Dedichiamo questo scritto a Pier Alberto Bertazzi, che ha condotto con rigore e passione  numerosi studi sugli effetti dell'esposizione alla TCDD, contribuendo in modo determinante alla comprensione delle conseguenze del disastro di Seveso.

Seveso, un crimine di pace fu questo il titolo del mensile Sapere,1 diretto da Giulio A. Maccacaro, che uscì in versione monografica a soli sette mesi dall’incidente industriale di cui ricorre quest’anno il cinquantesimo anniversario. Centocinquantasette pagine dense di dati e di analisi della meccanica dell’incidente, dei fattori favorenti, delle responsabilità dirette e indirette, delle reticenze di chi sapeva e dell’inerzia – quando non della complicità – di alcuni tra coloro che erano chiamati a porre rimedio al danno subito dalla popolazione civile.

Per la loro giovane età, molti lettori di questa rivista hanno una conoscenza forse limitata di quel grave incidente che, però, «segna quasi simbolicamente lo spartiacque tra un periodo nel quale centrale era il problema della salute di chi dentro la fabbrica lavorava e un nuovo periodo nel quale l’attenzione si sposta progressivamente verso uno scenario più ampio e complesso, quello della nocività ambientale».2 È per questa ragione che gli autori di questo contributo – coinvolti negli anni immediatamente successivi all’evento nell’analisi epidemiologica degli effetti a breve e a lungo termine dell’incidente – hanno ritenuto utile premettere alla descrizione degli effetti e ad alcune considerazioni sul contesto dell’incidente e sull’impatto che esso ebbe sui rapporti tra sviluppo tecnologico, ambiente, scienza e salute, una narrazione il più possibile accurata dei suoi determinanti, della sua dinamica e dei fenomeni sociali e culturali che influirono sulla comunicazione del rischio e sulla scelta degli interventi di mitigazione del danno.

Come nasce un crimine di pace

L’incidente avvenne il 10 luglio 1976, sabato, alle ore 12.28, nell’industria chimica ICMESA di proprietà del gruppo svizzero Givaudan, a sua volta appartenente alla holding Hoffmann-La Roche. La fabbrica chimica era collocata nel territorio del comune di Meda, in Brianza, a Nord di Milano, in un’area densamente abitata. Il caso è passato alla storia come “l’incidente di Seveso”, perché fu proprio Seveso il comune maggiormente contaminato dalla nube tossica che si sprigionò. Ma parti di altri comuni furono contaminate dalla 2,3,7,8-tetracloro-dibenzo-para-diossina (TCDD o, più semplicemente, diossina).

L’ICMESA produceva numerosi composti chimici, tra i quali il 2,3,5-triclorofenolo (TCP), prodotto di sintesi intermedio per la produzione di fungicidi, battericidi, disinfettanti e diserbanti. Il TCP è anche essenziale per la produzione dell’acido 2,4,5-triclorofenossiacetico (2,4,5-T). Questo composto, miscelato con l’acido 2,4-diclorofenossiacetico (2,4-D) costituiva il famigerato Agent Orange, defoliante utilizzato dall’esercito degli Stati Uniti nel corso della guerra del Vietnam (1960-1975). L’alta temperatura che si sviluppa nel reattore in occasione delle sintesi sia del TCP sia del 2,4,5-T è causa della produzione indesiderata ma inevitabile di un contaminante: la diossina. Questo contaminante è estremamente stabile ed è classificato al primo posto tra le sostanze tossiche di origine sintetica.3

L’industria ICMESA produceva il 2,4,5 T con 4 cicli settimanali effettuati tra il lunedì e il venerdì. L’elevata domanda del mercato spinse, però, l’azienda ad attivare un quinto ciclo di produzione che veniva avviato il venerdì, sospeso a fine turno dello stesso giorno, ripreso e concluso il lunedì successivo.

Il primum movens del disastro di Seveso fu, verosimilmente, il mancato avvio – nel tardo pomeriggio del venerdì 9 luglio – del sistema di raffreddamento della massa nel reattore prima di procedere all’arresto della reazione chimica. Ciò causò un sensibile superamento della normale temperatura di reazione da 170°C a 250°C, favorendo così la sintesi di una grande quantità di 2,3,7,8 TCDD. La pressione elevata, conseguenza dell’anomalo incremento di temperatura, causò lo scarico del contenuto del reattore in un sistema di sfogo d’emergenza, pianificato per prevenire l’esplosione del reattore stesso. Un disco di rottura del sistema di sfogo, inopinatamente collocato all’esterno del reparto in diretta comunicazione con l’atmosfera, non resse alla pressione ed esplose, causando la dispersione in aria del contenuto del reattore. Si formò una nube di colore rossastro che fu spinta dal vento in direzione Sud-Est per alcuni chilometri, depositando al suolo concentrazioni via via decrescenti di diossina. Le stime prodotte negli anni sulla quantità di TCDD dispersa nell’ambiente sono molto varie: oscillano tra meno di 1 kg a più di 30 kg. La stima maggiormente accreditata oggi è di circa 34 kg di diossina depositati al suolo.4

I primi segni della dispersione di tossici nell’ambiente furono immediati: un odore acre nell’aria e un’irritazione persistente agli occhi. Già nei giorni immediatamente successivi, si osservarono eventi anomali, quali l’ingiallimento delle foglie degli alberi, l’appassimento dei vegetali selvatici e coltivati, la morte improvvisa di uccelli e di piccoli animali domestici. Sugli umani, il segno clinico di maggior rilievo fu la comparsa, pochi giorni dopo l’incidente, di lesioni cutanee rilevate e urenti, soprattutto nei bambini, diagnosticate in seguito come cloracne, una patologia fino ad allora nota come conseguenza dell’esposizione lavorativa a composti organici clorurati.

La Givaudan condusse immediatamente analisi su matrici ambientali, ma nel riserbo assoluto; fu consapevole della contaminazione da diossina in concentrazioni eccezionali già il 14 luglio, ma non informò di questo le autorità italiane. Si sottolinea che le analisi condotte servivano a stabilire non se, ma quanta diossina era stata liberata nell’ambiente. La Givaudan, infatti, era ben consapevole che, come documentato dagli incidenti industriali precedenti, la sintesi di diossina è inevitabile quando il ciclo di produzione del 2,4,5 T va fuori controllo. Quindi, la gravità dell’incidente avrebbe potuto, e dovuto, essere comunicata dalla Givaudan alle autorità italiane il giorno stesso dell’incidente.

Le autorità locali erano del tutto disinformate sul rischio specifico, ma ne percepivano la gravità. Il 15 luglio emisero ordinanze prudenziali di carattere generale: non alimentarsi con i vegetali della zona, evitare il contatto con animali domestici e d’allevamento, curare l’igiene delle mani, non ingerire carne e latte provenienti da allevamenti locali. Il 17 luglio, la notizia dell’inquinamento fu di dominio pubblico, prima in Italia e subito dopo in tutto il mondo. I toni erano apocalittici (New York Times: “New Hiroshima in Italy”) in assenza di informazioni certe sugli inquinanti e sui rischi associati.5 La Givaudan fu costretta ad ammettere la presenza di diossina il 19 luglio, perché consapevole che solo due giorni dopo, il 21 luglio, il Laboratorio di igiene e profilassi di Milano avrebbe reso pubblici gli esiti degli esami indipendenti condotti su matrici ambientali.

Angoscia, ansia per il futuro prossimo e sensazione di impotenza erano i sentimenti prevalenti nella popolazione colpita. A tutto ciò, si aggiunse lo spietato cinismo di tanti operatori dell’informazione e di veri o presunti esperti pronti a confezionare soluzioni à la carte sulle gravidanze in corso, sulla bonifica ambientale, sulla tutela dei bambini e su tutto il resto. Pochi quelli che si fermarono ad ascoltare, a cercare di capire per poi aiutare a capire e a proporre. Tra questi, è doveroso ricordare almeno due persone: Laura Conti, giornalista di valore del Corriere della Sera e politica sensibile e attenta,6 che fu costantemente in contatto con la popolazione, e Barry Commoner, biologo statunitense noto per il suo impegno ambientalista,7 che a Seveso dialogava con un linguaggio semplice con le persone più colpite dal disastro desiderose di capire cosa fosse successo, quali rischi correvano e quali potevano essere i possibili rimedi.

In base alle concentrazioni di diossina misurate nel suolo, furono identificate tre zone:

  • zona A, comprendente parte dei comuni di Meda e Seveso;
  • zona B, comprendente parte dei comuni di Cesano Maderno, Desio e Seveso;
  • zona R, comprendente parte dei comuni di Barlassina, Bovisio Masciago, Cesano Maderno, Desio, Meda e Seveso;
  • una quarta zona non inquinata, comprendente parti dei comuni contaminati e cinque comuni non interessati dall’incidente (Lentate Sul Seveso, Muggiò, Nova Milanese, Seregno e Varedo  (figura 1 e tabella 1).4
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Il 24 luglio, fu evacuata la popolazione residente in zona A; le abitazioni di 41 famiglie furono demolite. Furono abbattuti migliaia di animali che erano stati nutriti con vegetali contaminati.

L’impatto mediatico mondiale fu devastante per la popolazione colpita: gli operatori della stampa e delle televisioni erano ovunque, assillanti e irriguardosi; l’acquisto dei prodotti locali subì un brusco arresto; molti di coloro che, per prudenza e in autonomia, decisero di abbandonare la zona non furono accolti dagli albergatori.

La Regione Lombardia istituì un Ufficio Speciale per Seveso con sede a Seveso per governare gli interventi di bonifica del territorio contaminato e gli interventi sanitari, sociali ed economici connessi all’incidente.

Il suolo della zona A fu decorticato fino a una profondità dai 50 agli 80 centimetri.

Il terreno contaminato, le macerie degli edifici, le carcasse degli animali e le vegetazioni abbattute, ma anche le macchine pesanti utilizzate allo scopo, furono raccolte e sigillate in due enormi vasche scavate nel terreno della zona A, rivestite con materiale idoneo al trattenimento del percolato di fermentazione. Le vasche furono ricoperte con uno spesso strato di terreno pulito. In quella che era la zona A, dopo dieci anni di lavori, fu aperto a tutti un parco naturale regionale, il Bosco delle Querce, che ospita l’Archivio Ponte della Memoria, un centro di documentazione sul crimine di pace compiuto a Seveso, voluto per mantenere memoria del dramma subito.

Gli effetti sulla salute

Per valutare le conseguenze sanitarie dell’incidente fu nominata una commissione di esperti italiani e stranieri. Ne facevano parte scienziati di grande valore: Nathan Mantel, biostatistico, Irving J. Selikoff e Raymond Suskind, medici ed epidemiologi occupazionali, Jiří Kučera, teratologo, e molti altri. Nell’immediato, fu predisposto un piano di controlli della popolazione maggiormente esposta necessariamente aspecifico, data la scarsa informazione all’epoca sugli effetti dell’esposizione non professionale a diossina. Furono indagate con test ematochimici le funzioni epatica, ematopoietica, renale e immunologica; furono esaminate la conduzione nervosa periferica e le aberrazioni cromosomiche; monitorati gli aborti spontanei, la mortalità perinatale, il basso peso alla nascita e le malformazioni congenite.8,9 In base a una convenzione tra Regione Lombardia e la Clinica del Lavoro dell’Università degli Studi di Milano, dagli anni Ottanta furono avviati studi per accertare effetti a lungo termine dell’esposizione a TCDD. Si riporta di seguito una sintesi di alcune delle indagini condotte e dei risultati ottenuti. Una rassegna più completa sugli effetti della TCDD a Seveso è disponibile in articoli recenti.4,9

Cloracne

L’unico effetto inequivocabilmente accertato nei primi periodi dopo l’incidente fu la cloracne, che colpì soprattutto i bambini, facilmente in contatto in quei giorni estivi con matrici ambientali contaminate: in zona A, su 214 bambini di 3-14 anni, 42 (19,6%) presentarono cloracne; nella parte più contaminata della stessa zona risiedevano 54 di quei bambini e quasi la metà di essi presentò cloracne (26 bimbi pari a 48,1%).5

TCDD plasmatica

Sebbene l’esposizione a TCDD non sia un effetto in senso stretto, la includiamo in questa sezione, perché convinti che la condizione di esposto si manifesti con la compromissione del precedente equilibrio psichico e fisico. «L’esposizione al rischio è un danno» è un principio che Maccacaro espresse già nel 197310 e che Pier Alberto Bertazzi ha ribadito – «l’esposizione è componente “nociva” dell’evento in sé» – nel suo contributo in occasione dei 40 anni dal dramma di Seveso.5

Ai tempi dell’incidente, la TCDD era difficilmente dosabile. Anni dopo, sono state sviluppate tecniche analitiche di sensibilità tale da permettere di dosare la TCDD anche nelle piccole quantità di plasma rimaste dai prelievi effettuati dopo l’incidente e congelate. I livelli mediani di TCDD in picogrammi per grammo di lipidi (pg/g, o parti per trilione, ppt), misurati presso il Center for Disease Control and Prevention (CDC) di Atlanta (Stati Uniti) furono i seguenti:

  • zona A: 447 ppt;
  • zona B: 94 ppt;
  • zona R: 48 ppt (tabella 1);
  • i livelli in soggetti residenti in aree non contaminate erano inferiori a 5-10 ppt.11

Quindi, i livelli plasmatici mediamente confermavano la suddivisione in zone A, B, R basata sui livelli di TCCD nel suolo. Data la lunga emivita della diossina (molti anni), livelli sensibili erano ancora dosabili sui campioni prelevati tra il 1992 e il 1996 dalla Clinica del Lavoro di Milano, in collaborazione con US National Cancer Institute e CDC, per studi sugli effetti molecolari della TCDD (tabella 1):12 in zona A furono dosati livelli mediani pari a 73,3 ppt, in zona B pari a 12,4 ppt. Nella zona circostante non inquinata il livello mediano misurato in un campione di popolazione era di 5,5 ppt. Questi dosaggi hanno anche confermato che l’unica diossina presente in eccesso nel plasma dei soggetti delle zone inquinate era la TCDD: i livelli di altre sostanze diossina-simili, cioè altre diossine, furani e policlorobifenili, erano paragonabili a quelli misurati nei soggetti non coinvolti nell’incidente.13

Rapporto maschi-femmine alla nascita

L’Ospedale di Desio negli anni Novanta documentò un’alterazione del rapporto maschi-femmine alla nascita in 674 nati nell’area tra il 1977 e il 1996. La proporzione di neonati maschi, che fisiologicamente è circa 0,514, diminuiva (quindi nascevano più femmine) al crescere della concentrazione plasmatica di TCDD. In particolare, nei figli dei padri esposti a TCDD quando avevano un’età inferiore a 19 anni, la proporzione risultò pari a 0,38.14

TSH neonatale

La Clinica del Lavoro di Milano, sfruttando la banca dati dello screening neonatale di TSH (thyroid stimulating hormone) di tutti i nati in Regione Lombardia, riscontrò, nel periodo 1994-2005, livelli di TSH pari a 1,66 µU/ml tra i 56 figli di madri residenti in zona A all’epoca dell’incidente e 1,35 µU/ml tra i 425 figli di madri di zona B, mentre nei 533 figli di madri residenti nell’area non inquinata il TSH era pari a 0,98 µU/ml.15 La proporzione di bambini con TSH >5 µU/ml era di 16,1% nei neonati da madri di zona A, 4,9% in zona B e 2,8% nell’area non inquinata. L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) all’epoca considerava fisiologica, in aree con sufficiente apporto di iodio, una proporzione inferiore al 3% di neonati con TSH >5 µU/ml.16 Inoltre, in un sottogruppo di 51 donne di cui era disponibile la concentrazione di TCDD plasmatica, fu dimostrata una correlazione positiva tra TSH neonatale e TCDD plasmatica delle madri.15 Le alterazioni osservate erano solo a livello biochimico, non clinico: l’interesse dello studio era di verificare l’accordo con studi sperimentali nell’animale e la possibile persistenza di effetti sulla progenie a molti anni di distanza dall’incidente. L’interesse per il TSH è motivato dalla conoscenza consolidata in epidemiologia ambientale che valori alti di TSH sono associati a un rischio più alto di difetti fisici e mentali durante lo sviluppo

Mortalità e incidenza dei tumori maligni

Date la tossicità elevata, la temuta cancerogenicità e la lunga emivita della TCDD, negli anni Ottanta la Clinica del Lavoro impostò uno studio di coorte per monitorare mortalità e incidenza di tumori maligni negli abitanti dell’area. La coorte ha incluso i 218.682 residenti all’epoca dell’incidente (tabella 1); la popolazione residente nell’area non inquinata (cosiddetta zona non-ABR) fu scelta come riferimento per il confronto dei tassi di mortalità e di incidenza dei tumori. L’ultimo aggiornamento ha coperto gli anni dal 1976 al 2013,4 un tempo sufficientemente lungo per la manifestazione degli effetti dell’esposizione a diossina.

Lo studio di mortalità ha comportato l’accertamento su tutto il territorio nazionale dello stato in vita e della causa di morte (codificata secondo le regole internazionali), attraverso vari sistemi: aggiornamenti periodici dalle anagrafi degli 11 Comuni, record linkage con basi di dati dell’Istat, della Regione Lombardia e delle ASL lombarde; follow-up postale per i soggetti non rintracciati in Lombardia e per i soggetti emigrati fuori regione. I primi risultati furono pubblicati nel 1989 e documentarono un aumento nei primi anni dopo l’incidente di decessi per malattie cardiovascolari nella zona più inquinata.17 Sebbene fosse difficile attribuire con sicurezza questo aumento all’incidente, il risultato era plausibile sia per gli effetti documentati della TCDD sull’apparato cardiovascolare sia per le gravissime condizioni di stress che hanno caratterizzato la vita di quella popolazione per un lungo periodo di tempo dopo l’incidente. Nelle ultime analisi è stata confermata una mortalità elevata per malattie cardiovascolari in zona A nel primo decennio dopo l’incidente (rapporto fra tassi 2,00, 17 decessi) e un’aumentata mortalità per diabete nelle donne, con gradiente decrescente dalla zona più inquinata a quella meno inquinata.4

Per lo studio di incidenza dei tumori fu costruito un sistema complesso basato sulla ricerca dei casi con codici di tumore negli archivi informatici delle schede (anonime) di dimissione ospedaliera (SDO) e la successiva conferma della diagnosi con ricerca manuale delle cartelle cliniche negli ospedali lombardi. Solo dal 2007 l’istituzione di un Registro tumori presso la ASL (ora ATS) Brianza ha consentito di rilevare dati di incidenza già codificati in modo rapido.

Il risultato più convincente dei vari studi condotti dagli anni Novanta (nonostante la bassa potenza statistica per le zone più inquinate) riguarda l’aumento dei tumori del sistema linfoematopoietico (linfomi, leucemie, mielomi). L’ultimo aggiornamento ha confermato un eccesso di rischio anche a distanze di tempo crescenti dall’incidente (tabella 2).4

 

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Parallelamente, l’Ospedale di Desio, in collaborazione con il CDC, ha impostato il Seveso Women’s Health Study (SWHS), che ha incluso 981 donne di cui erano disponibili campioni di sangue prelevati tra il 1976 e il 1981. Lo studio ha stimato un raddoppio del rischio di tumori della mammella per ogni aumento di 10 volte dei livelli di TCDD plasmatica. Un aggiornamento su 833 donne ha stimato un aumento dell’80% di tutti i tumori per ogni aumento di 10 volte dei livelli di TCDD plasmatica.9

Con lo studio SWHS sono stati indagati anche numerosi effetti non neoplastici sull’organismo femminile delle 981 donne reclutate e della loro progenie. Approfondimenti a riguardo sono reperibili nella rassegna di Eskenazi et al.9 e nel sito web dello studio18.

Nel 1997 e nel 2012, la International Agency for Research on Cancer (IARC) ha classificato la TCDD in gruppo 1 (cancerogeno per l’uomo) per l’insieme di tutti i tumori (“evidenza sufficiente”); le evidenze riguardanti i sarcomi dei tessuti molli, il linfoma non Hodgkin (NHL) e il tumore del polmone sono state giudicate “limitate”. Alla valutazione hanno contribuito le prove (sufficienti) negli animali da esperimento e le informazioni sul meccanismo di azione.19,20

Considerazioni sul crimine di pace

Un disastro di grandi dimensioni, quale quello di Seveso, è stato reso possibile dalla concorrenza di più fattori negativi: il prevalere del profitto sulla sicurezza, l’indisponibilità di informazioni scientifiche rilevanti, l’assenza di regolamentazioni vincolanti per la sicurezza nella produzione di sostanze pericolose.

Il prevalere del profitto sulla sicurezza

All'ICMESA non c'erano le condizioni strutturali, organizzative e di personale per avviare un quinto ciclo di produzione del 2,4,5-T. I quattro cicli ordinari avevano già saturato le capacità produttive dell’azienda. L’attivazione del quinto ciclo a parità di risorse umane e tecnologiche ha richiesto la modifica del processo di produzione disarticolandolo in due fasi che richiedevano, quindi, l’introduzione di nuove procedure manuali per la sospensione della reazione e la sua riattivazione dopo un intervallo superiore alle 48 ore, raddoppiando in questo modo il rischio di errore umano, l’evento che è stato poi all’origine del disastro.

L’azienda chimica ICMESA, sede di produzioni altamente pericolose, era situata in un’area densamente popolata, un fatto controintuitivo per la sicurezza. Una spiegazione plausibile sta con alta probabilità nella convergenza di interessi pubblici e privati. Era interesse pubblico sostenere l’economia locale in un periodo di sua grande espansione ed era interesse della Givaudan mantenere il suo insediamento produttivo ICMESA in una posizione geografica favorevole ai contatti con la casa-madre Hoffmann-La Roche in Svizzera e con il mercato finanziario e i centri di governo della Regione a Milano.

L’indisponibilità di informazioni scientifiche rilevanti

L’affermazione «Seveso è stato un caso senza precedenti» è solo parzialmente vera. In realtà, sono stati numerosi gli incidenti industriali precedenti che hanno causato esposizione a diossine degli addetti alla produzione di composti organici clorurati; in ordine cronologico, per ricordare i principali:

  • 8 marzo 1949: Monsanto a Nitro-West Virginia (Stati Uniti);
  • 17 novembre 1953: BASF a Ludwigshafen (Germania);
  • 1963: Philips-Duphar ad Amsterdam (Paesi Bassi);
  • aprile 1968: Coalite and Chemical Products Company a Bolsover-Derbyshire (Regno Unito).

Gli effetti sanitari a breve e a lungo termine sugli esposti negli incidenti sopra elencati sono stati oggetto di rapporti scientifici, poi raccolti nelle Monografie IARC n. 69 del 1997 e 100F del 2012.4,19,20

L’analogia di questi incidenti industriali con quello di Seveso è limitata dalle differenze tra le due popolazioni (prevalenza di maschi adulti nelle popolazioni lavorative vs entrambi i sessi e tutte le età nella popolazione di Seveso). Nel 1974, due anni prima dell’incidente, la National Academy of Science statunitense pubblicò un rapporto21 con il quale, per la prima volta, viene riconosciuto che il 2,4,5-T (componente al 50% con il 2,4-D dell’erbicida Agent Orange), sparso massivamente dall’esercito statunitense sulle foreste e sulle risaie del Vietnam tra il 1961 e il 1971, era altamente contaminato da diossina (da 2 ppm fino a 50 ppm, a seconda dell’anno e dell’azienda produttrice). L’esposizione a TCDD, quindi, non era più da considerare limitata alle poche decine o centinaia di operai coinvolti negli incidenti in impianti chimici dedicati a produzioni specifiche, ma riguardava decine o centinaia di migliaia di soggetti della popolazione generale e, nel caso specifico del Vietnam, anche delle truppe belligeranti sul territorio inquinato. Considerata, quindi, la maggiore analogia con Seveso del teatro espositivo del Vietnam rispetto a quello degli incidenti industriali, c’è stata grande attesa in Italia e nel mondo dei rapporti scientifici sugli effetti a breve e a lungo termine dell’esposizione a diossine nella popolazione civile del Sudest asiatico. Queste informazioni, purtroppo, sono giunte tardi e, perciò, intempestive.

Ciò che ha fatto di Seveso un caso senza precedenti è stata forse la pubblicizzazione tempestiva e senza limiti o condizionamenti di tutte le osservazioni scientifiche condotte sulla popolazione colpita; circostanza che non ha avuto l’analogo in altre situazioni. Nel gennaio 1983, per iniziativa di scienziati statunitensi e con il determinante sostegno delle Università di Yale e di Harvard, si svolse a Ho Chi Min City (ex Saigon) l’International Symposium on Herbicides and Defoliants in War. Uno degli autori (LB) ebbe l’opportunità di presentare i dati di interesse epidemiologico prodotti a Seveso fino a quella data. Ma né gli scienziati vietnamiti né quelli americani presentarono relazioni sostenute da informazioni quantitative sugli effetti sanitari dell’esposizione a diossine dei civili vietnamiti e delle truppe belligeranti (americane e sudcoreane vs vietnamite). I vietnamiti riferirono di un aumento della natimortalità e delle malformazioni congenite in forma aneddotica, con scarna documentazione quantitativa e poca attenzione alla correlazione temporale con l’esposizione a diossine. È stato necessario attendere molto a lungo i risultati di studi adeguatamente disegnati e condotti. Hanno fatto eccezione i lavori tempestivi e illuminanti di Ton That Tung sulla maggiore incidenza del cancro primitivo del fegato negli esposti.22 Una documentazione ricca e ordinata sugli effetti a lungo termine dell’esposizione a diossina dei veterani statunitensi è stata resa disponibile dalla National Academy of Sciences nel 199423 e da quella data periodicamente aggiornata con cadenza biennale fino al 2018.24 Gli studi sugli effetti sanitari a lungo termine dell’esposizione a diossine dei veterani coreani in Vietnam sono stati resi disponibili nel 2014.25-27 I prodotti di migliore qualità della ricerca vietnamita sono datati dopo il 2020.28 Resta il dubbio se la scarsa tempestività della produzione scientifica, sia durante sia dopo la guerra, sia ascrivibile esclusivamente alla sfavorevole situazione del Vietnam o vi abbia contribuito anche qualche interesse esterno a dilazionare la comunicazione scientifica.

Non vi sono dubbi, invece, sull’intenzionale ritardo della comunicazione (9 giorni) di Hoffmann-La Roche alle autorità italiane sulla presenza di diossina in concentrazioni elevatissime in tutta la zona A. Non è possibile quantificare gli effetti sanitari del ritardo di 9 giorni dell’evacuazione di una popolazione inconsapevole da una zona altamente inquinata; è indubbio, però, che abbia causato un eccesso evitabile di danni alla salute e di sofferenze.

I limiti della normativa sulla sicurezza delle produzioni…

Nei decenni successivi al secondo conflitto mondiale, i principali interessi in Italia, come nel resto dell’Europa e del mondo, sono stati la ricostruzione, la ripresa economica, la ricerca di un benessere compensativo dei danni e del dolore subiti. Il prezzo pagato al raggiungimento di questo obiettivo è stato, per lungo tempo, una certa rilassatezza o disattenzione alla produzione e all’applicazione di norme sulla tutela dei lavoratori, dei consumatori e dell’ambiente. È questa contraddizione che ha reso possibile il disastro di Seveso. 

… e le eredità positive del dramma di Seveso

L’incidente, però, ha contribuito a rendere manifesta la contraddizione e a innescare un processo culturale e sociale, prima ancora che normativo, volto a cercare l’equilibrio necessario tra sviluppo, salute e ambiente. Un obiettivo ambizioso non ancora raggiunto. È in questo clima che è nata nel 1982 la direttiva europea nota come Direttiva Seveso che ha poi avuto due revisioni, ultima quella del 2003. Obiettivo della direttiva è di creare una politica comune tra gli stati europei per prevenire i grandi disastri industriali, per mitigarne le conseguenze quando accadono e per garantire ai lavoratori e ai cittadini l’accesso alle informazioni sui rischi e sui comportamenti da adottare in emergenza. L’incidente di Seveso ha ispirato anche la Rotterdam Convention on the Prior Informed Consent Procedure for Certain Hazardous Chemicals and Pesticides in International Trade, promossa dalla FAO e dall’UNEP nel 1998 ed entrata in vigore nel 2004; ultima revisione nel 2025. Con la Convenzione di Rotterdam, si è inteso contrastare il commercio internazionale di prodotti chimici privi della certificazione sulla loro reale pericolosità e privi del consenso informato di merito del Paese ricevente.

Un insegnamento ricavato dal riesame della vicenda Seveso è che la popolazione colpita è a rischio di uno stress aggiuntivo: lo “stress da soccorso”. Allo stress generato dall’improvvisa precarietà della nuova condizione (abbandono della casa, del lavoro, delle abitudini, incertezza del futuro, timore per la salute eccetera) può aggiungersi, se non adeguatamente prevenuto, lo stress indotto da chi impone senza spiegare, da chi chiede senza rispondere, da chi consiglia perentoriamente. Il riferimento esplicito è alle misure di emergenza dei primi giorni, all’aggressione mediatica, alla pressione ideologica di chi voleva il ricorso all’aborto e di chi, invece, voleva impedirlo.

Gli anziani – di per sé maggiormente suscettibili allo stress – poco tollerano la disgregazione del proprio microcosmo sociale, fonte inesauribile di mutuo soccorso. In molte altre situazioni di disastro ambientale, compreso il terremoto dell’Aquila,29 è stato rilevato, come a Seveso, un eccesso di mortalità per cause cardiocircolatorie negli anziani negli anni immediatamente successivi al disastro.

Seveso ha insegnato che lo stress da soccorso è evitabile quando l’ascolto è parte essenziale della comunicazione, quando il linguaggio è quello di chi ascolta, quando le decisioni sono realmente partecipate ed elaborate in base alle esigenze e alle caratteristiche delle varie componenti di una stessa popolazione. L’incertezza scientifica va riconosciuta e accompagnata al programma di azioni tese a superarla. La coesione sociale va promossa al fine di aumentare la resilienza e la partecipazione della popolazione al perseguimento degli obiettivi fissati.

Infine, va riconosciuto che il disastro di Seveso ha segnato un punto di svolta nello sviluppo dell’epidemiologia italiana. Fino ad allora, l’epidemiologia in Italia era quasi esclusivamente di un solo settore: quello delle malattie trasmissibili. C’erano sì personalità di spicco che avevano intuito e praticato l’epidemiologia come strumento di analisi di tutto ciò che attiene alla prevenzione, alla cura e alla riabilitazione della malattia, ma mancava la massa critica di operatori e di strutture necessaria all’affermazione dell’epidemiologia. L’epidemiologia moderna, già ben radicata nel mondo anglosassone, nasce in Italia con Seveso.

Conflitti di interesse dichiarati: nessuno.

Bibliografia

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