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Prevenzione
Ebola: primo caso in Europa
Mercoledì 24 giugno in Francia è stato diagnosticato un caso di malattia Ebola, in un medico che aveva viaggiato nella Repubblica Democratica del Congo (DRC), operante in un’organizzazione umanitaria. L’evento non è completamente inatteso, dato che nel 2014-2016 nella più grande epidemia di Ebola, sia per numero di focolai sia per numero di casi e decessi segnalati (28.652 casi confermati, probabili e sospetti, con 11.325 decessi), i casi furono identificati in 10 diversi Paesi, inclusa Spagna, Regno Unito, Italia e Stati Uniti d’America. La mobilità legata ai viaggi internazionali e l’aspecificità dei primi sintomi di infezione rendono altamente plausibile l’importazione di casi in aree anche lontane.
La storia naturale dell’infezione da virus Ebola inizia con un tempo di incubazione in media di 1-2 settimane e insorgenza di febbre, astenia, dolori addominali, cefalea, mialgia, mal di gola. Dopo una settimana può insorgere esantema seguito da complicazioni emorragiche che possono portare a morte nel giro di una decina di giorni. Sono state identificate 6 diverse specie di virus Ebola. Finora la specie Zaire è quella che ha causato le maggiori epidemie ed infatti contro questa specie è stato messo a punto un vaccino. L’attuale epidemia è invece dovuta a virus Bundibugyo (BDBV).
Tenere lontane le infezioni non basta, occorre la sorveglianza
La prima misura di prevenzione, istituita anche in Italia con un’ordinanza del 29 maggio 2026, è quella di ridurre la probabilità di importazione, identificare eventuali casi tra i viaggiatori provenienti dalle aree infette o che sono stati in aree a rischio nei 21 giorni prima dell’arrivo in Italia. Il problema pratico è che, dato che non ci sono voli diretti dalle zone infette, nessun viaggiatore viene identificato automaticamente, ma ci affidiamo ad autodichiarazioni che i nuovi arrivati (se lo sanno, se leggono l’italiano, eccetera) “devono entro 24 ore compilare, firmare e inviare al Dipartimento di prevenzione della ASL di residenza o domicilio”. La circolare del 29 maggio chiarisce ulteriormente che “i vettori aerei e gli armatori che accedono al territorio nazionale assicurano adeguata informazione ai passeggeri provenienti, direttamente o indirettamente, dalle aree di cui sopra e curano, per quanto di competenza, la raccolta e la consegna della dichiarazione sanitaria alle Autorità sanitarie competenti.” Inoltre per rispetto alle norme sulla confidenzialità dei dati, “la raccolta della suddetta documentazione dovrà avvenire con modalità idonee, come ad esempio plico in busta chiusa”. Sull’efficacia ed efficienza di questo tipo di filtro e di flusso informativo si potrebbe discutere.
Misure per rinforzare la sorveglianza e la rapida identificazione di persone esposte o sospetti casi sono state raccomandate dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, mentre la chiusura dei confini non è considerata utile o raccomandabile. Negli USA dal 18 di maggio sono state introdotte temporanee restrizioni (reiterate il 21 giugno) all’ingresso di viaggiatori di nazionalità non-statunitense che nei 21 giorni precedenti sono stati in DRC, Uganda o Sud Sudan. In Africa l’Uganda (che ha già registrato 20 casi e 2 decessi) ha chiuso i confini con DRC, A fine maggio gli USA hanno annunciato che avrebbero messo in quarantena in Kenya i cittadini Americani provenienti dalle aree infette, ma la decisione è stata subito bloccata da una corte keniota.
C’è largo consenso sul fatto che tenere lontane le infezioni sia una misura di limitata efficacia, data la facilità di contatto tra persone provenienti da luoghi diversi, mentre c’è consenso unanime sul fatto che sia necessario organizzare una sorveglianza sanitaria stringente, una tempestiva capacità diagnostica e ricerca di eventuali contatti.
Malattia della compassione o della mancanza di compassione?
Il caso in Francia è un medico ed in effetti Ebola è stata anche definita come la “malattia della compassione” dato che gran parte dei contagi è dovuta ad esposizioni di contatto diretto con liquidi corporei durante la cura e l’assistenza a persone malate. Il personale sanitario, ma soprattutto i familiari delle persone infette sono le vittime più frequenti, soprattutto in zone in cui tradizioni e riti locali anche in occasione di funerali comportano contatto diretto con persone infette. Qualcuno ha sottolineato come la definizione però si attagli anche alla mancanza di compassione, dato il recente ritiro e la sospensione di molti programmi di supporto sanitario e umanitario. Sarà difficile valutare quanto le attuali decisioni più o meno politiche impatteranno sul decorso della epidemia, però è già stato notato che la ripidissima curva epidemica dell’inizio è differente da quella di tutte le altre epidemie registrate finora ed è spiegabile con un notevole ritardo di identificazione dei primi casi e dei loro contatti, per una minore efficacia dei sistemi di sorveglianza sul territorio. Inoltre i numerosi focolai di infezione indicano una precedente diffusione non riconosciuta.

Al 22 di giugno sono stati confermati 1.114 casi e 279 decessi, mentre nelle epidemie precedenti i tempi di diffusione erano stati più lunghi. In questo contesto le attività di sorveglianza, di rintraccio e messa in isolamento dei contatti, di capacità diagnostiche sono cruciali e richiedono risorse dedicate. Ad oggi si stima che poco più del 60% dei contatti sia stato rintracciato.
Fonti giornalistiche riportano che in questa epidemia sembra che la sintomatologia sia meno grave rispetto ad altre epidemie. Questa notizia è buona e cattiva allo stesso tempo. Buona perché i pazienti potrebbero avere una malattia più lieve (e comunque finora la letalità è stata di circa il 25%), cattiva perché con sintomatologia meno pronunciata le infezioni sono più difficili da identificare e quindi l’epidemia sarebbe più difficile da arrestare.
L'epidemia di Ebola riguarda anche noi
Un articolo su Lancet elenca i fattori che contribuiscono alle epidemie di Ebola ed altre temibili malattie in Africa. Le cause non sono esotiche e folkloristiche situazioni locali, ma oltre alla fragilità dei sistemi sanitari, giocano un ruolo importante i conflitti armati che inducono molte persone a spostarsi e sono spesso alimentati da interessi economici sulle risorse naturali, a cui anche la nostra società non è estranea. Lo sfruttamento delle risorse spinge lavoratori e insediamenti sempre di più nelle aree selvatiche creando le condizioni che favoriscono lo spillover di infezioni zoonotiche e l’innesco di epidemie.
L’epidemia di Ebola può sembrare lontana da noi e confinata a realtà che non ci riguardano, ma il caso identificato in Francia ci deve ricordare che la nostra salute dipende dalla salute di tutti e non ce ne possiamo disinteressare.
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