L’attuale crisi globale, un intreccio pericoloso di conflitti armati, dipendenza energetica e collasso climatico in accelerazione, mette a dura prova non solo la nostra stabilità emotiva, ma anche la bussola etica dell’epidemiologia e della sanità pubblica. Quando le emergenze geopolitiche sembrano giustificare deroghe agli impegni ambientali, la comunità scientifica ha il dovere di ricordare una verità scomoda: non c’è salute in un pianeta in fiamme; il futuro energetico è impensabile senza le fonti rinnovabili; né può esserci transizione ecologica senza una cultura e una pratica della pace.

Il nesso tra fonti fossili e conflitti

Non bisogna essere lettori affezionati di Limes per riconoscere ciò che la storia recente ci insegna: la geopolitica dei combustibili fossili è intrinsecamente legata all’instabilità bellica. O, per dirla come sta girando sui social in questi giorni, «ogni volta che gli americani bombardano un paese, trovano il petrolio». La forte connessione tra guerre e prezzo del petrolio è ben riassunta in Scienza in rete da Jacopo Mengarelli.1 La dipendenza da carbone, petrolio e gas non solo finanzia regimi autoritari e alimenta tensioni per il controllo delle risorse, ma trasforma l'energia stessa in uno strumento di ricatto geopolitico. Ogni nuovo investimento in infrastrutture fossili, giustificato oggi dall'urgenza della "sicurezza energetica", è un'ipoteca sulla salute delle prossime generazioni, ritardando un processo di decarbonizzazione che non è più rimandabile. Come dice Mengarelli: «serve ricordare che la preoccupazione maggiore non deve essere la ricerca di altre fonti di petrolio, come di altri combustibili fossili. Anzi, come sappiamo da decenni, è imprescindibile lasciare più petrolio possibile sottoterra, ridurre la nostra dipendenza da questo come da gas e carbone, e sostituire le fonti energetiche fossili con fotovoltaico ed eolico, insieme alle altre rinnovabili. L’IPCC (a pagina 698 del rapporto  più recente sulla mitigazione del cambiamento climatico)2 riporta chiaramente che "circa il 30% delle riserve di petrolio, il 50% del gas e l'80% del carbone rimarranno non utilizzate se il riscaldamento viene limitato a 2°C. Se il riscaldamento viene limitato a 1,5°C, si prevede che una quota significativamente maggiore di riserve rimarrà non estratta". Ecco perché, invece di trovarci impreparati, come sta accadendo in questi giorni, serve accelerare ancora con sole e vento (risorse che non dipendono dai capricci imperialisti di nessuno), e sbarazzarsi il prima possibile di questi pericolosi combustibili fossili».

E proprio sull’alternativa tra fossili e fonti rinnovabili è intervenuto in un commentary su Nature il 15 aprile l’economista Gernot Wagner, che ha esaminato i problemi attuali relativi al conflitto in Medio Oriente. «Il blocco dello Stretto di Hormuz significa un'impasse fisica che si riverbera sui mercati mondiali delle materie prime. Invece, una volta installato, un pannello solare produce elettricità per anni anche se la catena di approvvigionamento fisica per altri pannelli viene interrotta. Passare a tecnologie che possono solo diventare più economiche e migliori nel tempo è un investimento nella stabilità geopolitica e dei prezzi».3

Le misure sul clima dell’amministrazione Trump nel 2025-2026

L'amministrazione Trump, nel biennio 2025/2026, ha attuato una radicale inversione di rotta nelle politiche ambientali degli Stati Uniti, concentrandosi sulla deregolamentazione massiccia, il rilancio dei combustibili fossili e su un progressivo disimpegno dagli impegni internazionali in materia climatica. In sintesi, una vera e propria decostruzione delle fondamenta giuridiche che permettevano allo Stato federale di regolare le emissioni di gas serra (vedi box 1). Le notizie più importanti sono segnalate sul sito della Climate Action Campaign.4 In sintesi, dietro il richiamo alla “semplificazione amministrativa” emerge una scelta politica precisa: mettere in secondo piano la tutela del clima e della salute per accelerare lo sviluppo delle fonti fossili. In questo modo, l’esigenza immediata di sicurezza energetica finisce per prevalere sulla prevenzione dei danni ambientali e sulla tutela della salute delle generazioni future.

Tempo delle energie alternative, ma dove è l’Europa?

Se i combustibili fossili stanno attraversando una crisi internazionale, è logico pensare che le fonti alternative possano essere accelerate e rappresentare la soluzione.  «È il primo shock petrolifero nella storia in cui il petrolio si trova di fronte a un'alternativa superiore. Solare, eolico e veicoli elettrici sono più economici, locali, più rapidi da implementare e sono una risorsa enorme. Stavano vincendo già prima della crisi, e questo semplicemente galvanizza il cambiamento.» riporta in un’intervista a Kingsmill Bond, un esperto in strategie energetiche, il Guardian del 26 marzo scorso.5 È vero però che le soluzioni vecchio stile tipo carbone o il sogno del nucleare si affacciano sempre alla porta. E l’Europa? Avevamo tanto sperato nel Green Deal, ma quante volte abbiamo sentito l’accusa di "ambientalismo ideologico"!

Vi è un’analisi accuratasull’attuale politica europea redatta da due ricercatori del  Jacques Delors Centre, un influente think tank indipendente basato a Parigi e Berlino e focalizzato sull'integrazione europea. In sintesi, nel 2025 Bruxelles ha adottato lo slogan Staying the course per la politica climatica dell’UE, ma le azioni concrete mostrano un arretramento rispetto a quell’impegno (vedi box 2, i passi controversi della EU nel recente passato).

Questa strategia è miope: indebolire il Green Deal rischia di fare perdere all’UE vantaggi competitivi nei mercati globali delle tecnologie pulite e di mantenerla dipendente da combustibili fossili volatili, aumentando costi e vulnerabilità geopolitiche. Sul piano internazionale, la coerenza domestica è essenziale per esercitare leadership e costruire alleanze; la retromarcia rischia di minare la capacità della UE di influenzare partner e negoziati.

Non è però troppo tardi per correggere la rotta. Gli autori invitano il centro politico europeo a riprendere e aggiornare il Green Deal, offrendo una narrativa chiara e vantaggi tangibili per cittadini e imprese: rafforzare strumenti regolatori, aumentare investimenti pubblici e privati e riaffermare la transizione come progetto strategico, non solo ambientale ma economico e geopolitico. Solo così l’Europa potrà preservare competitività, sicurezza energetica e credibilità internazionale.

L’impatto sanitario: oltre l’evidenza

Se le politiche negli Stati Uniti e in Europa non sono confortanti, lo stato delle discussioni e le promesse della COP 30 sul cambiamento climatico, il divario sempre più evidente tra ambizione e realtà (acutizzato dalle guerre) sono state riassunte a fine 2025 da Silvia Maritano su E&P.7

L’epidemiologia ha già ampiamente documentato i costi umani di questa inerzia. L’inquinamento atmosferico legato alla combustione di idrocarburi resta uno dei principali determinanti di morbosità e mortalità prematura a livello globale.8 A questo si aggiunge l'esacerbazione degli eventi climatici estremi, che colpiscono in modo sproporzionato le popolazioni più vulnerabili, aggravando le disuguaglianze sociali e sanitarie. L’ultimo rapporto 2025 del Lancet Countdown9 avverte che gli impatti del cambiamento climatico sulla salute stanno peggiorando, con milioni di morti evitabili ogni anno a causa della dipendenza dai combustibili fossili, dell’aumento delle emissioni di gas serra e del mancato adattamento. In sintesi, i ritardi nell'azione contro il cambiamento climatico stanno costando nel mondo sempre più vite e mezzi di sussistenza.

Le guerre, dal canto loro, agiscono come moltiplicatori di questo danno con danni diretti (vite umane e distruzione di infrastrutture sanitarie) e indiretti: emissioni massicce di gas climalteranti derivanti dalle operazioni militari (spesso escluse dai conteggi ufficiali dei protocolli internazionali) e diversione di fondi pubblici dalla sanità e dalle politiche di tutela ambientale a favore del riarmo. Ogni aumento dell'1% della spesa militare determina una riduzione dello 0,62% della spesa pubblica per la salute, e questo rapporto è più alto nei paesi a basso reddito. Con i bilanci della difesa che raggiungono livelli storici a causa dei conflitti in Medio Oriente, in Ucraina e altrove, non si tratta di un'equazione astratta, ma della realtà quotidiana di molta umanità che oggi vive sotto un conflitto attivo.10 

Tenere la barra dritta: energie rinnovabili

In questo scenario, tenere la barra dritta significa per la nostra comunità non cedere alla rassegnazione né al cinismo del realismo politico. La salute pubblica deve rimanere il parametro di misura principale di ogni scelta politica ed energetica. È necessario essere chiari su tre punti fondamentali:

Advocacy per il disinvestimento: promuovere l’abbandono dei combustibili fossili non è solo una scelta ambientale, ma un intervento di prevenzione primaria su scala globale con effetti diretti sulla salute delle popolazioni. Inoltre, come già sottolineato, l’abbandono dei combustibili fossili a favore delle fonti alternative riduce il rischio di nuovi conflitti dettati dalla necessità di appropriarsi delle fonti di energia.

Valutazione dell'impatto bellico: integrare nelle nostre analisi anche il costo sanitario del riarmo e delle emissioni legate ai conflitti, rendendo visibile un impatto che troppo spesso rimane ai margini del dibattito scientifico. È una proposta di lavoro comune dei gruppi di lavoro AIE Ambiente e AIE Pace.

Promozione della giustizia climatica: difendere il diritto alla salute significa anche garantire che la transizione energetica sia equa, non scarichi cioè oneri su chi è già più vulnerabile (povertà, salute compromessa, dipendenza da economie estrattive) e che i benefici (energia pulita, posti di lavoro, investimenti) siano distribuiti equamente.

Conclusione

Non possiamo permettere che la gestione delle emergenze belliche diventi l'alibi per il fallimento delle politiche climatiche. Il ruolo dell’epidemiologo non può limitarsi alla produzione di dati: implica anche una responsabilità di interpretazione e di testimonianza scientifica. Siamo chiamati anche a testimoniare una visione: quella di un mondo in cui l'energia sia pulita, la pace sia il prerequisito della cura e la scienza sia lo strumento per proteggere la vita, senza eccezioni. Come epidemiologi siamo chiamati a ribadire che la salute non può essere garantita in un mondo energeticamente dipendente dai combustibili fossili e politicamente esposto ai conflitti per il loro controllo. È tempo di rivendicare con forza che la salute è pace, e la pace si costruisce anche uscendo dall'era di carbone, gas e petrolio. Manteniamo la rotta: facciamo che al più presto finisca l’era in cui gas e petrolio si ottengono attraverso i conflitti. Come dicono Antonello Pasini e Stefano Caserini sul Corriere della Sera11del 21 aprile: le energie alternative sono le uniche che possono garantirci un futuro prospero e di pace.

Box1.

Le azioni dell’amministrazione Trump sul clima e l’ambiente

1. Smantellamento delle basi legali (Endangerment Finding)

L'azione forse più significativa è avvenuta nel febbraio 2026, quando l'EPA ha ufficialmente eliminato l'Endangerment Finding del 2009. Era il presupposto scientifico e legale secondo cui i gas serra costituiscono una minaccia per la salute pubblica. Rimuovendolo, l'amministrazione ha tolto la base giuridica per quasi tutte le future regolamentazioni sulle emissioni di CO2.  Di conseguenza, sono stati cancellati gli standard sulle emissioni dei veicoli per i modelli dal 2012 al 2027, con un risparmio stimato per l'industria e i consumatori di circa 1,3 trilioni di dollari, eliminando di fatto i limiti federali all'inquinamento da gas serra.

2. Disimpegno Internazionale

Accordo di Parigi. Già nel gennaio 2025, nel primo giorno di mandato, Trump ha firmato l'ordine esecutivo per il ritiro degli Stati Uniti, diventato effettivo il 27 gennaio 2026. Nel gennaio 2026, l'amministrazione ha annunciato l'intenzione di ritirarsi anche dalla Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (UNFCCC), il trattato del 1992 che è alla base di tutta la diplomazia climatica globale.

3. Tagli al bilancio e al personale dell'EPA

Il budget per l'anno fiscale 2026 riflette un drastico ridimensionamento dell'agenzia con una riduzione del finanziamento e del personale con un taglio previsto di oltre 1.200 posizioni a tempo pieno, con l'obiettivo di "snellire la forza lavoro federale" e focalizzarsi solo sulle missioni principali (come la bonifica dei siti Superfund) a scapito della ricerca sul clima.

4. Deregolamentazione energetica e la "Energy Dominance” americana

L'amministrazione ha introdotto nuovi pilastri strategici volti a stabilire la “Energy Dominance” ovvero una strategia per consolidare gli Stati Uniti come il principale produttore ed esportatore mondiale di energia, in particolare petrolio e gas naturale, riducendo la dipendenza dalle importazioni estere e aumentando l'influenza politica globale. Ne è un esempio concreto il fatto che le compagnie petrolifere statunitensi stanno ottenendo profitti significativi a seguito della crisi nel Golfo Persico e del blocco di fatto dello stretto di Hormuz; mentre il mercato globale del petrolio entra in una fase di forte instabilità, l'industria energetica americana trasforma la crisi in vantaggio economico e leva strategica. Inoltre, da poco è stata finalizzata la modernizzazione del National Environmental Policy Act (NEPA) riducendo i tempi e gli oneri burocratici per le autorizzazioni ambientali, facilitando la costruzione di infrastrutture energetiche (comprese pipeline e centrali a gas) e riducendo l'obbligo di valutare l'impatto climatico a lungo termine dei nuovi progetti.

Box 2

Le azioni della Unione Europea sul clima e l’ambiente

Dopo le elezioni europee del 2024, Commissione, Parlamento e Consiglio centristi si erano impegnati a semplificare le norme climatiche in modo mirato e più favorevole alle imprese, senza ridurre l’ambizione. In pratica, però, molte revisioni legislative stanno svuotando le basi del Green Deal: strumenti chiave vengono indeboliti, ritardati o ricalibrati in modo da ridurre il loro impatto reale.

Il ritocco delle norme avviene con argomentazioni vaghe su costi e competitività e attraverso procedure “omnibus” che limitano valutazioni di impatto e consultazioni, esponendo la legislazione alla pressione di lobby organizzate. In Parlamento e Consiglio, compromessi con la destra o la paura di tali alleanze portano a riscritture che smussano l’ambizione delle proposte.

Esempi concreti: i target intermedi per il 2035–2040 sono stati resi meno credibili consentendo l’uso massiccio di crediti carbonio internazionali; gli standard verdi (come i limiti alle emissioni del parco auto in vista del 2035) sono stati allentati introducendo margini di compensazione e combustibili alternativi; il sistema di prezzo del carbonio viene diluito e il lancio dell’ETS12 per riscaldamento e trasporti è stato posticipato. Parallelamente, gli incentivi pubblici per investimenti puliti sono risultati insufficienti rispetto alle esigenze, e strumenti di trasparenza finanziaria (CSRD, due diligence13) sono stati ridotti, ostacolando l’allineamento del capitale privato alla transizione.

La tutela dell’ambiente è stata di fatto marginalizzata dall’agenda politica: leggi su deforestazione, green claims e controllo inquinamento sono state posticipate o cancellate, con il rischio di aggravare la crisi della biodiversità. Il risultato complessivo è una evidente contraddizione: una retorica di ambizione climatica che convive con lo smantellamento graduale degli strumenti necessari a realizzarla, con impatti profondi su competitività, resilienza economica e credibilità internazionale.

 

Bibliografia

  1. Mengarelli J. Il petrolio oggi: alcuni dati per capire meglio la crisi. 12.03.2026. https://www.scienzainrete.it/articolo/petrolio-oggi-alcuni-dati-capire-meglio-crisi/jacopo-mengarelli/2026-03-12
  2. IPCC. Climate change 2022 https://www.ipcc.ch/report/ar6/wg3/downloads/report/IPCC_AR6_WGIII_FullReport.pdf
  3. Wagner G. Why more fossil fuels won’t fix the Iran energy crisis. Nature 2026; 652: 544. doi: 10.1038/d41586-026-01197-11
  4. Climate Action Campaign. https://www.actonclimate.com/trumptracker/
  5. What does the Iran war mean for clean energy transition? https://www.theguardian.com/environment/2026/mar/26/iran-war-clean-energy-transition
  6. https://www.delorscentre.eu/en/publications/detail/publication/europe-is-hollowing-out-its-green-deal-leaving-a-vacuum-of-political-vision-for-others-to-exploit
  7. Maritano s. COP30: colmare il divario tra ambizione e realtà. Epidemiol Prev 2025; 49 (5-6): 363-365. https://epiprev.it/attualita/cop30-colmare-il-divario-tra-ambizione-e-realta
  8. McDuffie E, Martin R, Yin H, Brauer M. Global Burden of Disease from Major Air Pollution Sources (GBD MAPS): A Global Approach. Res Rep Health Eff Inst. 2021 Dec;2021(210):1-45. 
  9. Romanello M, Walawender M, Hsu SC, et al. The 2025 report of the Lancet Countdown on health and climate change: climate change action offers a lifeline. Lancet. 2025 Dec 13;406(10521):2804-2857. doi: 10.1016/S0140-6736(25)01919-1. Epub 2025 Oct 29. Erratum in: Lancet. 2025 Dec 10;406(10521):2756. doi: 10.1016/S0140-6736(25)02475-4.
  10. Khogali A, Badri E. War economies and collapsing health systems. Lancet. 2026 Apr 11;407(10537):1421-1422. doi: 10.1016/S0140-6736(26)00544-1. Epub 2026 Apr 3.
  11. Pasini A, Caserini S. Come uscire dal ricatto dell'energia fossile. Opinioni, Corriere della Sera, 21 aprile 2026. (https://www.corriere.it/opinioni/26_aprile_21/come-uscire-dal-ricatto-dell-energia-fossile-cbd7a50a-e8bc-41f2-878e-1756a67e3xlk.shtml)
  12. ETS: sistema di scambio di quote di emissione (Emission Trading System): un meccanismo cap-and-trade che pone un tetto (cap) alle emissioni totali di CO2 (o altri GHG) e distribuisce/asta quote (allowances). Chi emette deve detenere quote corrispondenti; chi riduce le emissioni può vendere le quote in eccesso.
  13. CSRD (Corporate Sustainability Reporting Directive). Direttiva UE che obbliga le imprese a rendicontare informazioni ambientali, sociali e di governance (ESG) in modo standardizzato e verificabile. Obiettivi: aumentare trasparenza, comparabilità e qualità dei dati di sostenibilità per investitori e stakeholder.

 

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