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Guerra; Pace
Bombe sulle città
Il 28 febbraio Israele e gli Stati Uniti hanno attaccato l’Iran con massicci bombardamenti su Teheran e molte altre città iraniane. Le vittime civili dei bombardamenti sono difficili da stimare, si parla di oltre mille persone in pochi giorni, tra cui 168 alunne e 14 insegnanti di una scuola elementare femminile centrata da un missile americano Tomahawk nel primo giorno del conflitto a Minab, nel Sud dell’Iran. L’operazione denominata Epic Fury, precisa il ministro della guerra statunitense Pete Hegseth, porterà a una vittoria “decisiva, devastante e spietata”, aggiungendo che la potenza aerea impiegata sull’Iran in soli 4 giorni era doppia rispetto a quella della fase iniziale Shock and awe dell’operazione Iraqi Freedom del 2003.
Insieme al diritto internazionale, anche le aspirazioni presenti nella popolazione iraniana di riuscire a disfarsi della dittatura degli ayatollah e di costruire una democrazia vengono compromesse dalle bombe “liberatrici”. Può infatti sorprendere solo gli ingenui che aver ucciso il leader del regime non abbia posto fine alla dittatura e che il risultato della guerra sia invece il caos, la distruzione delle infrastrutture, la sofferenza, l’insicurezza (da tutti i punti di vista), l’incremento dei controlli del regime e i richiami all’unità nazionale e non una splendida democrazia. Un caos che si estende a tutta la regione con effetti a cascata difficilmente prevedibili, ma già percepibili in tutto il mondo.
Come farsi un quadro della situazione e dei possibili sviluppi e impatti sulla salute in assenza di dati e informazioni specifiche e attendibili? Una possibilità potrebbe essere di passare al metodo deduttivo e studiare le caratteristiche generali del fenomeno. In fin dei conti quello a cui assistiamo è un copione che abbiamo visto altre volte. Una guerra condotta da un moderno esercito con bombardamenti dall’alto sulle città del nemico (per ora senza invasione da terra). Per approfondire questo tema è utilissimo un libro appena uscito: Città in guerra di Francesco Chiodelli (Bollati Boringhieri, 2026, 141 pagine).
Chiodelli, che insegna geografia economica e politica presso l’Università di Torino, parte dalla constatazione che da qualche decennio a questa parte la guerra si è urbanizzata, nel senso che i conflitti urbani non sono più un tassello tra tanti altri (scontri in campo aperto, in montagna, sui mari) come in passato, ma sono diventati la forma principale che la guerra assume nella contemporaneità. La ragione di questa progressiva urbanizzazione sta per Chiodelli nell’incrocio di diversi fattori:
- la maggior parte della popolazione mondiale (60%) vive in città, con trend in aumento;
- il terreno urbano offre vantaggi strategici in situazioni di asimmetria;
- la drastica riduzione delle dimensioni degli eserciti, che non sono più in grado di formare fronti o di circondare e inondare le aree urbane (sempre più estese);
- la crescente centralità di armi di precisione che sfruttano la potenzialità di intelligenza artificiale e di sistemi di identificazione e di tracciamento.
L’esito è che si combatte oggi prevalentemente dentro le città, diventate le giungle del presente, con importanti ripercussioni anche sulla salute delle popolazioni esposte. Gaza docet: i vincoli posti dall’opinione pubblica e dal diritto internazionale alla condotta bellica fanno ormai parte del passato. Tutto è permesso e questo può portare fino all’urbicidio, vale a dire alla “distruzione degli edifici e del tessuto urbano in quanto elementi costitutivi dell’urbanità”, come è avvenuto a Sarajevo e ad Aleppo. E come sta avvenendo a Gaza, in quello che è stato definito genocidio da parte di una commissione indipendente delle Nazioni Unite.
Tuttavia, fa notare Chiodelli, le battaglie nelle città “raramente possono essere vinte con il solo dispiegamento di aerei spia, software di identificazione e tracciamento, bombardamenti di precisione. Le truppe di terra sono quasi sempre costrette a entrare nella giungla di cemento (...) perdendo, almeno in parte, il vantaggio competitivo dettato dalla loro supremazia tecnologica”.
Molto interessante è anche la seconda parte del libro nel quale Chiodelli esamina un fenomeno fortemente collegato alle guerre di cui siamo però testimoni a casa nostra: la militarizzazione della vita urbana, ossia, spiega Chiodelli, “l'estensione di ideali, pratiche, tecnologie e immaginari militari agli spazi della quotidianità nelle nostre piazze”. Un'atmosfera di tensione e preoccupazione permanente e alimentata ad arte porta all'introduzione di misure solitamente impiegate in scenari bellici e postbellici. Ne risulta uno stato permanente di guerra potenziale caratterizzato da tre elementi cardinali intrecciati tra di loro:
- leggi che permettono alle autorità pubbliche azioni normalmente considerate illegittime in ambito domestico (Patriot Act, Stato di emergenza, Zone rosse, DASPO urbano eccetera) ;
- l’estensione alla vita quotidiana di tecnologie tipiche dello scenario bellico (sorveglianza dei dati forniti tramite dispositivi elettronici, spesso in un ecosistema urbano in cui la videosorveglianza è pervasiva);
- la comparsa in ambito urbano di elementi fisici che hanno funzioni difensive ed evocano costantemente la possibilità di un conflitto armato (presenza di soldati in tuta mimetica, architettura difensiva). Così nelle città fortificate e governate con uno stile sempre più imprenditoriale, il confine tra guerra e azioni di polizia diventa sempre più labile in un contesto di accresciuta rilevanza economica dell’industria militare e nel quale anche fenomeni inseparabili dalla storia dell’umanità come le migrazioni vengono definiti azioni di guerra ibrida.
Chiudendo il libro di Chiodelli mi sono venute in mente le parole che il deputato socialista Jean Jaurés pronunciò il 7 marzo 1895 in un suo celebre discorso all’assemblea nazionale francese: "La vostra società violenta e caotica, anche quando vuole la pace, anche quando si trova in uno stato di calma apparente, porta sempre in sé la guerra come la nuvola porta in sé la pioggia”.
E se fosse da qui che bisogna partire per affrontare il problema?
Francesco Chiodelli
Città in guerra. Appunti di geopolitica urbana.
Bollati Boringhieri 2026.

Parole chiave: pace
