quello successivo è mediamente di 1,6 anni (deviazione standard di 1,3) tra il secondo e il primo, riducendosi progressivamente nei controlli successivi, fino a circa 0,7 anni fra il quinto e il sesto test.

Il risultato dell’esame precedente influenza la frequenza e l’intervallo di ripetizione. Tra i soggetti con un test negativo (<1 ng/mL; n. 196.160), il 48,1% ha effettuato un nuovo test nel periodo analizzato; di questi, il 65,3% lo ha ripetuto entro due anni e il 92,4% entro 4 (ovvero un ulteriore 27,2% fra il secondo e il quarto anno). Nel caso di un risultato iniziale ≥3 ng/mL (n. 71.365), il 64,2% ha ripetuto il test nel periodo analizzato; in particolare, il 62,2% lo ha ripetuto entro 1 anno e un ulteriore 19,9% nell’anno successivo.

Distribuzione dei valori di PSA

Tra i soggetti della popolazione target, di età compresa tra 30 e 84 anni,  i risultati dei test del PSA totale mostrano, sull’intero periodo considerato, che il 45,6% dei test ha un valore di PSA <1 ng/mL (71,1%  tra i soggetti di 30-49 anni e 46,9% tra i 50-69enni), il 33,8% mostra valori compresi fra 1 e 3 ng/mL, il 12,3% fra 3 e 6 ng/mL (2,7% nei soggetti <50 anni e 16,1% negli 80-84enni) e l’8% ≥6 ng/mL (3,5% nei  soggetti <50 anni e 10,7% negli 80-84enni) (tabella 2).

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I valori del PSA distinti per periodo sono riportati nella tabella S4. Per il periodo 2018-2019, si regitrano il 37,1% di esami con valore <1 ng/mL, il 40,5% fra 1 e 3 ng/mL, il 16,0% fra 3 e 6 ng/mL e il 6,4% ≥6 ng/mL. Nel triennio 2021-2023, si osserva un aumento dei test con valori <1 ng/mL (52,0%) e una riduzione di quelli fra 1 e 3 ng/mL (28,2%), mentre la quota di test tra 3 e 6 ng/mL e quelli ≥6 ng/mL risulta, rispettivamente, 10,7% e 9,1%. Con l’aumentare dell’età, si rileva un incremento della quota di test con valori più alti. Tuttavia, nel periodo 2021-2023 si riporta una maggiore concentrazione di valori estremi (sia bassi sia alti).

Distribuzione dell’indice di deprivazione

Nella tabella 3 è presentata la distribuzione dei test PSA per fascia d’età e indice di deprivazione dell’area di residenza nel periodo complessivo 2018-2019 – 2021-2023 (per 18.899 osservazioni, pari al 2,0% del totale, il valore risulta mancante).

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Il confronto interno fra diverse categorie di deprivazione mostra una differenza significativa statisticamente (chi2 1.200,4; p<0,01), ma con un valore dell’indice V di Cramer pari a 0,021, ovvero un valore molto basso, indice di una forza d’associazione fra numero di test per età e indice di deprivazione minima. Un risultato simile – con significatività statistica, ma forza d’associazione modesta – si ottiene anche confrontando la distribuzione dei valori del PSA per classi di indice di deprivazione (chi2 1.201,0; p<0,01) (tabella S5).

Allo scopo di poter utilizzare un denominatore che definisca la popolazione residente per livello di deprivazione, è stata usata la distribuzione per classi di deprivazione al 2011 nelle province di Milano e Lodi.16 La popolazione del denominatore include la popolazione totale (0 anni e oltre, maschi e femmine), mentre i dati sui PSA quella maschile 30-84 anni. Con queste approssimazioni non marginali, sia nel 2018-2019 sia nel 2021-2023 la proporzione annua di test più alta è nella classe molto agiata (6,9% e 5,9%) e la minore nella classe molto deprivata (5,3% e 4,8%).

Distribuzione per nazionalità

In media, nella popolazione target, durante il quinquennio esaminato (2018-2019 e 2021-2023), l’11,8% degli stranieri di età 30-84 anni ha eseguito almeno un test PSA, rispetto al 40% degli italiani. La proporzione di cittadini sottoposti al test è più elevata tra gli italiani in tutte le classi d’età (chi2 8.902,1; p<0,001; indice V di Cramer 0,15); come per gli italiani, anche tra gli stranieri la percentuale di test aumenta con l’età (tabella 4).

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Distribuzione per comorbidità

La popolazione target, inoltre, è stata analizzata in base alle comorbidità rilevate al momento dell’esecuzione del test. Nel periodo complessivo, 2018-2019 – 2021-2023 (tabella 5), il 35% dei test effettuati riguardava soggetti con almeno una comorbidità; tra quelli eseguiti in soggetti ultrasettantenni con comorbidità, circa il 20% era associato a tre o più comorbidità. Confrontando i due periodi, emerge che nel 2018-2019 il 21,9% dei test è stato eseguito in soggetti con almeno una patologia cronica, quota che è salita al 45% nel triennio 2021-2023 (Tabella S6). Questo incremento è coerente con la maggiore età dei soggetti e con gli effetti associati al periodo pandemico, che potrebbero aver contribuito a un peggioramento generale dello stato di salute.

Tra i test effettuati in soggetti con comorbidità, il 6,6% nel 2018-2019 e il 14,0% nel periodo più recente riguardava soggetti con almeno 3 patologie croniche. 

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Discussione

I dati mettono in luce che, nell’ATS della città Metropolitana di Milano, il test del PSA è ampiamente diffuso come strumento di screening opportunistico anche in persone la cui età o le cui condizioni di salute rendono difficile trarne beneficio.

Questo risultato conferma quanto osservato nella stessa area nel biennio 1999-2000 quando il 26,9% degli uomini ultra 40enni aveva effettuato un test, incluso il 26,1% degli ultra 80enni,7 mentre nella Provincia di Firenze, nel 2000, la proporzione di uomini ≥ 50 oscillava fra il 12% e il 16%.8 La diffusione del test PSA in Italia è iniziata intorno ai primi anni Novanta,6 con un rapido incremento fino alla fine del primo decennio degli anni Duemila11 e un successivo calo. Il confronto fra studi  deve considerare sia il periodo osservato sia l’età della popolazione: per esempio, in Friuli Venezia Giulia, nel biennio 2018-2019, il 38% degli uomini di 45 anni o più ha effettuato almeno un test PSA, con il 31,6% degli esami riferiti a uomini di 75 anni o più.11 Una survey del 2008 condotta in Italia tra medici di medicina generale ha riportato che il 46,4% degli assistiti aveva ricevuto almeno un PSA a fini preventivi, con una quota del 55% tra i settantenni, che presentavano anche la  frequenza più elevata di test ripetuti.10

I dati rilevano un calo del ricorso al test nei primi due anni post-pandemia, seguito da un incremento nel 2023, fenomeno simile a quello osservato in altri screening oncologici, dove l’erogazione delle prestazioni non urgenti è stata ridotta e successivamente seguita da un “effetto di rimbalzo”.17 Se, da un lato, questo fenomeno potrebbe rappresentare un recupero delle diagnosi precedentemente rinviate, dall’altro, solleva dubbi circa il possibile aumento, in modo non controllato, delle prescrizioni al di fuori delle fasce di età raccomandate. La distribuzione dei valori di PSA nel biennio 2018-2019 e nel triennio 2021-2023 mostra un aumento sia dei valori bassi (<1 ng/mL) sia di quelli elevati (≥6 ng/mL), sottolineando la necessità di algoritmi diagnostici più definiti: valori elevati richiedono ulteriori accertamenti (come la mpMRI), mentre la frequenza di valori molto bassi dovrebbe suggerire di ridurre i test ripetuti a breve distanza senza un’effettiva indicazione clinica. La popolazione dell’ATS è anche eterogenea sul piano socioeconomico. In base all’indice di deprivazione del 2011, il 21,2% dei residenti vive in aree classificate come molto agiate, il 18,4% in aree agiate, il 17,3% in zone a deprivazione media, il 17,8% in aree deprivate e il 25,2% in aree molto deprivate.16 L’analisi dell’uso del PSA per classi di deprivazione è limitata dall’assenza di un denominatore adeguato alla popolazione target, ovvero uomini di età compresa tra 30 e 84 anni. L’uso in questo contesto di un denominatore più ampio (popolazione totale di 0 anni e oltre) comporta una diluizione della proporzione di soggetti testati. Nonostante ciò, l’analisi mette comunque in evidenza un chiaro svantaggio crescente nell’accesso al test PSA all’aumentare del livello di deprivazione, in linea con quanto riportato in letteratura riguardo all’impatto negativo della deprivazione sociale sulla partecipazione agli screening preventivi,18,19 incluso l’impiego del PSA a tale scopo20.

L’analisi per età mostra che una quota rilevante di ultrasettantenni e ultraottantenni (36,2% dei 70-84enni) accede al test senza motivazioni cliniche, nonostante le indicazioni internazionali più recenti suggeriscano un’offerta mirata alla fascia 50-69 anni. L’uso esteso del PSA al di fuori delle raccomandazioni può generare effetti negativi, tra cui ansia, trattamenti invasivi e potenzialmente evitabili e sovradiagnosi. Esiste, infatti, un’associazione documentata fra età avanzata, comorbidità e aumento della probabilità di sovradiagnosi:21 l’impatto della diagnosi precoce sulla sopravvivenza è modesto in soggetti con aspettativa di vita limitata. Uno studio spagnolo recente ha riportato l’elevata probabilità di una diagnosi di tumore prostatico in pazienti anziani con comorbidità per i quali la sovradiagnosi è inversamente proporzionale all’aspettativa di vita.22

Nel periodo più recente, quasi la metà dei soggetti sottoposti a PSA presentava almeno una comorbidità, in parte dovuta all’invecchiamento della popolazione (quota >65anni: 49,5% nel 2018; 50,5% nel 2023; p<0,01), facendo emergere la necessità di valutare l’appropriatezza dell’offerta di screening a pazienti con aspettativa di vita ridotta.

Alla luce delle nuove raccomandazioni europee, la Regione Lombardia ha avviato un programma di screening organizzato15 limitato ai 50-69enni integrando il test PSA con la mpMRI come esame di approfondimento, con l’obiettivo di aumentare i benefici dell’anticipazione diagnostica e ridurre gli effetti collaterali di uno screening “a tappeto”, non mirato. I risultati di questo studio, riferiti al periodo antecedente all’attuazione formale del programma, mettono in luce l’importanza di una formazione mirata per i professionisti e di sensibilizzazione della popolazione maschile sulla valutazione complessiva del rischio-beneficio, considerando l’età e la presenza di comorbidità.

Tra i limiti principali dello studio, si segnala la natura retrospettiva basata su flussi amministrativi, che può comportare la presenza di misclassificazioni, per esempio, test clinici non identificati come tali o test erroneamente identificati come clinici come conseguenza della scelta del cut-off di PSA>1.000 ng/mL. Inoltre, non sono disponibili informazioni su eventuali discussioni medico-paziente riguardo ai benefici e ai rischi dello screening né sui successivi percorsi diagnostici effettivamente intrapresi in caso di PSA elevato. Lo studio include esclusivamente le prestazioni (test del PSA) effettuate nel sistema sanitario pubblico e nelle strutture private convenzionate, escludendo quelli in strutture private non convenzionate, con possibile sottostima della copertura reale.

Un’ulteriore criticità riguarda la scelta temporale del disegno. L’esclusione del 2020 si è resa necessaria a causa della drastica riduzione dei servizi sanitari durante la prima ondata pandemica di COVID-19. Gli anni 2021-2022, tuttavia, hanno continuato a risentire dell’andamento irregolare delle prestazioni caratterizzato dall’effetto stop-and-go e da fenomeni di recupero (catch-up). Pertanto, la misura della copertura delle prestazioni analizzate è relativa a 5 anni di attività, ma a 6 anni di calendario.

Nonostante queste criticità, l’ampiezza della popolazione analizzata e l’elevata qualità delle banche dati dell’ATS di Milano consentono di tracciare un quadro attendibile della pratica reale.

Conclusioni

Guardando al futuro, sarà cruciale monitorare l’impatto dell’implementazione del programma di screening regionale organizzato, valutandone l’efficacia in termini di diagnosi precoce, riduzione della mortalità specifica e minimizzazione degli effetti collaterali, come biopsie e interventi potenzialmente evitabili. L’obiettivo auspicato è di superare progressivamente l’approccio opportunistico adottando criteri di eleggibilità ben definiti e un impiego mirato della mpMRI, per promuovere uno screening più razionale ed equo.

In conclusione, i dati raccolti indicano che, nell’ATS di Milano, il PSA viene frequentemente impiegato a scopo di screening opportunistico, con un coinvolgimento esteso di soggetti non sempre allineati alle linee guida più recenti, per i quali non è raccomandato, e talvolta con condizioni di salute non ideali per un’efficace riduzione della mortalità specifica.23 L’avvio del programma regionale di screening organizzato, sostenuto dall’utilizzo della risonanza magnetica multiparametrica, rappresenta un’opportunità per migliorare la qualità e l’appropriatezza delle diagnosi di carcinoma prostatico.23 È auspicabile che, attraverso un’offerta mirata, un’informazione adeguata e una corretta gestione, si possa ridurre il numero di test inappropriati e garantire una diagnosi più tempestiva nelle fasce di popolazione che possono effettivamente trarne beneficio.

Conflitti di interesse dichiarati: nessuno.

Finanziamenti: il presente studio è stato realizzato grazie al sostegno del Programma Operativo Regionale (POR) di Regione Lombardia, cofinanziato dai Fondi Strutturali Europei - POR FESR 20142020: DELIBERAZIONE N° XII / 2173 Seduta del 15/04/2024.

Con Decreto della Direzione Generale Welfare N. 8394 Del 31/05/2024 Regione Lombardia ha assegnato ad ATS della Città Metropolitana di Milano un finanziamento complessivo di € 40.000 destinato allo sviluppo di analisi epidemiologiche di supporto all’introduzione del nuovo programma di screening prostatico.

ATS Milano ha recepito il finanziamento mediante Determinazione del Direttore Generale N. 584 del 10/07/2024, impegnando la quota di cofinanziamento prevista con fondi propri e avviando le attività oggetto del presente articolo.

I fondi sono stati utilizzati esclusivamente per finanziare un contratto libero professionale per la pulizia dei flussi amministrativi e sanitari; analisi statistiche e validazione metodologica; redazione di articoli scientifici.

Ringraziamenti: desideriamo ringraziare il Dipartimento Programmazione, Accreditamento e Acquisto delle Prestazioni Sanitarie e Sociosanitarie (PAAPSS) dell’ATS della Città Metropolitana di Milano e, in particolare, la Dr.ssa Nadia Rossella Da Re, per il costante supporto assicurato in tutte le fasi del progetto. 

Un dovuto ringraziamento va inoltre a tutte le strutture di ricovero e cura pubbliche e private accreditate e contrattualizzate con il Servizio Sanitario Regionale della Lombardia, che hanno messo a disposizione i dati amministrativi, adempiendo agli obblighi di “debito informativo” sanciti dall’art. 22 della L.R. 33/2009 e richiamati negli allegati 4 e 5 delle D.G.R. XII/1827 del 31 gennaio 2024 e XII/3720 del 30 dicembre 2024. Tali contratti di esercizio, rinnovati annualmente, stabiliscono obiettivi quantitativi e qualitativi e garantiscono completezza, tempestività e accuratezza dei flussi informativi utilizzati dall’ATS per le proprie funzioni di governo dell’offerta, della domanda e dei bisogni sanitari, a tutela della salute della popolazione. Infine, ringraziamo la Direzione Strategica dell’ATS, il cui sostegno e indirizzo, formalizzati nei citati documenti programmatori, promuovono l’utilizzo secondario dei dati amministrativi a fini di sanità pubblica e di ricerca, rendendo possibili analisi come quella qui presentata.

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