Riassunto

Il contributo analizza l’esperienza di ricerca partecipata attraverso la collaborazione tra Martyrion e il progetto OHCSE (One Health Citizien Science) svoltasi nel sito di interesse nazionale (SIN) di Porto Marghera nel maggio 2026. 

Attraverso il dialogo tra epidemiologia partecipata, mobilitazione dal basso ed espressione artistica, l’articolo mette in discussione il dogma della neutralità della scienza, riprendendo la lezione storica di Giulio A. Maccacaro.

Viene analizzata la costruzione di un’iconografia sacra contemporanea, intesa non come mero espediente estetico, ma come dispositivo di resistenza civile e di ricomposizione sociale tra comunità marginalizzate accomunate dall’esposizione alla contaminazione ambientale.

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Abstract

This paper analyzes the experience of participatory research through the collaboration between Martyrion and the OHCSE (One Health Citizen Science) project, which took place at the Italian contaminated site (SIN) of Porto Marghera (Venice) in May 2026. 

Through a dialogue among participatory epidemiology, grassroots mobilization, and artistic expression, this article challenges the dogma of scientific neutrality, drawing on the historical lessons of Giulio A. Maccacaro.

It analyzes the construction of a contemporary sacred iconography, understood not as a mere aesthetic device, but as a mean of civil resistance and social reconciliation among marginalized communities united by their exposure to environmental contamination.

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Martyrion di Teresa Antignani

Oltre il “grande rimosso”: la scienza non neutrale di fronte al SIN

Quando si parla di contaminazione ambientale, porosità dei corpi e marginalizzazione delle comunità, non si può non tenere conto di una costante che attraversa i luoghi dei grandi insediamente industriali: l’impossibilità di accesso a porzioni importanti di territorio. 

Il caso di Porto Marghera è eclatante in termini di chiusure, murature, cancellate e divieti, che rendono difficilissimo e talvolta a rischio di effrazione anche il semplice avvicinamento all’acqua della laguna.

Dall’alto è possibile cogliere come i canali scandiscono il ritmo dei passaggi tra lingue di impianti tirati su accumulando fanghi dragati; dall’alto, perché da terra la visione risulta drammaticamente piatta. Questo è uno degli elementi chiave di questa storia che ci porterà a conoscere Sergio Pascolo, urbanista e docente dell’Università IUAV, e a scoprire il SIN da un punto di vista privilegiato, senza limitazioni: dalla sua barca in legno

Per la Venezia insulare, da sempre fulcro di scambi, viaggi verso oriente, casa dell’arte contemporanea, cartolina del mondo e preda di milionari che la richiedono in affitto, il polo petrolchimico di Porto Marghera ha rappresentato a lungo un “grande rimosso”, nonostante  il destino di chiara matrice estrattivista che ha coinvolto l’isola rendendola una bomboniera svuotata di senso.

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Sergio Pascolo nella sua barca sulla laguna veneta

Attraverso il racconto e lo sguardo della storica e antropologa Gilda Zazzara emerge una componente di forte isolamento della realtà di Marghera non solo culturale, ma geograficamente e politicamente determinata finanche dall’assenza di connessioni pubbliche dirette, che separa visivamente lo sfarzo della laguna turistica, in cui ormai si contano i veneziani che sono andati via a causa del caro affitti attraverso display esposti ai passanti, dall’abbandono della zona industriale, da sempre luogo di fermento e lotta di classe prima operaia e poi ambientalista.

A testimonianza di questo conflitto che emerge dal basso, v’è, tra le altre, la storia di Gabriele Bortolozzo, operaio che, all’inizio degli anni Novanta, cominciò a raccogliere le cartelle cliniche dei compagni operai morti o ammalati nei reparti del cloruro di vinile monomero e del PVC, dando vita alle premesse per l’avvio del maxiprocesso di Porto Marghera; o la testimonianza di Ferruccio Brugnaro, turnista negli stabilimenti di Montedison, che esprime, attraverso le sue poesie, il disagio esistenziale della condizione dei lavoratori che vedono morire come mosche i propri compagni di turno a causa dei veleni.

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Gilda Zazzara nella zona industriale di Porto Marghera

È in questa frattura che si inserisce l’indagine epidemiologica condotta dal Prof. Annibale Biggeri, che vede coinvolti oltre 300 bambini dai 3 ai 10 anni di Porto Marghera e Malcontenta e 180 adulti residenti nel SIN con lo scopo di indagare la presenza di metalli pesanti, PFAS, PCB e diossine nei corpi che hanno partecipato al biomonitoraggio. 

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Annibale Biggeri durante il Congresso dell’Associazione Italiana di Epidemiologia a Trieste

Un progetto imponente se si pensa al coinvolgimento di ricercatori di origine bengalese – la comunità bengalese nell’area mestrina conta circa 20.000 unità – per la somministrazione di questionari su dieta e stili di vita degli intervistati da cui emergono scogli e difficoltà che, a ben vedere, hanno a che fare più con i limiti di un sistema di integrazione inefficace e classista che con i veleni del petrolchimico. 

I risultati dei questionari mostrano quella che Marco Armiero nel suo Wasteocene definirebbe come l’effetto diretto di una alterizzazione della comunità bengalese, confinata in uno spazio specifico (a ridosso di un SIN altamente compromesso) e percepita come corpo estraneo che alimenterebbe un insanabile “conflitto distributivo”, che Lea Ypi ci descrive come una delle principali preoccupazioni di chi abbraccia una visione anti-immigrati e che consiste nella competizione tra nativi e immigrati per i servizi pubblici come scuole, accesso alla sanità, accesso agli alloggi, al lavoro. 

Questa alterizzazione diventa leggibile in alcuni risultati dell’indagine: nella «prevalenza dei disturbi respiratori dell’infanzia e dei suoi fattori di rischio nella comunità bengalese»; nella maggior frequenza nei bambini bengalesi «di una diagnosi di asma bronchiale e i sintomi infiammatori (tosse o catarro per più di tre mesi all’anno al di fuori dei comuni raffreddori)»; nelle «prescrizioni di farmaci broncodilatatori che si mostrano poco appropriate»; nelle condizioni dello stato abitativo che mostrano «un indice di affollamento maggiore»; nella «condizione subordinata dei padri bengalesi»; nelle «fonti di pressione ambientale e sociale che sono maggiori per la comunità bengalese» e richiedono adeguate misure di mitigazione e prevenzione.

Tuttavia, l’approccio puramente descrittivo dei fenomeni rischia di “lasciare fuori l’essenziale”. Ed è qui che il progetto Martyrion cerca di delineare un piano di azione, coinvolgendo tutti gli elementi della storia, attraversando il filtro di una ricerca epidemiologica che non può dirsi neutrale né astratta rispetto ai rapporti di produzione e alle asimmetrie di classe che determinano la salute di lavoratori e di cittadini. In questo senso, il coinvolgimento diretto di Annibale Biggeri nella realizzazione dell’opera costituisce un’operazione simbolica potente e preziosa per le comunità e i movimenti di tutela della salute e dell’ambiente di tutta Italia.

Quando l’epidemiologo decide di abbandonare il presunto distacco accademico per salire su una barca nella laguna insalubre, esposto agli stessi miasmi e alle stesse zanzare delle comunità studiate, compie un atto di posizionamento fondamentale. Non esiste più imparzialità di fronte alla sofferenza ambientale, lo scienziato «decide di stare nel quadro», rinnegando i conflitti d’interesse e ponendosi al servizio di una ricerca scientifica libera, indipendente e co-prodotta con la cittadinanza. 

La convergenza delle marginalità

Il monitoraggio scientifico condotto dall’équipe di lavoro del prof. Biggeri sul territorio ha svelato una drammatica comunanza nell’esposizione tossica, che unisce due tessuti sociali apparentemente vicinissimi, eppure percepiti come molto distanti: gli abitanti di Malcontenta e le famiglie di estrazione operaia della comunità bengalese di Porto Marghera.

Entrambe le comunità subiscono l’impatto di una contaminazione visibile – come i cumuli di fanghi industriali, la nascita di nuovi impianti o l’ampliamento di impianti preesistenti – e invisibile, rappresentata dalle emissioni di benzene, dalle uova contaminate del SIN o, nel caso della comunità bengalese, dal gap linguistico che rende più complesse le operazioni di cura e presa in carico a livello sanitario.

In questa complessità, lo studio ci consente di leggere in maniera chiara dinamiche di classe e dinamiche razzializzanti che ci riportano ai più ampi concetti di (in)giustizia ambientale e razzismo ambientale.

Di fronte all’assenza cronica delle istituzioni e alla frammentazione sociale, la risposta più forte è emersa dal protagonismo delle comunità attraverso l’autorganizzazione comunitaria esemplificata da un lato dall’esperienza della Venice Bangla School, fondata da Kamrul Syed, volta a garantire l’indipendenza e l’inclusione di donne e operai attraverso corsi di lingua italiana integrati con i tempi di vita e compatibili con i turni massacranti dei cantieri navali; dall’altro, dalla resistenza politica e dalle operazioni di citizen science dei comitati e delle associazioni che rivendicano il diritto alla salute in un territorio profondamente modificato dal profitto industriale.

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Kamrul Syed sulla soglia della Venice Bangla School

Dalle analisi di matrici alimentari locali, all’installazione di una centralina per il monitoraggio del benzene, alla denuncia estenuante di una vera e propria discarica a cielo aperto di fanghi industriali sul canale Maranzano, al tentativo di trovare vie per un’integrazione reale tra comunità, quello che si delinea è lo scenario del classico delitto perfetto, in cui gli interessi dei colossi industriali e di manodopera a basso costo incontrano una politica che, a più livelli, da quello comunale a quello nazionale, senza omettere quello regionale, risulta in assoluta malafede. 

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L’attivista Enrico Pellegrini lungo il canale Maranzano

Quando finanche ciò che dovrebbe nutrire la terra è frutto di rimasugli di scarti industriali, quando le uova non sono più commestibili, quando l’aria non è più respirabile,

quando i nostri corpi sono pieni di microplastiche e nel sangue dei bambini ritroviamo cadmio, arsenico e piombo, cosa resta? 

A cosa serve monitorare il nostro grado di resistenza al veleno se poi non si fa prevenzione primaria? 

A cosa serve dichiararsi trasparenti nei confronti dei cittadini se poi si ammanettano quando denunciano le dinamiche di potere e controllo di un modello sistemico volto a debilitare ogni forma di resistenza civile? 

Dalle valutazioni di impatto ambientale viziate alla corsa agli incentivi statali, dalle richieste di autorizzazione rilasciate il giorno della vigilia di Natale agli incontri in Regione in cui si rilasciano dati con il contagocce, la violenza sui territori ha assunto da tempo il volto ingentilito della burocrazia, della mancanza di trasparenza, dell’inettitudine istituzionale.

Rabbia è quello che abbiamo incontrato sui luoghi della colonizzazione e della dismissione industriale assieme alla disillusione di una bellissima umanità che vuole ancora credere in un’alleanza orizzontale e interculturale possibile.

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L’attivista Mattia Donadel davanti all’inceneritore della zona industriale

L’iconografia sacra come dispositivo di resistenza civile

Nata originariamente nel Mezzogiorno come un pellegrinaggio eco-femminista lungo le “cattedrali del profitto” industriale, la ricerca di Martyrion ha sempre indagato la violenta simmetria tra la mutilazione dei territori e il martirio dei corpi, attingendo storicamente all’iconografia delle sante martiri cristiane per dare forma alla denuncia. 

In questo panorama, il progetto Martyrion non si limita mai a documentare il danno, ma si configura come uno strumento di riscatto simbolico, di costruzione narrativa dal basso che celebra storie e corpi nel tentativo di scalfire la narrazione tossica dominante. 

Nel contesto di Porto Marghera, questa radice eco-femminista si evolve e trova la sua massima espressione politica e relazionale proprio nella centralità polifonica affidata alle madri, Elena e Sumaya. 

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Per la realizzazione di questo scatto, si sono intrecciate tantissime vite e professionalità, richiedendo mesi di lavoro, incontri, riflessioni e risoluzioni di ostacoli di natura tecnica e logistica (basti pensare che lo scatto è stato realizzato su una barca in mezzo alla laguna).

Lo scatto fotografico corale realizzato dal fotografo Valerio Benedetto è esplicitamente ispirato nelle pose alla Madonna dell’impannata di Raffaello, una sacra famiglia che chiude un cerchio simbolico. Qui, l’iconografia religiosa tradizionale viene radicalmente risignificata e convertita in una lente di contestazione contemporanea.  

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"Madonna dell’Impannata" di Raffaello

La composizione mette in scena corpi reali e territori feriti, articolando una precisa grammatica della cura e della custodia.

Il corpo non è più il luogo isolato del sacrificio, ma il fulcro di una rete collettiva di cura e giustizia ambientale che contesta l’alleanza tra sfruttamento capitalistico e razzismo ambientale presentando all’osservatore una scena di quotidiana dolcezza, tipica delle rappresentazioni della sacra famiglia.

Intese come forze di riproduzione sociale e custodi della memoria biologica dei luoghi, le madri incarnano il legame viscerale tra la terra ferita e la carne dei propri figli: Sumaya Begum, avvolta nel suo sari tradizionale, traspone la matrice originaria del progetto in una Madonna transnazionale capace di unire le rotte della migrazione bengalese alla resistenza ecologica locale, mentre Elena Marin, nelle vesti di Santa Caterina, si muove con una delicatezza protettiva verso Abhia che è al centro della composizione.

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Sumaya Begum e la piccola Abhia nella loro casa a Mestre

Questa spinta interculturale e interamente al femminile scardina la verticalità della narrazione industriale, proiettandosi orizzontalmente verso un futuro incarnato dalle due bambine al centro della scena: Anita, nei panni di un San Giovannino che fissa lo spettatore, suggerendo una presa di coscienza, indicando il cuore della composizione per impedire l’oblio pubblico, e la piccola Abhia, una Cristo bambina che concentra in sé la vulnerabilità dei corpi esposti e l’urgenza di un’immediata tutela biologica. 

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Elena Morin e la piccola Anita

A completare questa rottura epistemologica, la figura dell’epidemiologo Annibale Biggeri, che formalizza il posizionamento di una scienza che rinuncia alla neutralità per farsi corpo tra i corpi. Sullo sfondo, l’arco di accesso al petrolchimico delimita l’orizzonte al tramonto: quella che strutturalmente è una condotta di trasporto del profitto industriale viene convertita in elemento di unione architettonica sotto il quale le due comunità si riconoscono, si proteggono e rivendicano la dignità dei propri corpi.

In questo scatto c’è tutto il dolore che abbiamo incontrato, ma anche tutta la bellezza tipica dell’ostinazione a voler immaginare un futuro migliore.

Conclusioni

Non è scontato tentare di trarre delle conclusioni da un’esperienza simile. 

Le domande delle comunità restano, assieme ai cumuli di monnezza o alle emissioni di benzene, così come resta la viva sensazione di inefficacia dell’azione collettiva di fronte agli studi e ai dati scientifici. Chi vive la drammaticità della contaminazione ambientale sul proprio corpo o viene da esperienze di lotta ambientale, si imbatte troppo spesso nell’illusione generale di poter ottenere qualcosa attraverso gli studi o i proclami che tendono malamente a celare la mania di delegittimare la sofferenza delle comunità se quest’ultima non può essere puntualmente quantificata o resa significativa dal punto di vista statistico.

Il caso di Porto Marghera ci dice anche di più: nonostante i dati raccolti, nonostante rimostranze e centraline installate, nonostante siano state accertate emissioni di benzene e benzo(a)pirene in atmosfera, nonostante le continue denunce, nulla accade. Eppure i responsabili hanno nomi e cognomi, le aziende che contribuiscono all’aggravarsi della crisi nel SIN sono note quanto i loro organigrammi. 

Perché non succede nulla? Perché gli impianti non vengono sequestrati in via preventiva? Perché non si parla di bonifiche e, soprattutto, perché a pagare i danni ambientali e sanitari provocati da grossi colossi industriali devono sempre essere i cittadini attraverso le istituzioni pubbliche di prossimità?

Questi interrogativi restano aperti per tutti i luoghi del disastro in Italia, dal Sulcis a Taranto alla Terra dei fuochi a Casale Monferrato ad Augusta fino a Sarroch, passando per tutti i luoghi neanche classificati come SIN (per esempio, la Piana di Venafro).

E allora, a un anno e mezzo dalla sentenza CEDU sulla Terra dei Fuochi, a pochi mesi dagli scontri che hanno visto coinvolta la Val di Susa e il movimento NO TAV, a pochi giorni dall’ennesimo incendio di un sito di stoccaggio di rifiuti nell’area industriale di Porto Marghera, vale la pena di chiedersi perché il civismo dovrebbe valere sempre e solo per le comunità che tentano di difendersi da un disastro annunciato e non per chi quel disastro l’ha compiuto. Perché la violenza contro una ruspa è condannata con tanto di proclama e l’avvelenamento sistematico di intere comunità no? Esiste, per parafrasare l’attivista del Movimento Basta Impianti Biagio Sarnataro, un modo per percorrere la norma forzandola a favore delle comunità e istituire prassi di vita, invece che progetti di morte sui territori?

Questa tappa del progetto ha concesso a dei mondi apparentemente molto distanti, e talvolta in netta antitesi tra loro, di incontrarsi per porsi domande insieme, per sondare una modalità inedita e corale del racconto territoriale, non più esclusivamente descrittiva o medicalizzata, ma proiettata a ciò che può essere un potenziale futuro delle comunità esposte.

Se il salto di coscienza resta di là da venire, il vero punto di svolta per la comunità scientifica risiede nella scelta metodologica di Annibale Biggeri: uscire dalla torre d’avorio dell’accademismo per denunciare, fianco a fianco con le comunità, non solamente che il re è nudo, ma che bisogna debellare i conflitti di interesse, in particolare laddove gli interessi economici sono enormi e le implicazioni politiche torbide, non tanto per una questione morale o di bontà personale, ma per la qualità e la credibilità stessa della ricerca scientifica.

Questa direzione, per una volta dalla parte della vita, è tracciata da uno dei volti più influenti dell’epidemiologia in Italia. 

Da qui non si può tornare indietro, ma c’è bisogno di alleati all’altezza del compito in ogni ambito della società civile (dai medici, ai docenti, ai ricercatori, agli artisti, agli storici, agli urbanisti, agli avvocati, ai magistrati, ai giornalisti e così via).

Bisogna alzare il livello del conflitto e portarlo in ogni luogo.

Bisogna insistere e resistere.

Conflitti di interesse dichiarati: nessuno.

Foto: Valerio Benedetto

Per approfondimenti

  • Sarnataro B. La questione ambientale a Caserta. Ecologia politica e immaginazione territoriale in un anno di Movimento #BastaImpianti”. 15.07.2026. doi: 10.5281/zenodo.21036536
  • Ypi L. Confini di Classe. Disuguaglianze, migrazione e cittadinanza nello stato capitalista. Milano, Feltrinelli, 2025.
  • Armiero M. L’era degli scarti. Cronache dal Wasteocene, la discarica globale. Torino, Einaudi, 2021.
  • Piazza N, Murgia V, Donadei M et al. One Health Citizen Science. Primi passi a Porto Marghera. Epidemiol Prev 2023;47(4-5):240-42. doi: 10.19191/EP23.4-5.063
  • Venezia si sta spopolando? Quanti siamo oggi? Disponibile all’indirizzo: https://www.venessia.com/contatoreabitanti/
  • Biggeri A. Metodologia per la ricerca partecipata: i quesiti di ricerca. Epidemiol Prev 2023;47(4-5):237-39. doi: 10.19191/EP23.4-5.062
  • Pasetto R, Biggeri A, Piccolo C, Malavasi G. Giustizia ambientale e conoscenze locali nell’ambito del progetto “One Health e Citizen Science”. Epidemiol Prev 2024;48(6):495-505. doi: 10.19191/EP24.6.A818.140
  • Biggeri A. Perché la consequential epidemiology si può fare solo con la partecipazione dei cittadini. Epidemiol Prev 2024;48(3):178-80. doi: 10.19191/EP24.3.070

 

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