Evviva è finito il burro! Questo è il titolo di un celebre fotomontaggio di John Heartfield, Hurrah di Butter ist alle, pubblicato nel dicembre del 1935 dalla Arbeiter Illustrierte Zeitung (AIZ, un settimanale socialista pubblicato in esilio a Praga) nel quale si vede una famiglia che banchetta allegramente con pezzi di artiglieria, bombe a mano e ferraglia varia.

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https://www.johnheartfield.com/John-Heartfield-Exhibition/

Il legame indissolubile tra aumento delle spese militari e diminuzione di quelle di altri settori (tipicamente sanità, istruzione, sicurezza sociale) è stato confermato ed evidenziato anche recentemente dal Fondo monetario internazionale e da ISTAT, come abbiamo riportato nel post precedente.

Togliendo i riferimenti al nazismo (rimaniamo ottimisti!), lo scenario futuro italiano ed europeo potrebbe quindi assomigliare proprio a quello del fotomontaggio di Heartfield, se consideriamo l’entità delle spese militari attuali, il loro trend in forte aumento e la conseguente ed inevitabile diminuzione di quelle sociali.

Qualcuno di fronte alle evidenze cerca di ridimensionare il problema sostenendo che gli investimenti nel settore militare creano molti posti di lavoro e aumentano significativamente il PIL e, quindi, il benessere degli italiani (e di riflesso la salute). Insomma, investire nel militare sarebbe non solo importante per la sicurezza e la garanzia della pace, ma sarebbe anche un mezzo efficace per sostenere l’economia e l’occupazione.  Andiamo a vedere.

In Germania Moritz Schularick, il presidente del Kiel Institut für Weltwirtschaft, favorevole all’aumento delle spese militari, stima che l’effetto moltiplicatore fiscale degli investimenti nel settore militare sia di 1, vale a dire: per ogni euro di investimenti nel settore militare il PIL aumenterebbe di un euro. Lasciando da parte la necessaria critica ad un sistema economico che si basa sulla crescita continua del PIL, è comunque importante valutare la coerenza interna delle affermazioni nel sistema così com’è attualmente. Da questo punto di vista ci viene in aiuto l’economista Tom Krebs dell’Università di Mannheim che ha predisposto una perizia sull’argomento indirizzata al Parlamento tedesco nella quale riporta le diverse stime dell’effetto moltiplicatore fiscale degli investimenti militari (che variano da 0,6 a 1,5), aggiungendo una sua stima che si aggira attorno a 0,5. Tuttavia, anche le stime più rosee del possibile impatto sul PIL degli investimenti militari sono di gran lunga inferiori a quelle di investimenti in altri settori, in primis in quello socio-sanitario. Per esempio, ogni euro investito in asili nido si stima produca 3 euro di aumento del PIL. Il doppio di quanto lasciano sperare anche le più ottimistiche previsioni relative allo sviluppo militare, il triplo partendo dalla previsione del Kiel Institut e 6 volte quelle del prof. Krebs.

Come si spiega lo scarso rendimento degli investimenti militari? Il settore militare è un settore ad alta intensità di capitale, vale a dire dipende più da tecnologie, materie prime e altri mezzi di produzione costosi che da manodopera. Dipende, inoltre, in parte da importazioni dall’estero. Infine, i prodotti non hanno ulteriori effetti positivi (un carro armato rimane lì, nella migliore delle ipotesi). Completamente diversa è la situazione nel settore dei servizi socio-sanitari. È a bassa intensità di capitale, non dipende da importazioni dall’estero, mentre si basa molto sul lavoro delle persone. Investimenti in questo settore incrementano quindi fortemente il numero di posti di lavoro e hanno anche effetti a cascata positivi. Per esempio, nel caso degli asili nido, di riflesso permetterebbero un aumento dell’occupazione femminile altrimenti maggiormente assorbita dal lavoro non retribuito della riproduzione sociale.

In sintesi, non occorre farsi delle illusioni: puntare sull’industria militare non è il metodo più efficace per affrontare crisi economiche e occupazionali. A questo ragionamento vanno aggiunti altri due elementi fondamentali:

  1. produrre più armi aumenta la probabilità che alla fine vengano utilizzate e che quindi si realizzi il pericolo dal quale pretendono di proteggerci;
  2. investire nel militare significa investire in un settore che dipende notevolmente dai combustibili fossili, peggiorando ulteriormente la già grave situazione climatica, mettendo a rischio il futuro della civiltà umana anche da questo punto di vista.

In questo contesto il Gruppo di lavoro di promozione della pace dell’AIE ha preparato un’infografica che propone due esempi concreti di utilizzo alternativo degli investimenti destinati al settore militare, allo scopo di fornire qualche strumento in più a chi si impegna contro il riarmo e il militarismo, ponendo al centro delle proprie riflessioni la promozione della salute. Se investissimo i 23 miliardi di spese militari aggiuntive previste per il prossimo triennio in finalità sanitarie e sociali potremmo garantire l’assistenza a domicilio gratuita con badanti a tutte le persone non autosufficienti (con effetti che sarebbero anche favorevoli dal punto di vista occupazionale, fiscale e del pil). Oppure potremmo rendere gratuite tutte le cure odontoiatriche. Sono solo due esempi per evidenziare la possibilità concreta di scelte economiche che possano essere veramente funzionali alla costruzione di un futuro più sicuro, con salute e benessere per tutti. Scenari alternativi necessari anche per radicare nel socioeconomico il pacifismo, che altrimenti rischia di ridursi a parole, come ci avvertiva Danilo Dolci1. Una volta tolti i soldi dalle grinfie dei bellicisti si potrebbe avviare un processo partecipato per decidere a quali settori destinare gli investimenti aggiuntivi, introducendo elementi democratici anche nella sfera economica e della produzione.

 

Bibliografia

  1. Danilo Dolci, L’educazione, Edizioni di Comunità, Roma, 2020, p. 55

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