La recente iniziativa annunciata dalla Regione Lombardia di effettuare lo screening per tumore della prostata ai soggetti di età compresa fra i 50 e i 69 anni ha suscitato un ampio dibattito, anche con osservazioni assai critiche da parte, per esempio, di Slow Medicine.1 

L’attività di screening è stata, nel corso della mia attività professionale in epidemiologia e sanità pubblica, una questione strettamente collaterale – effettuata dai colleghi “della porta accanto” – che ho seguito con interesse, ma mai praticata e valutata. Da qui il titolo di Considerazioni di un inesperto, lungi dal parodiare quello di Considerazioni di un impolitico di ben altro autore.

Mi limito, quindi, ad alcune riflessioni e a porre quesiti agli amici e colleghi che hanno, su tale materia, adeguate conoscenze e stanno effettuando una ricerca multicentrica (coordinata dall’Istituto per lo Studio, la Prevenzione e la Rete Oncologica – ISPRO – della Regione Toscana) e le necessarie valutazioni.2 

Vi sono due attività di screening oncologici, tumore della prostata e tumore del polmone (su soggetti a rischio), che, fino a poco tempo fa, sono state autorevolmente sconsigliate applicando i corretti principi concordati in sede internazionale3 e che hanno definito l’indicazione, applicata fino a circa dieci anni fa, di non intraprendere lo screening di popolazione con PSA.4,5

Non si è trattato di un “mutamento di opinione”

Su questo approccio, l’orientamento è iniziato a mutare, dando il via a una sperimentazione in diversi Paesi. Non si è trattato di un immotivato “mutamento di opinione”, ma è stato la conseguenza della possibilità di affrontare l’attività di screening e l’eventuale percorso diagnostico e terapeutico, chirurgia compresa, con tecnologie, modalità e strumenti innovativi.

L’innovazione più rilevante per quanto riguarda la prostata è la risonanza magnetica multiparametrica (MRIp) con la conseguente possibilità di limitare le biopsie, effettuandole in maniera più mirata. Questa procedura riduce le criticità, rappresentate da un significativo rischio di sovradiagnosi e sovratrattamento e dai conseguenti effetti.

Si è, inoltre, osservato che un follow-up più prolungato riportava, in alcuni studi, una riduzione della mortalità per tumore prostatico.6 

Sulla base della letteratura, è possibile concordare che ci troviamo in uno spazio decisionale ancora incerto della pianificazione della diffusione dello screening alla popolazione; per questo, è stato avviato il sopraccitato progetto coordinato dall’ISPRO, che coinvolge aziende sanitarie e istituti di ricerca di cinque Regioni, volto a verificarne la fattibilità, anche in termini di costi, modalità organizzative e priorità rispetto ad altre attività di screening (come lo screening tumore del polmone su popolazione a rischio).

L’elemento che ha spinto la Regione Lombardia ad avviare, fin da ora, l’attività di screening è la risultanza di alcuni studi pregevoli che quantificano l’utilizzo spontaneo a fini preventivi del test del PSA, che viene pertanto definito “screening opportunistico” oppure “spontaneo”... Accedi per continuare la lettura

 

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