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E&P 2026, 50 (4-5) luglio-ottobre p. 440-445
DOI: https://doi.org/10.19191/EP26.4-5.106

Epidemiologia partecipata: quando anche la validazione del protocollo di studio è pubblica
Participatory epidemiology: when even the validation of the study protocol is public
Questo contributo documenta la fase, svoltasi nel 2024, di validazione pubblica del protocollo dello studio di biomonitoraggio previsto dal Progetto “One Health Citizen Science” (OHCS) per il SIN di Porto Marghera.
L’articolo fa seguito a un contributo analogo, pubblicato sul numero 4-5 del 2023 della rivista Epidemiologia&Prevenzione con il titolo One Health Citizen Science. Primi passi a Porto Marghera. In quell’occasione, era stato raccontato l’incontro tra i Comitati di cittadini di Porto Marghera e il progetto OHCS ed era stata illustrata la fase della scelta partecipata del quesito di ricerca. Le tappe successive di questa esperienza di epidemiologia partecipata saranno pubblicate nella sezione Epichange di E&P nel corso del 2027.
Introduzione
Il 3 ottobre 2024 si è tenuto a Mestre (VE) l’evento di validazione pubblica del protocollo di studio di biomonitoraggio, che coinvolge il SIN di Porto Marghera all’interno del progetto OHCS.1 All’evento hanno partecipato tutti gli attori sociali coinvolti e gli/le esperti/e di parte chiamati dalle compagini principali che hanno lavorato alla stesura del protocollo: Coordinamento cittadino, Istituto Superiore di Sanità (ISS) e Università di Padova.
Gli/Le esperti/e di parte avevano il compito di portare un contributo critico e migliorativo al protocollo mediante un processo di validazione pubblica in grado di assicurare una consapevole e condivisa implementazione dell’indagine. Per contestualizzare al meglio l’incontro del 3 ottobre riteniamo sia utile fare un passo indietro e ricostruire quanto fatto finora a partire dall’ultimo step, ben descritto su questa rivista,2 che vedeva tutte le parti interessate riunite per un primo confronto sul biomonitoraggio nel luglio del 2023.
Dall’esplorazione del lavoro che ha portato alla scrittura del protocollo e alla sua validazione pubblica, lo sguardo si muove verso i passi che seguono questa tappa della ricerca: lo svolgimento effettivo del biomonitoraggio e gli scenari futuri di sanità pubblica.
Verso il protocollo
Dal 18 luglio 2023 molti passi sono stati fatti per costruire insieme il protocollo di studio, ossia il documento che contiene in sé tutte le indicazioni per lo svolgimento del biomonitoraggio. Alcuni di questi passi sono stati incerti, altri più decisi o conflittuali e tutti sono stati essenziali per giungere a una scelta consapevole e condivisa su cosa studiare e come procedere. Il tavolo di discussione di luglio 2023, incentrato sulla discussione preliminare e la presentazione di una prima formulazione dei quesiti di ricerca da parte del Coordinamento cittadino (carico corporeo di metalli e di benzene misurati, rispettivamente, sulla matrice unghie e urine/esalato nei bambini/e e carico corporeo di diossine, PCB dioxin-like, cadmio e mercurio e PFAS negli adulti attraverso un campione ematico), si era concluso con i classici “compiti a casa”. Considerate le aree di competenza degli attori coinvolti, ci si era accordati sulla necessità di entrare nel dettaglio dei quesiti, reperendo le informazioni utili per ottimizzare il biomonitoraggio. Per esempio, individuare le zone di ricaduta per identificare un campione potenzialmente non esposto; considerare le patologie il cui tasso standardizzato di mortalità prematura risultava aumentato nel SIN di Venezia e la loro associazione con fonti di esposizione ambientale;3 valutare le indicazioni derivanti da analisi autonome condotte dai cittadini per circoscrivere gli inquinanti; definire le matrici biologiche.4
Attraverso diversi momenti di confronto, sia online sia in presenza, si è proseguito sulla strada della definizione dei quesiti. Il coordinamento, per esempio, si è battuto per l’utilizzo delle unghie come matrice per la ricerca dei metalli pesanti nei bambini, basando questa richiesta su alcune raccomandazioni dell’OMS e sull’esistenza di studi precedenti.5,6 Tutte le proposte sono state discusse e analizzate da più punti di vista, tenendo conto della fattibilità tecnica e pratica, senza dimenticare la necessità posta a un livello altro di discussione e che si sintetizza nella già citata richiesta: «Non un milligrammo di meno!».7
Il 27 novembre 2023, presso il Centro Sociale Rivolta, è stata l’occasione per le ricercatrici dell’ISS di illustrare una prima bozza del disegno di ricerca che recepiva quanto discusso e proponeva due possibili percorsi di biomonitoraggio: una per la popolazione infantile e una per quella adulta. Il dibattito si è incentrato sulla complessa necessità di bilanciare le richieste del Coordinamento con i vincoli tecnici (per esempio, impiego di metodiche validate a livello internazionale) ed economici (come budget limitato e alti costi di alcuni test). In questa direzione, la richiesta della misurazione del benzene è stata considerata dalle ricercatrici ISS poco percorribile, perché presenterebbe diverse criticità, legate sia agli aspetti analitici sia a quelli metodologici, ambientali e interpretativi. Il gruppo dei cittadini aveva chiesto che venisse utilizzata la matrice unghie per la ricerca dei metalli pesanti. Anche per l’esistenza di dati pubblicati su altre realtà italiane che avrebbero permesso un raffronto tra popolazioni pediatriche esposte a fonti simili di contaminazione. Le ricercatrici ISS hanno preferito utilizzare le urine, perché ritenevano che per le unghie non esistessero standard analitici pienamente armonizzati. A loro parere, mancherebbe ancora un consensus internazionale su protocolli di raccolta, decontaminazione, preparazione e analisi delle unghie. La scelta di non utilizzare le unghie ha limitato la possibilità di ottenere una visione dell’esposizione cumulativa nel tempo, che questa matrice avrebbe potuto offrire. Le unghie, infatti, consentono di rilevare la contaminazione storica, mentre le urine restituiscono una fotografia dell’esposizione recente, potenzialmente non rappresentativa del carico corporeo complessivo di metalli nei bambini.
Per la popolazione adulta, invece, la proposta dell’ISS si concentrava su diossine, PCB e PFAS da indagare sulla matrice sangue. Infine, si è concordato sul comune di San Donà di Piave come territorio da coinvolgere per il gruppo potenzialmente non esposto.
Da questo confronto, sono emerse le basi per la stesura del protocollo di ricerca, articolato nelle due indagini (bambini e adulti).
L’incontro del 27 si inseriva in un momento più ampio di confronto: il giorno seguente, sempre al Rivolta, si è tenuto un laboratorio di formazione partecipata sul tema della giustizia ambientale8 a cui hanno preso parte cittadini e partner di progetto. Questo incontro interno è stato un’occasione di dialogo e riflessione collettiva che ha reso tangibile la percezione di continuità, temporale e relazionale, connessa al progetto OHCS. All’interno di questo modo di fare ricerca partecipata, la funzione simbolica, lo scambio transdisciplinare e i momenti di socialità tra persone che giocano ruoli, solitamente, distanti e ben distinti rappresentano elementi essenziali, al pari di quelli di carattere tecnico e logistico dell’implementazione del protocollo di indagine.
Collaborative writing
Concordati gli elementi di base del biomonitoraggio, Coordinamento cittadino e Università di Padova hanno impostato una prima bozza di protocollo condividendolo con l’ISS, la Regione Veneto e l’AULSS3-Serenissima, grazie a una piattaforma per la scrittura collaborativa.
Un protocollo di studio, per sua natura, ha una struttura narrativa stringente entro la quale risulta abbastanza agevole inserire cosa studiare (per esempio, inquinanti, matrici biologiche, campionamento e criteri di selezione), lasciando spazio alla complessità del come procedere. Tra queste considerazioni, chi fa cosa e quali sono i ruoli e le responsabilità, soprattutto in materia di raccolta, gestione e conservazione dei dati, hanno rappresentato il punto focale di discussione. Questo tema propone una riflessione più ampia in termini etici; per esempio, la tutela della privacy di chi partecipa, i ruoli che può ricoprire il cittadino, gli equilibri di potere tra istituzioni diverse chiamate a collaborare, anche in riferimento alle procedure proprie di ognuna e la necessità di armonizzarle.
Il lavoro di scrittura del protocollo, dunque, ha interessato diversi livelli che potrebbero essere intesi come un continuum che va dagli aspetti pratici a quelli che interessano la dimensione più teorica e le riflessioni che sottendono l’impianto di ricerca: quali contenitori usare per la raccolta delle urine? Quanto lungo può essere un questionario per far sì che sia esaustivo, ma non esaurisca il/la partecipante? Come esplicitare la natura partecipata della ricerca entro le rigidità del protocollo e delle procedure del comitato etico? Quali principi di bioetica sono in grado di tutelare una simmetricità nel rapporto partecipante-ricercatore?
Questi sono solo alcuni degli interrogativi che hanno animato il confronto durante l’estate e che hanno portato al protocollo di studio e ai suoi allegati nella forma in cui sono stati sottoposti al comitato etico di riferimento (Comitato Etico Territoriale Area Centro-Est Veneto) approvati nella seduta del 5 settembre 2024.
L’esperienza di scrittura condivisa del protocollo è un passaggio basilare della ricerca epidemiologica partecipata: la stretta collaborazione permette una conoscenza reciproca degli attori, costruisce ponti tra i ruoli sociali e crea terreno comune in cui bisogni e competenze vengono riconosciuti e accolti. In termini gestaltisti, si può dire che, in questo caso, il prodotto è ben più della somma delle parti. Per i cittadini, la partecipazione diretta a queste fasi di ricerca ha rappresentato un’occasione di crescita sul tema dell’indagine epidemiologica e sui suoi metodi più rigorosi, sui vantaggi di essere parte dei percorsi decisionali e l’impegno che questo comporta. Dall’altro lato, per chi si occupa di ricerca e per le amministrazioni, questo percorso è un’occasione più unica che rara di riscoprire la ricchezza della collaborazione. Non senza sforzo, è risultato evidente che un tempo lento in cui ci si concede il lusso dell’ascolto reciproco costituisce il substrato necessario se si vogliono costruire percorsi efficaci.
Parola agli/alle esperti/e
L’organizzazione di un evento pubblico di validazione del protocollo è la naturale conseguenza della sua scrittura condivisa. In particolare, questo momento risponde a diverse esigenze: presentare il protocollo a una platea più ampia, al fine di informare gli interessati su come l’indagine verrà svolta; raccogliere le obiezioni degli esperti di parte per migliorare, nei limiti del possibile, la struttura del protocollo e, dunque, dell’indagine; confrontarsi e discutere per garantire una simmetricità delle relazioni tra gli attori sociali, assicurare la condivisione del percorso ed evitare strumentalizzazione a valle del processo; creare un momento di socialità e scambio utile a rafforzare la relazione tra le parti.
Così, l’articolazione della giornata del 3 ottobre si è avviata con il susseguirsi degli interventi di Regione Veneto, AULSS3-Serenissima e Assessorato all’urbanistica, edilizia privata e ambiente del Comune di Venezia, che hanno sottolineato l’importanza di un approccio scientifico, istituzionale e condiviso per affrontare le sfide ambientali e sanitarie del territorio in modo concreto ed efficace, attraverso scienza, dialogo e fiducia. Di seguito, Annibale Biggeri, dell’Università di Padova, ha fatto gli onori di casa, ricordando che, attraverso la “politica della porta aperta”, chiunque ha potuto contribuire alla ricerca secondo un approccio transdisciplinare. Il protocollo rappresenta un esempio concreto di partecipazione comunitaria alla ricerca scientifica e un passo significativo verso un processo partecipato e continuo. Inoltre, l’occasione del confronto pubblico garantisce che il lavoro svolto con i cittadini sia valutato anche da esperti indipendenti di diverse discipline, assicurandone la validità scientifica. L’evento di validazione pubblica si sostanzia come momento interno di verifica e come apertura alla valutazione della comunità scientifica esterna. Concordando con quanto detto da Biggeri, Marco Martuzzi, dell’Istituto Superiore di Sanità, sottolinea la necessità di un ampliamento dell’orizzonte culturale per poter sviluppare progetti partecipati e richiama il concetto di scienza post-normale, che valorizza il confronto continuo per raggiungere risultati concreti.
Nella seconda parte, hanno avuto spazio le presentazioni di Flavia Ruggeri e Annalisa Abballe, sempre afferenti all’Istituto Superiore di Sanità, che hanno illustrato il disegno di ricerca dell’indagine rivolta alla popolazione infantile e quello che coinvolge la popolazione adulta. Le ricercatrici sono entrate nel dettaglio delle scelte operate: campionamento delle persone, inquinanti, matrici biologiche, metodi di analisi e tempistiche. In sostanza, le due presentazioni dell’ISS riassumono il cuore del protocollo di studio. Infine, sono intervenuti gli/le esperti/e esterni/e che, avendo ricevuto il protocollo con il dovuto anticipo, hanno formulato le loro considerazioni.
I/Le primi/e tre sono stati invitati dall’Università di Padova e, fedeli alla propria expertise, hanno mostrato elementi di positività e sollecitato alcuni interrogativi. Nello specifico, Riccardo Chesta, sociologo, ricercatore al Politecnico di Milano, esprime un giudizio positivo sul progetto, mettendone in luce il carattere innovativo, soprattutto nel contesto nazionale e di coinvolgimento attivo dei cittadini. La partecipazione, spesso considerata in maniera semplicistica, è in realtà un processo complesso che richiede nuove idee per gestire i diversi punti di vista della società. Chesta sottolinea l’importanza di un approccio transdisciplinare che integri sapere accademico ed esperienziale, rendendo porosi i confini tra questi due poli: «L’idea dell’importanza della mediazione e della coproduzione tra l’expertise intesa come competenza e l’expertise intesa come esperienza». Un altro elemento di rilievo sottolineato riguarda la salute che viene qui intesa non solo come esito di scelte individuali, ma anche come fenomeno influenzato da fattori socioeconomici e ambientali, inclusi i rischi collettivi e le disuguaglianze. In continuità con gli elementi positivi, Luca Boniardi, epidemiologo ambientale, ricercatore all’Università Statale di Milano, sostiene che l’esperienza di biomonitoraggio partecipato rappresenti un passo avanti nella ricerca scientifica in grado di promuovere sensibilizzazione e sostenibilità a lungo termine. Oltre al ruolo attivo dei cittadini, Boniardi riflette sul coinvolgimento di associazioni e scuole come motore di inclusione e opportunità di empowerment per le generazioni future. Gli aspetti di criticità sollevati da Boniardi, invece, mettono in guardia sulla difficoltà di mantenere il coinvolgimento dei cittadini nel tempo e sulla necessità di migliorare la capacità del protocollo, inteso come strumento, al fine di valorizzare l’approccio partecipato. In quest’ultima considerazione, c’è l’invito a guardare in prospettiva, sviluppando strumenti di lavoro in grado di accogliere approcci partecipati e transdisciplinari che possano essere di sostegno per progetti simili a livello nazionale e internazionale. Nel terzo intervento, Cinzia Colombo, bioeticista, ricercatrice all’Istituto Mario Negri, restando sul protocollo come strumento di lavoro, pone maggiormente l’attenzione sugli aspetti etici della ricerca partecipata, mettendo l’accento sulla transizione da un approccio paternalistico a uno collaborativo tra ricercatori, cittadini e comitati etici. Colombo sottolinea la mancanza di dettagli nel protocollo riguardo al coinvolgimento dei cittadini, che potrebbe limitare la replicabilità del modello proposto. Il consenso informato, infine, è visto come un elemento fondamentale e Colombo suggerisce di chiarire meglio le finalità dei questionari per garantire un consenso consapevole.
A questo punto, il microfono è passato a Pietro Gino Barbieri, medico del lavoro, esperto proposto dall’ISS, che ha condiviso la sua lunga esperienza di biomonitoraggio e conoscenza della storia di Porto Marghera. Secondo Barbieri, il protocollo «fissa un punto nodale» nella storia di Porto Marghera; tuttavia, spingendosi su aspetti più tecnici, solleva alcuni interrogativi, come la mancata considerazione degli idrocarburi policiclici aromatici (IPA) e il cut-off a 50 anni per il campione degli adulti, che potrebbe portare a una sottovalutazione degli indicatori di esposizione cumulativa. Barbieri sottolinea anche la necessità di chiarire la scelta di San Donà di Piave come gruppo di “non esposti” e di rivedere questa definizione onde evitare fraintendimenti, soprattutto nella comunicazione con la cittadinanza. Le ultime due questioni sollevate da Barbieri sono relative alla sorveglianza sanitaria e al questionario previsto nell’indagine con la popolazione adulta. Sulla prima, Barbieri sollecita alla chiarezza rispetto a cosa essa si riferisca; sul questionario, suggerisce una revisione della sezione sulla storia lavorativa per renderla più precisa e utile alla ricerca.
A chiudere gli interventi, l’esperto invitato dal Coordinamento, Paolo Lauriola, epidemiologo e presidente della European Public Health Alliance (EPHA), che loda l’importanza del progetto OHCS e l’approccio partecipato volto ad affrontare le sfide della salute pubblica in modo trasparente e sistemico. Lauriola ribadisce la necessità di programmi formativi che integrino competenze scientifiche e pratiche, con un ruolo chiave dei medici di famiglia come sentinelle della salute, grazie alla loro influenza e conoscenza diretta del territorio e delle comunità. Il progetto riflette un modello innovativo basato sull’approccio one health per costruire interventi sostenibili e rispondere sia alle sfide locali sia a quelle globali. Nelle parole di Lauriola, la strada da seguire è chiara: lavorare insieme per creare soluzioni condivise, basate sulla cooperazione e sull’integrazione di conoscenze.
Dibattito con i/le partecipanti all’incontro
Il dialogo con la platea si è orientato principalmente su aspetti tecnici. Per esempio, è stato chiarito che la scelta di San Donà di Piave è derivata da una valutazione della distribuzione delle variabili socioeconomiche, con riferimento all’indice di deprivazione, e dall’analisi della ricaduta degli inquinanti che dalla zona di Porto Marghera tende ad andare nella direzione opposta rispetto a San Donà. Ancora, sulla scelta degli inquinanti e il cut-off a 50 anni, ISS e Coordinamento hanno argomentato, in modo condiviso, che molte scelte hanno rappresentato un compromesso tra le richieste del Coordinamento e la fattibilità dello studio (come tempi, costi e metodiche); per esempio, l’analisi degli IPA sulla popolazione adulta avrebbe significato il campionamento delle urine, oltre che del sangue, e ciò sarebbe stato un aggravio non sostenibile; inoltre, l’analisi degli IPA urinari dà riscontro sull’esposizione attuale, mentre la richiesta del Coordinamento era relativa anche all’esposizione nel tempo. Come ha sintetizzato Ruggeri, quando si mette in piedi un disegno dello studio con un campionamento così ampio, bisogna scendere a compromessi: non ci sono motivazioni scientifiche dietro l’esclusione degli IPA, solo motivazioni logistiche e di scelta orientata dalle richieste dei cittadini, non del ricercatore. Per quanto riguarda l’età, Vitalia Murgia, cittadina e medico pediatra Componente della Giunta esecutiva dell’Associazione Medici per l’ambiente ISDE Italia, oltre a richiamare gli aspetti controversi sulla scelta delle diverse matrici tra cittadini e ricercatori, sostiene che, al di là degli aspetti tecnici, il focus su una popolazione più giovane serve a ripensare il territorio, a ripensarne lo sviluppo esasperato in prospettiva futura.
Al lato delle questioni tecniche, Biggeri ricorda che il processo di scrittura del protocollo è durato un anno e che il tema importante, in termini comunicativi e relazionali, è di comunicare l’incertezza, cioè che «non si può fare tutto, bisogna fare i conti con le risorse e questo ci ha portati ad alcune decisioni». Tuttavia, Barbieri riporta l’attenzione alle procedure che dovrebbero orientare le decisioni: «Se si disegna un modello ottimale, a mio avviso bisogna partire dalle ipotesi di esposizione, screenarle tutte, esprimerle tutte, dopodiché produrre un protocollo che rispecchia le ipotesi di partenza; se si tralasciano alcuni passaggi, lo si deve dire». Il suo intervento è utile soprattutto per meglio comprendere come si è proceduto in termini di ricerca epidemiologica partecipata e come questa segua percorsi e modalità differenti. Infatti, è proprio Murgia a rispondere che, come Coordinamento, si avevano le idee ben precise fin dal primo incontro su cosa indagare e che la proposta aveva un presupposto scientifico solido (per esempio, aumento di patologia evidenziata dello studio SENTIERI;4 la relazione che quelle patologie hanno con determinati contaminanti e gli altri documenti già citati5-7). La differenza con il procedere esplicitato da Barbieri è che il disegno di ricerca si è costruito in maniera condivisa – non nella solitudine del laboratorio del ricercatore – e che esso risponde a un altro obiettivo: non si è cercato di disegnare un modello ottimale di per sé, ma uno che fosse ottimale per le caratteristiche della ricerca in essere. I criteri per effettuare lo screening delle ipotesi, se così possiamo chiamarli, sono dati dal contesto più che dalla sola rilevanza teorica o di publishing appeal dello studio. Ciò non vuol dire che si viene meno agli assunti di qualità della ricerca. In ogni caso, l’esplicitazione di alcuni passaggi che hanno guidato le scelte può essere di giovamento a chi legge il protocollo. In questo, il suggerimento di Barbieri è accolto e viene avanzata la proposta di predisporre un documento che accompagni il protocollo e che descriva la strada percorsa, le scelte e i razionali. Questo documento andrebbe nella direzione di sopperire in qualche modo alla rigidità del protocollo come strumento, accogliendo quanto sollevato anche dagli altri esperti nel dare risalto agli elementi partecipativi. Tale documento potrebbe rappresentare un prototipo innovativo che possa essere anche d’ispirazione per studi simili.
Tornando sullo scopo principale dell’evento di validazione pubblica, Biggeri sostiene l’utilità di mettere nero su bianco i limiti dello studio, primo tra i quali l’impossibilità a rispondere a tutto. Questo obiettivo comunicativo si rende ancora più basilare nella ricerca partecipata, dove interno ed esterno si confondono e si lavora con persone con background differenti. Nella sede di validazione pubblica, è importante che le critiche sono state fatte, appunto, pubblicamente; questo è l’esercizio di confronto degli argomenti che si porta avanti costitutivamente come progetto. Sebbene alcune cose potranno essere emendate, altre rimandano al problema delle ricerche future o sulla sorveglianza epidemiologica e sanitaria che si sta prefigurando nel sistema nazionale. Il punto nodale è: come si configura la dimensione di ascolto dei cittadini? La validazione pubblica del protocollo è un ulteriore tassello che spinge a lavorare proattivamente; esso è uno strumento di democrazia partecipata, dunque l’interrogativo diventa come mantenere questo dialogo e questa possibilità di partecipazione. Il riferimento esplicito di Biggeri è al caso studio del SIN di Manfredonia, dove, dopo quasi quarant’anni di esperienza partecipata a singhiozzo,8 il sindaco si avvia a costituire la Casa della Salute e dell’Ambiente: un luogo fisico, istituzionale, ma anche un momento di raccordo importante tra cittadini e istituzioni. Grazie alla Casa della Salute e dell’Ambiente, non sarà necessario rincorrere o censire i comitati, perché si riconosce in quel luogo la presenza dei cittadini e la loro volontà di partecipare. Le modalità che si stanno sperimentando nel progetto OHCS vanno in questa direzione e l’intervento che chiude la giornata infonde fiducia in questa prospettiva, poiché la ricerca partecipata, per essere efficace in termini di ricadute applicative, ha bisogno anche della volontà politica delle istituzioni di riconoscersi attori in questi contesti. L’ultimo a prendere la parola, infatti, è l’assessore Massimiliano De Martin, che, ringraziando per l’opportunità, aggiunge: «Ho ascoltato e preso appunti; ho già parlato con gli uffici su come poter intervenire anche successivamente. La città di Venezia è qui!».
Conclusioni e prossimi passi
È chiaro che l’evento del 3 ottobre ha rappresentato un punto di partenza, più che di arrivo. Le difficoltà affrontate nella costruzione del protocollo hanno messo in luce l’esistenza di aree conflittuali tra le strategie della ricerca partecipata e le regolamentazioni vigenti. Come è emerso dagli interventi e dal dibattito, molte delle strategie utilizzate nella ricerca partecipata entrano in conflitto con le regolamentazioni attuali relative alla sperimentazione e agli studi sull’uomo e ciò crea una difficoltà: dove collocare il contributo delle scienze umane e sociali negli studi? La risposta non è ancora chiara. I linguaggi sono in continua evoluzione, riflettendo la presenza di discipline di ricerca e studio molto diversi, ed emerge uno sforzo di integrazione dei saperi. Forse, attraverso progetti di questo tipo, si svolge un ruolo d’avanguardia, tracciando la strada per norme che in futuro potrebbero essere formalizzate.
Per il presente, invece, l’attenzione si sposta sui piccoli emendamenti che riguardano il protocollo (come la modifica del questionario per gli adulti) e l’implementazione dell’indagine che coinvolge la popolazione infantile. Per quest’ultima, in linea con alcuni suggerimenti, si è creato un contatto con le scuole del territorio e con le comunità non italofone che vivono a Marghera; in particolare, con la comunità bengalese che rappresenta un’ampia parte di cittadinanza.
Il prossimo evento pubblico sarà dedicato alla discussione degli scenari e delle implicazioni di sanità pubblica, ancora prima di conoscere l’esito dello studio. Questo consentirà una discussione preventiva con le istituzioni su che cosa fare dopo lo studio, evitando che la questione venga affrontata solo a posteriori. Come l’evento di validazione pubblica del protocollo, anche quello dedicato agli scenari futuri si inserisce nel percorso di trasparenza per costruire e tutelare la fiducia tra gli attori e per eliminare i sospetti di “agende nascoste” dietro la ricerca condotta. Ci si augura che, anche in quell’occasione, si potrà concludere la giornata con le parole: «La città di Venezia è qui!».
Conflitti di interesse dichiarati: nessuno.
Finanziamenti: progetto PNNR-PNC “Valutazione dell’esposizione e della salute secondo l’approccio integrato One Health con il coinvolgimento delle comunità residenti in aree a forte pressione ambientale in Italia (OHCS)”. CUP H75I22000280001, Investimento E.1 “Salute-Ambiente-Biodiversità-Clima” del Piano Nazionale per gli investimenti Complementari al PNRR, approvato con D.L. 06.05.2021, n 59, conv. con mod. dalla L. 01.07.2021, n. 101.
Bibliografia
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- Piazza N, Murgia V, Donadel M et al. One Health Citizen Science. Primi passi a Porto Marghera. Epidemiol Prev 2023;47(4-5):240-42. doi:10.19191/EP23.4-5.063
- Zona A, Fazzo L, Pasetto R et al (eds). SENTIERI: Studio Epidemiologico Nazionale dei Territori e degli Insediamenti Esposti a Rischio da Inquinamento (Sesto rapporto). Epidemiol Prev 2023;47(1-2) Suppl 1:1-286. doi: 10.19191/EP23.1-2-S1.003
- World Health Organization. Human biomonitoring: facts and figures. Copenhagen, WHO Regional Office for Europe, 2015. Disponibile all’indirizzo: https://www.who.int/europe/publications/i/item/WHO-EURO-2015-3209-42967-60040
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- Piemontese L. L’Attacco, martedì 30 settembre 2026.
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