Mentre l’autore scrive, l’epidemia di Ebola da virus Bundibugyo nella Repubblica Democratica del Congo (RDC) non accenna a fermarsi. Al 29 settembre 2026, la RDC contava 8.224 casi confermati e 3.982 morti; partito dalla provincia di Ituri, il virus si è esteso al confinante Nord Kivu e al Sud Kivu per arrivare poi verso Ovest, fino a Haut-Uélé, Bas-Uélé, Tshopo e Sud-Ubangi: sette province in tutto. L’Uganda ha chiuso il proprio focolaio dopo 20 casi confermati;1,2 in Europa sono stati riscontrati casi in pazienti poi ricoverati in Germania, Francia e Paesi Bassi, quasi tutti operatori sanitari e umanitari evacuati dalla RDC.1 OMS e Africa CDC hanno varato un piano di risposta continentale.3 I modelli mostrano quanto pesi un dettaglio in apparenza burocratico: a seconda della quota di malati isolati in tempo, lo stesso focolaio può restare nell’ordine delle migliaia di casi o superare i diecimila casi in tre mesi.4 Non è la virulenza del patogeno, da sola, a decidere l’esito: è la qualità del primo riconoscimento.

In Italia, abbiamo visto quel riconoscimento all’opera due volte in una settimana. Il 24 maggio, sette connazionali rientrano a Malpensa dall’Uganda... Accedi per continuare la lettura

 

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