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Negli ultimi tempi si è discusso molto del numero chiuso per l'accesso al corso di laurea in Medicina. Ma non si è discusso altrettanto sui contenuti della didattica per diventare medici, nonostante i ruoli del medico oggi non siano certo gli stessi di quelli di tempi della legge Casati del 1959, che fissava l’ordinamento didattico nel Regno di Sardegna, poi ratificata nel 1861 dal nuovo Stato Italiano. Nei decenni successivi sino ad oggi, sono state apportate varie modifiche sinteticamente descritte nella seguente tabella:

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Unica importante critica, peraltro del tutto inascoltata, è stata formulata da Giulio Alfredo Maccacaro in Una facoltà di medicina capovolta Intervista pubblicata su Tempo Medico, novembre 1971, ristampata in G.A. Maccacaro, Per una medicina da rinnovare, Scritti 1966-1976, Feltrinelli, Milano, 1979, pp. 377-382. Al proposito si veda anche la rilettura che ne fa Angelo Stefanini sul sito Salute Internazionale

Per impostare una nuova didattica si dovrebbe partire innanzitutto da quello che si vorrebbe fosse il ruolo del medico nella società, e quindi definire come e quale si vorrebbe fosse la nostra società. Ma non volendo, o non potendo, ragionare abbracciando una visione direi utopica oggi non raggiungibile, per lo meno sarebbe necessario chiedersi quale figura e quali ruoli si vuole oggi che siano assegnati a un medico, e come prepararlo di conseguenza.

Molte facoltà universitarie hanno negli ultimi anni introdotto dei corsi di laurea articolati in un corso triennale e un successivo corso biennale specialistico e di argomenti tra di loro anche molto differenziati. Si pensi ai corsi di laurea in Ingegneria gestionale, Ingegneria elettronica, Ingegneria informatica ecc. ovvero ai corsi di laurea in Economia Ambientale e dello Sviluppo, Economia e Management dello Sport, Economia della Cultura e della Creatività, ecc. La laurea in Medicina, invece, sino ad oggi è sempre stata una laurea in Medicina e Chirurgia di sei anni e si è differenziata solo separando la laurea in Odontoiatria [D.P.R. n. 135 del 28 febbraio 1980].

Allora sarebbe corretto porsi la domanda se tutte le figure e tutti i ruoli della professione medica necessitino di una formazione unica di base della durata di sei anni differenziandosi solo dopo nelle scuole di specialità. Non è forse ipotizzabile invece una "laurea breve in scienze mediche" cui far seguire lauree specialistiche, poi ulteriormente diversificate nelle scuole di specialità? La fase didattica di trasferimento di conoscenze teoriche può più facilmente essere comune a tutti gli orientamenti, mentre la fase di apprendimento pratico deve essere più propriamente orientata al ruolo medico scelto dallo studente. 

L'attuale funzione del medico di base, ad esempio, potrebbe essere più correttamente svolta da un medico con competenze anche sociali, ambientali, epidemiologiche e preventive non potendo invece queste essere possedute pienamente da un medico clinico ospedaliero che deve possedere adeguate competenze diagnostiche e terapeutiche.

Sono necessari sei anni di preparazione di base indistinta sia per lo psichiatra che per l'ortopedico, sia per il pediatra che per l'ostetrico, sia per il radiologo che per il medico del lavoro? O sarebbe pensabile una preparazione di base comune più breve e poi una successiva già differenziata?

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Ho insegnato in facoltà di medicina avendo la cattedra di Economia Sanitaria ed è stata una esperienza molto faticosa perché tutti gli studenti vivevano con estraneità questo "strano" insegnamento e spero ciò non fosse dovuto a mia incapacità bensì a una formazione tutta orientata esclusivamente sui singoli apparati e non sulla relazione tra salute e società.

Come un qualsiasi manager senza una cultura e una competenza sanitaria non può svolgere egregiamente le funzioni di direttore generale di una azienda sanitaria, così non può svolgerlo un medico senza cultura economica e competenze manageriali. Ed è meglio che queste siano acquisite dopo una preparazione medica comune a tutti i ruoli o che invece si acquisisca la mentalità manageriale durante la formazione medica di base.

Lo stesso si può dire per il medico di base cui oggi vengono assegnati ruoli e compiti anche molto diversi da quelli di un clinico, con il rischio di non aver competenze cliniche sufficienti e aggiornate e non saper svolgere egregiamente il ruolo che dovrebbe avere e che comprende capacità e mentalità non esclusivamente cliniche.

Cento anni fa le differenze tra un medico condotto e un medico ospedaliero non erano certo così forti come lo sono oggi, e un buon clinico ospedaliero si troverebbe a disagio a svolgere compiti da medico di base e viceversa un buon medico di base non sarebbe un buon medico ospedaliero.

Non so se questi spunti di riflessione siano utili a una riforma del corso di laurea in medicina, ma una riforma del servizio sanitario non può essere avulsa da una riforma dei processi di formazione dei futuri operatori. Nel 1878 Raseri indicava il valore di 0,61 medici ogni 1.000 abitanti, che significava una stima di circa 16.000 medici; oggi l'OECD dà per l'Italia la stima di 5,4 medici praticanti ogni 1.000 abitanti, cioè circa 315.000 medici in attività, mentre gli iscritti all'albo sarebbero più di 400.000.

Il futuro del SSN dipenderà certamente anche dal sistema didattico dei futuri medici e sarà importante che la didattica venga quindi orientata ai compiti e alle attività che essi dovranno svolgere. Una didattica non si cambia con un decreto, ma deve essere preparata, discussa, accettata. Molte saranno le resistenze ai cambiamenti da parte dei poteri accademici, ma se si vuole migliorare la sanità non si può prescindere anche dall'adeguare e migliorare la preparazione dei sanitari.

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