L’autore invita a superare le cosiddette zone di sacrificio dove le attività industriali inquinanti danneggiano la salute e l’ambiente delle comunità locali, mentre i benefici economici ricadono altrove. Si mette in luce il ruolo svolto dall’empatia selettiva, che porta a considerare alcune aree geografiche e alcune persone meno meritevoli di protezione, favorendo il disimpegno morale e l’accettazione delle ingiustizie. In questo contesto, Martyrion, il progetto artistico di Teresa Antignani, si intreccia con il lavoro dell’epidemiologia: quest’ultima conta le persone, mentre l’arte le fa contare, riconoscendone il vissuto. Per contrastare le ingiustizie, non bastano indagini epidemiologiche accurate e politiche ambientali efficaci, occorrono anche una maggiore partecipazione dei cittadini e un ampliamento dei confini della comunità morale, capace di riconoscere a tutti lo stesso diritto alla salute e alla vita.

La salute ha una geografia sociale. Le possibilità di vivere a lungo e in buona salute, così come quelle di ammalarsi e morire prematuramente, seguono linee di demarcazione tracciate dalle condizioni socioeconomiche. Questi fattori influenzano non soltanto l’accesso all’assistenza sanitaria, i comportamenti legati alla salute e i fattori psicosociali, ma anche i luoghi in cui si nasce, si cresce, si lavora e si vive e, quindi, la probabilità di essere esposti ad ambienti insalubri e contaminati.

È in questa geografia delle disuguaglianze che prende forma l’ingiustizia ambientale, definita come «l’esposizione iniqua e sproporzionatamente elevata delle popolazioni povere, minoritarie ed emarginate a sostanze chimiche tossiche, aria e acqua contaminate, luoghi di lavoro non sicuri e altri rischi ambientali».1

Una delle sue manifestazioni più estreme è rappresentata dalle cosiddette “zone di sacrificio”: territori nei quali i costi ambientali e sanitari dello sviluppo economico vengono concentrati su popolazioni che spesso dispongono di minori risorse economiche, sociali e politiche per opporvisi.2 Sono luoghi sui quali si concentrano inquinamento, rifiuti, attività estrattive o produzioni industriali pericolose, mentre i benefici economici generati da queste attività vengono distribuiti altrove o raggiungono solo marginalmente le popolazioni che ne sopportano i costi.

In questo contesto, nasce Martyrion, un progetto performativo e fotografico nomadico che indaga aree particolarmente esposte a ingiustizia ambientale e disuguaglianze di salute nel Sud europeo. Il progetto di Teresa Antignani nasce nell’ambito della mobilitazione contro la costruzione di un impianto di interesse nazionale a Presenzano, in provincia di Caserta, per poi estendersi a diverse aree del Mediterraneo segnate da contaminazione e abusi ambientali: Presenzano, Taranto, la Terra dei Fuochi, Portoscuso, Augusta-Priolo e Porto Marghera.

Quest’ultima zona di sacrificio rappresenta un caso particolarmente emblematico dell’interazione tra disuguaglianze di salute, esposizioni ambientali e ingiustizia socioeconomica. Uno studio condotto da Gessoni e colleghi utilizzando i dati del Sistema Epidemiologico Integrato di Venezia (SEIVE) ha confrontato lo stato di salute della popolazione residente a Porto Marghera con quello della popolazione residente nel resto della terraferma veneziana. Gli autori hanno riscontrato un eccesso di mortalità complessiva per tumori in entrambi i sessi, oltre a una maggiore incidenza e mortalità per tumore del polmone e, nella popolazione maschile, un aumento della mortalità per malattie dell’apparato respiratorio.3 

Queste differenze si inseriscono in un quadro più ampio di disuguaglianze territoriali di salute nell’area veneziana: Simonato e colleghi hanno mostrato come differenze socioeconomiche tra diverse aree della città, radicate nella sua storia, continuino a riflettersi nella distribuzione della salute e della malattia.4 Questi studi enfatizzano, inoltre, l’importanza di politiche pubbliche volte a ridurre l’impatto sulla salute delle esposizioni ambientali nelle zone di sacrificio, fornendo indicazioni stringenti a coloro che hanno responsabilità verso la collettività ai diversi livelli di governo, nazionale e regionale.5

È proprio su questo terreno che epidemiologia e Martyrion si incontrano. Mettendo al centro corpi, territori e testimonianze, il progetto artistico offre una prospettiva complementare alla scienza: non sostituisce ciò che gli studi epidemiologici misurano, ma restituisce volti, storie e vissuti a ciò che dati e indicatori possono talvolta rendere astratto. Se l’epidemiologia conta le persone, Martyrion fa in modo che le persone contino.

Martyrion racconta, inoltre, la resistenza civile delle comunità locali e porta in primo piano le ingiustizie che contribuiscono a trasformare alcuni territori in zone di sacrificio. Il progetto denuncia le logiche di profitto che spingono industrie inquinanti, multinazionali dell’energia e imprese dello smaltimento dei rifiuti a concentrare le proprie attività nei territori più vulnerabili e con minore capacità di incidere sulle decisioni che li riguardano. E interroga tanto la politica quanto la cittadinanza ponendole di fronte a una domanda scomoda: in che modo si decide che cosa può essere sacrificato e, soprattutto, chi può essere sacrificato?

Le disuguaglianze di salute non sono, infatti, realtà inevitabili, ma il risultato di processi sociali, economici e politici. E le scelte politiche che generano le zone di sacrificio non avvengono in un vuoto psicologico: riflettono anche rappresentazioni collettive, valori, emozioni e confini morali che influenzano il modo in cui percepiamo gli altri e attribuiamo valore ai loro bisogni, alla loro salute e alle loro vite. Tra questi processi, un ruolo importante può essere svolto dall’empatia, intesa non soltanto come capacità individuale di mettersi nei panni degli altri, ma anche come fenomeno collettivo capace di orientare atteggiamenti sociali e, indirettamente, le politiche pubbliche.  

L’esistenza delle zone di sacrificio è resa possibile da decisioni collettive che riflettono una distribuzione disuguale dell’empatia verso popolazioni discriminate non per ciò che fanno, ma per chi sono. È così che l’empatia, distorta da doppi standard morali ed emotivi, diventa selettiva.6 

Per empatia selettiva si intende la tendenza a provare maggiore empatia verso coloro che percepiamo come appartenenti al nostro gruppo, sociale, nazionale, etnico, religioso o culturale, e minore – o nessuna – empatia verso chi viene percepito come esterno. Si riferisce a una sorta di geografia morale nella quale la sofferenza non possiede ovunque lo stesso peso: alcune vite appaiono meritevoli di protezione e solidarietà; altre sono, invece, ritenute meno degne e, in ultima analisi, più facilmente sacrificabili.7

L’empatia selettiva collettiva può avere conseguenze concrete sulle disuguaglianze e sul sostegno alle politiche pubbliche che le aumentano o diminuiscono. Quando persone di basso stato sociale, migranti o altri gruppi marginalizzati vengono percepiti come cittadini “di serie B”, meno meritevoli di attenzione e compassione, diventa plausibile sostenere politiche che riducono i servizi essenziali destinati a queste popolazioni, ne limitano i diritti, rendono più precarie le loro condizioni di vita o ignorano l’impatto dell’ambiente sulla loro salute. La distanza emotiva può così tradursi in distanza politica e contribuire alla riproduzione delle disuguaglianze sociali e ambientali.

Nel caso di Marghera, l’empatia selettiva può contribuire a legittimare le disuguaglianze, alimentando narrazioni che favoriscono ciò che lo psicologo Albert Bandura definisce meccanismi di “disimpegno morale (selettivo)”.8 Questi meccanismi permettono a individui e collettività di convivere con le conseguenze dannose delle proprie scelte attenuandone la responsabilità, minimizzandone gli effetti o prendendo le distanze dalle persone che li subiscono. Ciò significa accettare, per esempio, l’idea che “Marghera sia un territorio sacrificabile”, che il maggior rischio di tumori tra gli operai migranti siano “problemi loro”, che l’asma o l’avvelenamento da piombo dei bambini immigrati “non siano affari miei”. In questo senso, la zona di sacrificio non è allora soltanto uno spazio geografico contaminato: è anche uno spazio morale, reso possibile dalla distanza sociale e psicologica tra chi beneficia di determinate attività economiche e chi ne sopporta i costi ambientali e sanitari.

Denunciando le ingiustizie alla base delle zone di sacrificio, Martyrion tenta di ridurre proprio questa distanza. Attraverso le storie delle persone che abitano i territori contaminati, contribuisce a “umanizzare” chi è esposto alle disuguaglianze agli occhi di chi ha costruito o interiorizzato barriere morali ed emotive fondate su norme e rappresentazioni sociali che perpetuano l’ingiustizia. In questo senso, l’arte e le storie possono rendere visibile e umanamente percepibile “l’altro”, accorciando la distanza che lo separa dal “noi”.

Questa riduzione delle distanze identitarie ha implicazioni dirette per la giustizia ambientale. Se la salute del bambino bengalese di Marghera viene percepita come meno “nostra” di quella del bambino italiano; se la malattia dell’operaio viene separata dal benessere di chi beneficia della produzione industriale; se Taranto, Priolo o Portoscuso possono essere pensati come luoghi lontani dalle nostre vite e che non ci riguardano, i confini geografici finiscono per diventare confini morali.

Superare le zone di sacrificio richiede quindi non soltanto una migliore epidemiologia ambientale, politiche efficaci di prevenzione e una maggiore partecipazione democratica, ma anche un ampliamento dei confini della nostra comunità morale. Significa passare dall’empatia selettiva a una visione universalistica dell’essere umano, capace di riconoscere uguale valore alla salute e alla vita indipendentemente dalla classe sociale, dalla provenienza o dal luogo in cui si vive. Allargare la nostra identificazione fino a comprendere l’intera umanità significa indebolire la distinzione tra “noi” e “loro”, affinché la salute degli altri cessi di essere un problema altrui e diventi una responsabilità condivisa.9

«Quando ci si riconosce nell’intera umanità, non esistono altri Paesi, perché l’unico Paese è il mondo. Non c’è più lo straniero, perché l’umanità intera diventa la nostra nazione.»6 In un’epoca attraversata da nuove chiusure identitarie e dalla riaffermazione di confini nazionali e sociali, questa estensione dell’identificazione “oltre i confini”10 può rappresentare non soltanto un principio morale, ma una condizione per immaginare politiche capaci di riconoscere e tutelare il diritto alla salute come inviolabile. 

Lo scatto di Martyrion a Porto Marghera offre, in questo senso, un’immagine particolarmente potente. Sotto l’arco del petrolchimico, persone di origini differenti formano un’unica famiglia. Il confine tra “noi” e “loro” diventa improvvisamente indistinguibile. E forse è proprio questa la funzione più profonda dell’intreccio tra arte, epidemiologia e politiche pubbliche: ricordarci che dietro ogni statistica c’è una persona e farci rifiutare l’idea stessa che possano esistere territori e persone sacrificabili.

Bibliografia

  1. Landrigan PJ, Rauh VA, Galvez MP. Environmental justice and the health of children. Mt Sinai J Med 2010;77(2):178-87. doi:10.1002/msj.20173
  2. Juskus R. Sacrifice zones: a genealogy and analysis of an environmental justice concept. Environ Humanit 2023;15(1):3-24. doi:10.1215/22011919-10216129
  3. Gessoni F, Macciò S, Barbiellini Amidei C, Simonato L. Study on the health status of the population living in Marghera (Venice, Italy) through the use of a longitudinal surveillance system. Ann Ist Super Sanita 2020;56(2):157-67. doi:10.4415/ANN_20_02_05
  4. Simonato L, Canova C, Saracci R. Health inequalities and historically persistent socioeconomic differences in Venice. Int J Public Health 2014;59:727-30. doi:10.1007/s00038-014-0575-5
  5. Bauleo L, Fabri A, De Santis M, Soggiu ME, Ancona C. Valutazione dell’impatto dell’inquinamento atmosferico sulla salute della popolazione residente nelle aree industriali italiane incluse nel Progetto SENTIERI. Epidemiol Prev 2023;47(1-2) Suppl 1:338-53. doi:10.19191/EP23.1-2-S1.007
  6. De Vogli R. Selective empathy: the West through the gaze of Gaza. Brill, Leiden/Boston, 2025. Disponibile all’indirizzo: https://brill.com/display/title/73467?srsltid=AfmBOor4uMBQ91CZ_XToBgXnSnSL5XvaogCcu6kkOtK_DY4EeTZHfFuY
  7. De Vogli R, Montomoli J, Abu-Sittah G, Pappé I. Break the selective silence on the genocide in Gaza. Lancet 2025;406(10504):688-89. doi: 10.1016/S0140-6736(25)01541-7
  8. Bandura A. Moral disengagement in the perpetration of inhumanities. Pers Soc Psychol Rev 1999;3(3):193-209. doi:10.1207/S15327957PSPR0303_3
  9. McFarland S, Hackett J, Hamer K et al. Global human identification and citizenship: a review of psychological studies. Polit Psychol 2019;40(S1):141-71. doi:10.1111/pops.12572
  10. McFarland S, Webb M, Brown D. All humanity is my ingroup: a measure and studies of identification with all humanity. J Pers Soc Psychol 2012;103(5):830-53. doi:10.1037/a0028724

 

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