L’invecchiamento accelerato della popolazione italiana è finalmente diventato un tema importante del discorso pubblico. I media citano e discutono gli indicatori demografici che ne enfatizzano la dimensione, dall’indice di vecchiaia, che ha raggiunto il 208% nel 2025 (nel 2004 era 138%), all’indice di dipendenza strutturale (popolazione non attiva su popolazione attiva) del 58%, che ci colloca fra le prime 2-3 posizione a livello mondiale (Indicatori demografici ISTAT). Abbiamo anche il primato dell’attesa di vita media alla nascita, 83,5 anni, indicatore che ha ripreso a crescere con velocità ancora impressionante dopo la pandemia Covid: 3 mesi all’anno. Anche il Global Burden of Disease commentato su E&P indica la buona attesa di vita nel nostro Paese. Sono però assenti dal discorso pubblico le due seguenti questioni

L’attesa di vita in buone condizioni di salute non aumenta

Nel 2024, degli 83,5 anni di attesa di vita, solo 58 anni erano vissuti in buone condizioni di salute, in calo rispetto al 2023 (59,1 anni) e senza aumenti nei 10 anni precedenti (58,2 anni). A 65 anni ci si attende di vivere senza limitazioni altri 10,4 anni, poco meno del valore 2023 (10,6 anni). L’aumento dell’attesa di vita totale e insieme la stasi dell’attesa di vita in buone condizioni di salute indicano un sistema sociale e sanitario che funziona solo nella sua componente di cura ma non in quella della prevenzione.

La gobba della piramide per età della popolazione supererà i 60 anni nel prossimo decennio

Il secondo dato viene dalla piramide per età della popolazione. Nei prossimi 10 anni la coorte più numerosa della piramide italiana, quella nata fra il 1965 e il 1974, sarà in età di pensione, lascerà il lavoro e comincerà a gravare sul sistema pensionistico. Il welfare italiana sarà sottoposto ad uno stress eccezionale. L’indice di vecchiaia nel 2036 schizzerà a 293, la popolazione di 65 e più anni passerà dal 25% del 2026 al 30% nel 2036.

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L’invecchiamento, il problema dei problemi

Oggi, nel 2026, l'insieme di questi elementi fa dell’invecchiamento il principale problema di salute della  popolazione italiana, che si rifletterà in quasi tutti gli ambiti della salute: determinerà un aumento critico del numero persone affette da malattie croniche non trasmissibili, aumenteranno gli incidenti domestici, le infezioni ospedaliere, l’impatto delle ondate di calore, per solo effetto dell’aumento della proporzione di persone anziane. Per non parlare della maggiore vulnerabilità del lavoratore anziano e dello stress sociale determinato dall’uscita dal lavoro di milioni di persone in pochi anni.
Di tutto questo, però, poco traspare nella bozza del nuovo Piano Nazionale Prevenzione (PNP) 2026-2031, già in possesso delle Regioni.

Il tema dell’invecchiamento della popolazione viene appena accennato nella premessa al Piano, nei macro-obiettivi, mentre è ben presente in un programma pre-definito indicato nella bozza come  PP11, Prevenzione nella gestione integrata della cronicità. Questo però adotta un approccio prevalentemente clinico, privilegiando la diagnosi precoce e gestione per persone con rischio aumentato, dando molta enfasi ai Percorso di Prevenzione diagnosi e cura (PPDTA). Si tratta di indicazioni essenziali, ma che incidono solo marginalmente sul problema principale italiano: la prevenzione della cronicità. A questo fine vengono in realtà suggeriti molti interventi: tra quelli più citati vi sono l’attività fisica adattata, i gruppi di cammino, le palestre della salute, la cessazione dell’uso di tabacco attraverso i centri antifumo. Si tratta di interventi che, per la loro caratteristica, raggiungono solo gruppi di popolazione specifici, che difficilmente possono garantire una copertura rilevante della popolazione. Senza citare il ben conosciuto rischio di accentuare le diseguaglianze, per la maggiore propensione ad accedere a questi interventi da parte delle fasce di popolazioni più avvantaggiate.

Eppure il Madrid International Plan of Action on Ageing (MIPAA) dell’United Nations Economic Commission for Europe (UNECE), a cui l’Italia aderisce, ha come primo commitment Mainstreaming ageing in all policy fields. Oggi più che mai sembra essenziale mettere in pratica questo commitment: la parte più acuta della crisi demografico-epidemiologica è già qui e diventerà più grave nei prossimi anni. 

Ridurre l’incidenza di malattie croniche, attraverso interventi di prevenzione mirati alla popolazione adulta o anziana, porterebbe ad una rapida riduzione della prevalenza, e a una conseguente riduzione della pressione sul servizio sanitario (oltre naturalmente a un maggior benessere della popolazione), come il rapporto Fit not Fat dell’OECD ci ricorda. Ma questo può avvenire solo se vengono concentrate sufficienti risorse su quella fascia di popolazione che ha maggior probabilità di ammalarsi entro pochi anni. Intervenire sulle scuole, uno dei setting più citati dalla bozza del PNP 2026-31, avrà certamente il meritorio effetto di ridurre la prevalenza di fattori di rischio ma l’impatto sull'incidenza di malattia sarà spostato decenni più avanti nel tempo. Al contrario, intervenire sulla riduzione del consumo di zuccheri o nell’aumento dell’attività fisica fra gli adulti porterebbe invece rapidamente a una riduzione del rischio di diabete e di sue riacutizzazioni, di sovrappeso, e quindi di trattamenti e interventi costosi.

Mainstreaming ageing vuol dire che le Case della comunità, nell’ambito della promozione della salute, dovrebbero aver programmi specifici rivolti agli adulti e anziani per la prevenzione delle cadute, per la promozione dell’attività fisica e della dieta corretta.

Mainstreaming ageing vuol dire anche pensare ad altri i settori delle politiche pubbliche in un’ottica di Health in all policies (molto citata e poco concretizzata nella bozza di Piano). Ad esempio le politiche per la casa, per promuovere la permanenza in casa e prevenire il rischio di cadute, le politiche per il lavoro, in cui l’invecchiamento della popolazione lavoratrice richiederebbe adattamenti del luogo di lavoro, l’adattamento delle mansioni e programmi specifici all’interno del WHP. Peraltro la bozza di Piano non cita neppure le disposizioni sull’invecchiamento attivo della legge 33/2023, né il d.lgs. 29/2024 che ne definisce l’attuazione.

Mainstreaming ageing, in poche parole, significa riconoscere che oggi l’invecchiamento è un problema da affrontare con più urgenza rispetto ad altri e che quindi è necessario dare maggiore enfasi agli interventi di prevenzione sugli adulti. Questo potrebbe entrare in conflitto con uno dei pilastri del Piano: il life-course approach, cioè un approccio che vede gli interventi di prevenzione uniformemente distribuiti in tutte le fasi della vita. Inoltre potrebbe contrapporre le generazioni, aumentando la percezione dei giovani di essere esclusi dalle politiche sociali. Ma la Politica ha tutti gli strumenti per affrontare e gestire problemi come questo, una volta identificata la priorità di intervento. 

Peraltro la bozza del nuovo PNP contiene un’importante opportunità nella valutazione delle ricadute di salute e della sostenibilità delle azioni, come richiesto dai paragrafi 5.1, Governance nazionale, e 5.2, Governance regionale. Effettuare una seria valutazione d’impatto di un Piano che pratichi il Mainstreaming ageing permetterebbe di concretizzare la consapevolezza delle ricadute di salute e di sostenibilità di questa scelta.

Forse le regioni possono ancora, nell’ambito della loro autonomia, riparare alla miopia degli estensori del documento: esse sono tenute a costruire un Quadro logico regionale (Qlr) su cui sviluppare i PRP (capitolo 4.1 della bozza di Piano), che richiede una valutazione del profilo di salute ed equità regionale. Se questo contenesse un’analisi realistica dell’impatto dell’invecchiamento sulla salute della popolazione dei prossimi anni, la programmazione regionale potrebbe ancora prevedere una maggiore intensità di intervento per la prevenzione della popolazione adulta-anziana in modo trasversale.

Auspicando che non sia troppo tardi...

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