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Nuovo Piano Sanitario Nazionale: una cosa seria o una riedizione dei “discorsi del tubo”?
È uscita il 22 maggio su Quotidiano Sanità la notizia che il nuovo Piano Sanitario Nazionale è al rush finale. Nell’articolo si forniscono alcuni riferimenti alle direttrici di quella «cornice strategica per orientare le politiche sanitarie dei prossimi anni» che il Piano dovrebbe contenere. In questi stessi giorni stanno circolando alcuni grafici che mettono in evidenza come l’Italia sia in Europa il fanalino di coda come crescita e sia in testa come rapporto debito /PIL. Sempre in questi giorni è uscito il Rapporto Annuale dell’ISTAT 2026 le cui prime indicazioni mi risparmio la fatica di commentarle perché ci ha pensato Il Sole 24 ORE:
l’edizione di quest’anno fotografa un’Italia che cresce poco, invecchia molto e continua a scaricare sulle famiglie – e soprattutto sulle donne – il peso della cura e della tenuta sociale. Secondo i primi dati, il Pil reale resta quasi fermo rispetto a quasi vent’anni fa, la povertà assoluta non rientra, il potere d’acquisto fatica a recuperare l’inflazione e la mobilità sociale si è inceppata.
La ricostruzione del contesto internazionale la risparmio anche perché i suoi effetti sulla salute mondiale sono stati benissimo descritti qui su E&P da Francesco Forastiere. E anche qui pigramente cito:
non c’è salute in un pianeta in fiamme; il futuro energetico è impensabile senza le fonti rinnovabili; non può esserci transizione ecologica senza una cultura e una pratica della pace.
È in questo contesto che, pare, il Ministero della Salute sta lavorando al Piano. Dico pare, perché non mi risultano documenti preparatori, bozze in progress e comunque materiali utili per capire come ci si sta muovendo. In teoria, la sfida del nuovo Piano Sanitario Nazionale (PSN) dovrebbe essere quella di indicare la strada con cui riuscire a mantenere fermi (o a rivedere) i principi che dalla nascita hanno caratterizzato il Servizio Sanitario Nazionale (SSN): globalità, universalità ed equità garantite dalla fiscalità generale. In giro ci sono evidenti spinte a ripensare il nostro SSN lungo due direttrici che tra loro si intrecciano: il ridimensionamento del diritto alla salute (e quindi la riduzione del perimetro dei Livelli Essenziali di Assistenza) e lo sviluppo del cosiddetto secondo pilastro, la sanità delle Assicurazioni e dei Fondi Integrativi che sono una versione aggiornata delle vecchie mutue, tornate di gran voga.
Ma perché un nuovo Piano Sanitario Nazionale proprio adesso?
La motivazione dovrebbe essere quella che in Italia l’ultimo PSN è stato quello 2016-2018 e che la Legge 833/1978 lo prevedeva invece come strumento fondamentale della programmazione dedicandogli il lungo art. 23, che invito a rileggere. In totale di PSN ne sono stati approvati quattro (gli altri tre sono quelli 1994-1996, 1998-2000 e 2003-2005) e negli ultimi 20 anni il PSN è stato sostituito da una fioritura di atti e di provvedimenti di settore che evidentemente non hanno funzionato e comunque non stanno funzionando. Per rimanere a quelli di tipo organizzativo ci sono stati ad esempio i due decreti sul riordino dell'assistenza ospedaliera (Decreto Ministeriale 70 del 2015) e sul riordino dell'assistenza territoriale (Decreto Ministeriale 77 del 2022) e una serie di piani di settore sia periodici (come il Piano Nazionale della Prevenzione la cui ultima edizione 2026-2031 è stata approvata pochi giorni fa con una Intesa Stato-Regioni) sia una tantum o comunque rivisti senza una periodicità fissa come il Piano Nazionale Demenze approvato nel 2014 e il Piano Nazionale della cronicità approvato nel 2016. Altri Piani Nazionali che girano sono quelli sul Governo delle Liste d’Attesa, quello Pandemico, quello sulla Salute Mentale, quello sul Contrasto all'Antibiotico-resistenza, quello Oncologico e quello sulle Malattie rare. Aggiungiamo una altrettanto lunga serie di iniziative su singoli processi, come ad esempio l'introduzione della telemedicina e la costruzione di reti cliniche, su cui si producono linee di indirizzo e report di monitoraggio.
Le Regioni invece hanno continuato, anche qui come su tutto il resto in modo molto disomogeneo, a produrre Piani Sanitari Regionali. Di recente, nel dicembre del 2025 è stato fatto da Salutequità il punto della situazione della programmazione nazionale e regionale e per quanto riguarda le Regioni i risultati della verifica sono riportati in una scheda. La sintesi è che al momento della verifica 10 Regioni avevano in vigore un Piano sanitario integrato sociosanitario. Poi alcune stavano provvedendo alla revisione di un piano sanitario o sociosanitario vecchio, mentre altre si erano date altri strumenti programmatori. Insomma, ogni Regione va per la sua strada.
In definitiva, di un Piano Sanitario Nazionale ci sarebbe bisogno non fosse altro che per la necessità di dare un riferimento comune ai processi necessari ad affrontare la crisi del SSN. Ci sono capitoli fondamentali che andrebbero affrontati e che non sono attualmente oggetto di Piani di settore come quello relativo alla politica del personale, ambito in cui ci sono criticità enormi come la carenza di infermieri e medici specialisti nell’area dell’emergenza-urgenza e la crisi della figura del medico di medicina generale.
Il problema è quale PSN? Una prima criticità è rappresentata dalla separazione della programmazione sanitaria da quella sociale. In quest’ultimo ambito è stato approvato il Piano nazionale degli interventi e dei servizi sociali 2024-2026, ma sembra fuori dal tempo tenere distinte le due programmazioni.
Una seconda e ancor più grande criticità è rappresentata dai contenuti del PSN, che dovrebbero essere incisivi e non solo suonare bene. A questo punto viene bene un ricordo personale che è anche un pezzo di storia dell'epidemiologia. I primi anni dopo l’approvazione della Riforma sanitaria del 1978 ci fu una fioritura di Piani Sanitari Regionali. Questi Piani si riempirono rapidamente di una serie di espressioni gergali che diventarono subito familiari a chi le leggeva:
- «un organico collegamento interdisciplinare»
- «non sottacendo ma anzi puntualizzando»
- «l'annullamento di ogni ghettizzazione»
- «in un ambito territoriale omogeneo, ai diversi livelli»
- «puntuale corrispondenza fra obiettivi e risorse»
- «un indispensabile salto di qualità»
- «il coinvolgimento attivo di operatori e utenti»
e una infinità di altre.
In quel periodo, novembre 1980, si tenne (e io casualmente partecipai) a Montecatini Terme un atelier sui problemi della formazione del personale dirigente delle neonate Unità Sanitarie Locali coordinato dal prof. J.J. Guilbert (una sorta di guru di un nuovo approccio alla pedagogia in sanità). Al seminario parteciparono alcune delle menti più acute tra gli epidemiologi dell’epoca tra cui Marco Marchi, Piero (Pierluigi) Morosini e Carlo Perucci e in quell’occasione si cominciò a impostare il GAPS, un Generatore Automatico di Piani Sanitari. Bastava combinare una serie di frasi messe a disposizione allo scopo e venivano fuori testi inutili che suonavano bene. Un esempio si trova in questa tabella. Poi Marco Marchi e Piero Morosini continuarono a lavorarci e la cosa finì persino su Il Corriere della Sera e in un gioco (Il Tubolario) poi ritirato dal commercio, la cui descrizione è ancora reperibile in rete.
Il rischio che il PSN predisposto da questo Governo e questo Ministro sia da discorsi del tubo è elevatissimo, sia perché non è finanziato e poi perché la sua approvazione ha con ogni probabilità esclusive finalità politiche. L’anno prossimo ci saranno le elezioni politiche e siccome sulla sanità il Governo non ha toccato palla (espressione cara agli animatori dei talk show politici che impazzano sulle televisioni) approvare il primo PSN dopo tanti anni dall'approvazione dell’ultimo sarebbe un colpo a effetto. Basta leggere le prime indiscrezioni sul testo riportate molto utilmente da Quotidiano Sanità per capire che siamo in presenza di un generatore automatico che si è rinnovato nelle espressioni, ma non nel metodo. Una frase a caso:
La prevenzione è indicata come uno dei principali terreni di investimento. L’obiettivo è integrare prevenzione primaria, secondaria e terziaria nell’assistenza territoriale, evitando una logica a silos. In questa prospettiva il medico di medicina generale viene individuato come agente di prevenzione attiva, mentre il Fascicolo sanitario elettronico viene considerato un abilitatore della medicina di iniziativa preventiva.
Se confrontiamo questa frase con la realtà ci rendiamo subito conto di quanto l’effetto Tubolario sia certo: la prevenzione non è nemmeno nominata nel disegno di legge delega presentato dal Governo a inizio anno, la figura del medico di medicina generale sta attraversando una crisi di rapporti con il Governo che potrebbe sfociare in manifestazioni clamorose e il Fascicolo sanitario elettronico sta accusando gravissimi ritardi in molte Regioni. Come dicono a Roma: ma de che stamo a parlà?
Rimane la domandona finale: che fare?
Ci aiuta a dare una risposta Goffredo Fofi, che invita a fare quattro cose: “resistere, studiare, far rete...”. Per la quarta rimando alla fonte originale e propongo di sostituirla con la produzione di una nuova edizione aggiornata del Generatore Automatico di Piani Sanitari che ad esempio contenga frasi come:
- «perché case della comunità e ospedali di comunità non rimangano scatole vuote»
- «sviluppando forme di interprofessionalità avanzata»
- «anche attraverso un utilizzo della intelligenza artificiale;»
- «attraverso forme di engagement ed empowerment di pazienti e famiglie»
- «il ricorso sistematico all’Health Technology Assessment»
- e l’immancabile «in un'ottica one health».
Chi vuole si diverta a continuare.
Parole chiave: sanità
