«Che cos’è un suicidato della società? È un uomo che la società ha spinto alla disperazione per impedirgli di rendersi manifesto, o di agire contro le sue storture»

Antonin Artaud, Van Gogh il suicidato della società (1947)

L’8 giugno 2026 il corpo di Lamin Sonko ha smesso di respirare

Aveva 31 anni, pochi giorni prima era stato trasportato d’urgenza al PS dell’Ospedale Niguarda dopo l’ennesimo tentativo di suicidio messo in atto presso la Casa Circondariale di San Vittore, a Milano.1 La sua morte, rubricata asetticamente dalla burocrazia penitenziaria come "suicidio in cella ad alto rischio (CAR)", rappresenta l'ennesimo tassello di un mosaico tragico e sistemico.

Prima di scivolare via come l’ennesimo grano di un rosario blasfemo che non riserva alle vittime neanche l'ombra di una preghiera, la “figura biopolitica” di Lamin era stata masticata dalla macchina del fango mediatico e securitario della metropoli milanese. Nei mesi precedenti, il suo corpo razzializzato era stato trasformato in uno spauracchio collettivo per la popolazione di Milano Sud: "C'è un uomo nero matto che si aggira col machete alla Barona", ripetevano le cronache locali, alimentando quel panico morale che precede e giustifica la neutralizzazione fisica. Bloccato in Stazione Centrale mediante l’uso del taser – un dispositivo di immobilizzazione neuromuscolare ad impulsi elettrici con enormi implicazioni necropolitiche nel suo stesso utilizzo,2 e che aveva quasi ucciso Lamin già prima della fotodattiloscopia – Lamin Sonko è entrato nel circuito carcerario non come un paziente psichiatrico bisognoso di cure, ma come un "nemico pubblico" da contenere.

La sua morte solleva una domanda radicale che la psichiatria forense e la sanità pubblica non possono più eludere: cosa ci dicono davvero i suicidi in carcere della nostra società? Sono il prodotto di una fatalità clinica individuale o rappresentano, al contrario, la manifestazione più estrema di una violenza istituzionale, una vera e propria pena di morte mascherata prodotta da una selezione razziale e necropolitica?

Imparare parole nuove

Biopolitica

Concetto teorizzato da Michel Foucault per descrivere le modalità con cui il potere moderno e le istituzioni statali governano, regolano e disciplinano la vita biologica, la salute e i corpi delle popolazioni, trasformando l'esistenza fisica in un oggetto prioritario di controllo e gestione amministrativa

Necropolitica

Concetto teorizzato da Achille Mbembe per descrivere l'uso del potere sovrano non solo per gestire la vita, ma per dettare chi può vivere e chi può essere lasciato morire attraverso l'abbandono istituzionale, l'indifferenza e la violenza strutturale

Necropolitics. Duke University Press 2019

Abolition medicine

Approccio medico, bioetico e politico che rifiuta la complicità della sanità con i dispositivi di contenzione e detenzione, promuovendo il superamento della carcerazione a favore della garanzia dei determinanti sociali della salute e dei diritti umani

Crimmigration

La convergenza tra il diritto penale e il controllo della immigrazione, che trasforma la condizione giuridica di straniero in una categoria di pericolosità sociale e di selettività punitiva

Fotodattiloscopia

Operazione di polizia per il rilevamento delle impronte digitali e dei contrassegni fisionomici

CAR

Cella ad Alto Rischio

L'imbuto patogeno tra salute mentale e detenzione

Per comprendere la traiettoria che conduce un corpo dal margine urbano alla corda di una cella, occorre muovere dall'impianto teorico che Michael Marmot ha definito come la infelice co-occorrenza (unhappy co-occurrence) tra vulnerabilità sociale, disturbo mentale e confinamento carcerario.3 L’intersezione tra povertà, deprivazione educativa, disgregazione comunitaria e profilazione etnica agisce come un determinante fondamentale di salute a monte (upstream determinant).4

Questo processo non si limita a produrre una maggiore incidenza di disturbi neuropsichiatrici nella popolazione marginalizzata, ma ne amplifica enormemente il rischio di criminalizzazione e istituzionalizzazione. Come evidenziato dai dati epidemiologici globali riassunti dallo stesso Marmot, lo stress tossico (toxic stress) derivante dalle dinamiche di violenza strutturale altera lo sviluppo e il funzionamento cerebrale, riducendo la capacità di regolazione degli impulsi e intensificando le risposte fisiologiche agli stimoli avversativi. Il carcere, lungi dal rappresentare un luogo di riabilitazione, agisce come un formidabile acceleratore patogeno: non solo confina chi è già affetto da sofferenza psichica, ma produce la malattia stessa.

Nel contesto italiano,5 la dimensione di questa co-occorrenza è misurabile attraverso l'analisi dei consumi farmacologici interni agli istituti di pena. Il Ventiduesimo Rapporto dell’Associazione Antigone sulle condizioni di detenzione evidenzia un dato macroscopico: la percentuale di persone detenute a cui viene somministrato regolarmente almeno un farmaco psicotropo (antipsicotici, antidepressivi, stabilizzatori dell'umore o ansiolitici) ha superato la soglia strutturale del 40%, con picchi che in alcuni istituti sfiorano il 60% della popolazione totale (Figura 1).6 L'uso massiccio di psicofarmaci è diventato la principale tecnologia di controllo biopolitico, una "camicia di forza chimica" utilizzata dall'amministrazione penitenziaria per sedare il dissenso, gestire il sovraffollamento e compensare la drammatica carenza di personale medico e specialistico.

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Questo quadro si specchia nelle prevalenze generali dei disturbi di salute mentale che caratterizzano i contesti di privazione della libertà come evidenziato dalla metanalisi di Verhülsdonk et al.7 sulla detenzione amministrativa e sui contesti di confinamento per motivi migratori, secondo cui la prevalenza di patologie come depressione (68%), ansia (54%) e disturbo post-traumatico da stress (PTSD) (42%) raggiunge livelli fino a 5 volte superiori rispetto alla popolazione generale non detenuta, che si attesta attorno al 4-5% (Figura 2)7

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Dalla Crimmigration alla selezione razziale necropolitica

Se la vulnerabilità psichica e la tossicodipendenza colpiscono trasversalmente la popolazione reclusa, l’intersezione con la variabile etnica e la condizione giuridica di cittadino straniero trasforma il carcere in un dispositivo di eliminazione selettiva. È quello che possiamo definire come la “spirale della necropolitica carceraria” per le persone migranti in Italia: una spirale i cui numeri descrivono una progressione tale che non può essere spiegata attraverso la lente della semplice sfortuna o della devianza individuale.

I cittadini stranieri rappresentano circa il 9% della popolazione residente sul territorio italiano; la medesima coorte sale al 32% della popolazione carceraria totale, per poi schizzare al 43% della totalità dei decessi per suicidio all'interno delle celle.8 Ci troviamo di fronte a un'anomalia statistica ed epidemiologica che supera i concetti sociologici classici di crimmigration (la fusione tra diritto penale e controllo dell'immigrazione) o di semplice profilazione razziale (racial profiling) da parte delle forze di polizia. Questa è, a tutti gli effetti, una selezione razziale necropolitica (Figura 3).

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La gestione della devianza e della marginalità dei soggetti di origine straniera in Italia segue una linea di sviluppo lineare e punitiva: la mancanza di un tessuto documentale (prodotta attivamente dalle leggi sull'immigrazione), l'impossibilità di accedere a misure alternative alla detenzione per l'assenza di un domicilio formale e la carenza di reti di supporto legale convertono ogni reato minore o condotta problematica in una carcerazione preventiva o in una pena detentiva da espiare interamente in regime di massima sicurezza. In questo quadro, le dinamiche di profilazione razziale sul territorio intersecano e amplificano i processi di razzializzazione sociale che guidano la selettività del sistema penale.

Una volta dentro, l'isolamento diventa assoluto: le barriere linguistiche impediscono l'accesso al supporto psicologico, la mediazione culturale è ridotta a interventi sporadici ed estemporanei, e il contatto con l'esterno è azzerato dalla povertà o dall'impossibilità di effettuare chiamate transnazionali. Il corpo del migrante, privato di ogni valore d'uso per il mercato del lavoro esterno, viene abbandonato al meccanismo del confinamento puro. È in questo contesto che l'autolesionismo (che secondo il Rapporto 2026 di Antigone nel circuito penitenziario nazionale supera la cifra drammatica di oltre 12.000 episodi registrati ogni anno)9 e il suicidio rimangono le uniche forme paradossali di riappropriazione del sé.

L'architettura della deprivazione: il paradosso delle Celle ad Alto Rischio (CAR)

Il caso di Lamin Sonko solleva un velo su una delle prassi più controverse della gestione penitenziaria contemporanea: il confinamento nelle Celle ad Alto Rischio (CAR). Concepiti teoricamente come strumenti di massima tutela per la prevenzione del rischio autolesivo e per la sorveglianza a vista h24, questi spazi si configurano nella realtà come veri e propri dispositivi di deprivazione sensoriale e deumanizzazione istituzionale.

Entrare in una CAR significa subire una spoliazione letterale del sé: la persona viene privata di lenzuola, indumenti personali, stringhe, cinture e di qualunque oggetto che possa essere strumentalizzato per il suicidio. Il corpo viene ridotto a pura materia biologica da sorvegliare, confinato all'interno di stanze atraumatiche di manicomiale memoria: completamente spoglie, con l'illuminazione artificiale dei neon perennemente accesa, giorno e notte, azzerando i ritmi circadiani e amplificando lo stato di dissociazione psicotica.

È qui che si consuma il cortocircuito clinico e deontologico della sanità penitenziaria: la risposta a una crisi psichiatrica acuta non è la presa in carico terapeutica o l'inserimento in un setting di cura accogliente, ma un contenimento custodialistico esasperato. L'isolamento estremo e l'assenza totale di intimità, combinati con la strutturale carenza di personale per garantire una reale vigilanza costante, trasformano la cella di prevenzione in un acceleratore di disperazione. La CAR non salva la vita; ne sancisce la definitiva oggettivazione, spingendo la sofferenza mentale oltre il punto di rottura. Morire nelle CAR dimostra il fallimento intrinseco dell'approccio esclusivamente custodialistico e securitario del carcere.

L'andamento storico dei suicidi: l'esplosione dei numeri

Per comprendere appieno come la tragedia dei "suicidati della società" non sia il frutto di drammi individuali o di vulnerabilità pre-esistenti immodificabili, è necessario osservare l'andamento epidemiologico degli ultimi vent'anni. I dati storici mostrano una curva che ha cessato di oscillare secondo normali variazioni statistiche per subire un'impennata verticale drammatica, segno tangibile di un deterioramento sistemico delle condizioni di detenzione. Come si evince chiaramente dalla curva rappresentata in Figura 4, il picco registrato nell'ultimo biennio demolisce qualsiasi retorica emergenziale.10 Ci troviamo di fronte a un dato strutturale: l'aumento dei suicidi corre in parallelo con l'inasprimento delle politiche di confinamento e con il progressivo sman-tellamento della medicina territoriale interna alle carceri, culminando nel drammatico punto mas-simo di 91 decessi registrati in un singolo anno. Questo picco storico non rappresenta un'ano-malia statistica o una fluttuazione casuale, ma la certificazione numerica di un punto di rottura sistemico. Centrare l'attenzione su questa quota – la più alta mai registrata nella storia penitenziaria recente – permette di smontare la tesi della "predisposizione individuale" o del dramma privato dell'escluso. Dal punto di vista epidemiologico, un tasso di suicidarietà così esasperato rivela che le condizioni oggettive di vita all'interno degli istituti, il sovraffollamento cronico e l'assen-za totale di un orizzonte trattamentale dignitoso agiscono come veri e proprio fattori patogeni e psicopatogeni diretti.

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La contrazione drastica delle ore di presenza del personale socio-sanitario delle ASL – in particolare psicologi e psichiatri – e la burocratizzazio-ne dell'atto clinico, ridotto a mero "controllo del rischio penitenziario", lasciano le persone recluse in una condizione di solitudine totale proprio nel momento di massima vulnerabilità. La morte di 91 persone in dodici mesi non è una successione di eventi imprevedibili, ma l'esito strutturale e ampiamente prevedibile di una scelta politica: quella di rispondere alla sofferenza sociale e mentale esclusivamente attraverso il confinamento materiale e il biocontenimento.

Disaggregare il contatore della morte: nomi, storie, esistenze

Uno dei principali dispositivi di neutralizzazione etica del fenomeno dei suicidi in carcere è la loro riduzione a dato puramente quantitativo. I media e le stesse istituzioni tendono a trattare il numero dei decessi come un mero "contatore della morte", un indicatore macroeconomico o neutrale da aggiornare quotidianamente per misurare la temperatura della tensione sociale. Questa operazione di astrazione burocratica cancella la soggettività, la biografia e la sofferenza dei singoli corpi, trasformandoli in cifre indistinguibili.11 Disaggregare i dati significa, al contrario, com-piere un atto di resistenza clinica e politica. L’analisi qualitativa dei dati raccolti nel monitoraggio indipendente dei decessi consente di squarciare il velo dell'anonimato. Se prendiamo come riferimento analitico i dati consolidati relativi ai suicidi in cella (con il picco storico di 91 suicidi registrati nel 2024), emerge chiaramente la composizione sociale di questa strage:

  • Cittadini stranieri/migranti: rappresentano il 43% del totale dei suicidi, a fronte del 32% delle presenze
  • Persone senza fissa dimora: almeno 20 per-sone erano prive di un indirizzo affidabile o di un alloggio formale al momento dell'arresto.
  • Soggetti disoccupati o privi di lavoro: almeno 36 persone erano prive di qualunque risorsa eco-nomica
  • Cittadini in attesa di primo giudizio: almeno 32 persone erano recluse in regime di custodia cautelare senza una condanna definitiva.
  • Giovani e giovanissimi (età < 25 anni): ben 15 persone appartenevano alla fascia d'età più gio-vane, stroncata all'inizio della

Questi numeri smettono di essere fredde statistiche se associati alle traiettorie esistenziali che li producono. L'analisi del tempo di permanenza nell'istituto prima del gesto letale rivela che la massima concentrazione dei suicidi si verifica in due momenti specifici: nei primi 10 giorni dall'ingresso in cella (il cosiddetto "trauma da arresto") e nei mesi immediatamente successivi al superamento del primo semestre di reclusione, quando l'orizzonte dell'attesa di giudizio si fa indefinito e crollano le ultime reti di resistenza psicologica. Significativa per quanto meno studiata è la porzione di persone che si tolgono la vita negli ultimi tre mesi di reclusione, quando si concretizza per molti la realtà di un rientro in un contesto sociale che risulta essere immodificato se non peggiorato dal punto di vista dei determinanti sociali di salute (casa, lavoro, relazioni sociali, ecc.), configurando un “trauma da scarcerazione” che è la massima manifestazione dell’inefficacia individuale e sociale dello strumento detentivo, del tutto sordo alle istanze di reinserimento sociale dettate dall’art. 27 della Costituzione.

Il dibattito scientifico internazionale: il mito dei denominatori e la normalizzazione necropolitica

A livello internazionale, lo studio epidemiologico sui fattori di rischio associati al suicidio in carcere ha vissuto un momento di svolta con la pubblicazione della ricerca di Fazel et al. del 2016: questo studio, che ha preso in esame 3.906 suicidi registrati in 24 Paesi ad alto reddito tra il 2011 e il 2014, fornisce elementi fondamentali per decostruire le retoriche giustificazioniste utilizzate dai decisori politici nazionali.12

Il dato più controintuitivo e politicamente rilevante emerso dalla meta-regressione di Fazel e colleghi è l'assenza di una correlazione lineare positiva diretta tra il tasso di sovraffollamento delle strutture e il tasso di suicidio per 100.000 detenuti. Al contrario, lo studio documenta un'associazione statisticamente significativa di segno opposto: i Paesi con i tassi di incarcerazione più bassi presentano i tassi di suicidio in cella più elevati del continente. Questo fenomeno trova una spiegazione scientifica ben precisa: quando un sistema penale adotta politiche di detenzione selettiva o riduce l'uso del carcere ai soli casi di estrema gravità, la popolazione reclusa diventa epidemiologicamente iper-concentrata rispetto ai fattori di rischio individuali più acuti (gravi patologie psichiatriche, tendenze suicidarie pregresse, traumi complessi). Nei sistemi ad alta carcerazione, come quello italiano o statunitense, la popolazione carceraria si eterogeneizza, diluendo apparentemente il dato statistico grezzo, ma mascherando l'esplosione della violenza istituzionale sui soggetti più deboli.

Questo tracciato scientifico permette di attaccare frontalmente le posizioni di alcuni "esperti di carcere" e burocrati ministeriali, i quali propongono regolarmente di correlare l'aumento geometrico del numero dei suicidi con il mero aumento della popolazione carceraria complessiva. Secondo questa visione puramente ragionieristica, l'incremento dei morti sarebbe una semplice "questione di denominatori": aumentando il numero totale di reclusi, aumenterebbe proporzionalmente e fisiologicamente il numero di chi si toglie la vita, quasi come se il suicidio fosse una complicanza medica inevitabile della condizione detentiva. Riconoscere la necessità metodologica dei denominatori demografici in epidemiologia è doveroso; tuttavia, si assiste a un loro uso strumentale che va contestato. Trattare il suicidio in cella solo come una variabile dipendente del denominatore demografico significa naturalizzare l'orrore, derubricando una precisa scelta politica — quella della criminalizzazione della povertà e della secolarizzazione del confinamento dei corpi non produttivi — a un fenomeno naturale regolato da leggi statistiche. Il suicidio in carcere non è una costante biologica della reclusione; è l'effetto diretto di un ecosistema patogeno che distrugge l'identità e la resistenza psichica dei soggetti vulnerabili. Questa operazione rappresenta il culmine della normalizzazione necropolitica.

L'illegalità strutturale: dalla condanna della Corte EDU al sequestro di Sollicciano

Il quadro di progressiva erosione dei diritti e di produzione attiva di patogenicità non si consu-ma nell'ombra dell'extra-giuridicità, ma all'interno di un perimetro istituzionale sistematicamente sanzionato dagli stessi organi di garanzia giu-risdizionale, sia nazionali sia internazionali. La Corte Europea dei Diritti dell'Uomo (Corte EDU) ha più volte condannato l'Italia per la violazione strutturale dell'Articolo 3 della Convenzione Europea (divieto di tortura e di trattamenti inumani o degradanti). A partire dalla storica sentenza Torreggiani e altri v. Italia, i giudici di Strasburgo hanno chiarito come la carenza di spazio vitale, la limitazione dell'accesso all'acqua corrente e l'assenza di servizi igienici dignitosi non costituisca-no emergenze transitorie, bensì una caratteristica strutturale del modello detentivo italiano, configurando una vera e propria violenza sistemica inflitta dallo Stato sui corpi delle persone recluse.13 La conferma drammatica di questa illegalità intrinseca è arrivata nel giugno del 2026, con la storica decisione della GIP del Tribunale di Fi-renze di disporre il sequestro preventivo di intere sezioni del carcere di Sollicciano.14 Questo provvedimento giudiziario rappresenta uno spartiacque epocale: la magistratura di sorveglianza e inquirente ha dovuto trattare l'istituto di pena alla stregua di un luogo intrinsecamente pericoloso per l'incolumità fisica e psichica di chi vi è ristretto. Le motivazioni del sequestro – che descrivono una realtà fatta di infiltrazioni d'acqua strutturali, assenza cronica di riscaldamento d'inverno e aria condizionata d'estate, blatte, cimici dei letti e una totale emergenza igienico-sanitaria – smentiscono categoricamente la narrazione ministeriale della detenzione come percorso di "rieducazione" conforme all'Articolo 27 della Costituzione. Quando un giudice si vede costretto a sigillare e sottrarre all'amministrazione penitenziaria porzioni di un carcere per tutelare la vita dei detenuti, diventa evidente che lo spazio della CAR (Cella ad Alto Rischio) in cui è morto Lamin Sonko non è l'eccezione degradata di un sistema sano, ma la coerente estremizzazione di un ecosistema strutturalmente torturante.

Epilogo: memoria di un corpo senza nome

Era l’estate del 2023, verso le 8.30 di mattina. Mi trovavo all'interno di un carcere milanese per una campagna di vaccinazioni quando il silenzio del corridoio è stato squarciato dalle urla di un agen-te di polizia penitenziaria. In un napoletano concitato, mi ha gridato:

«Dotto’, venite a m'aiutà, amm'a fa' 'e spicatori! Nu 60-65!».

Nel gergo carcerario – reso noto al grande pub-blico da un podcast di Zerocalcare – gli spicatori sono coloro che intervengono per staccare i corpi di chi si è impiccato in carcere. Quel "Nu 60-65!" non era un codice burocratico: era la previsione a occhio del peso del cadavere.

Pochi minuti dopo, quel sacco di nuda vita si accasciava sulla mia spalla mentre cercavamo di sistemarlo su una barella. Di lui non ho mai saputo il nome, né l'età, né la storia. Non ne ricordo il viso; ricordo solo, vividamente, il colore nero della pelle. Chissà quale numero occupava, quel corpo, nel contatore dei suicidi di quell’anno.

Più tardi, incrociando lo stesso agente lungo il corridoio, l'ho sentito commentare con una freddezza che era solo lo scudo di un'abitudine tragica:

«Che v'aggio ritt’, Dotto’? Sessantatré chili e miezo, satto satto. Ormai ca’ simmo comm' 'e bilance, d' 'e muorte...».

Conclusioni: la pena di morte mascherata e la responsabilità medica

Se accettiamo la definizione clinica e biopolitica della salute come stato di completo benessere bio-psico-sociale e non come mera assenza di malattia, la morte per suicidio di persone affidate alla custodia esclusiva dello Stato cessa di esse-re un atto privato e si configura come un omicidio istituzionale per omissione di soccorso e produzione attiva di patologia. Come solennemente affermato da Artaud, la società agisce come un carnefice collettivo che spinge i suoi elementi più fragili alla disperazione e all'autodistruzione per emendare le proprie colpe strutturali.15

Nel caso dei cittadini stranieri e dei soggetti razzializzati, questo dispositivo raggiunge la sua massima violenza. L'unione tra le politiche di crimmigration, la precarizzazione del diritto d'asilo introdotta dalle recenti riforme europee e la violenza quotidiana del circuito penitenziario tra-sforma il carcere italiano in una ghigliottina invisibile. Dire che il suicidio in cella è la "pena di morte mascherata" del nostro ordinamento non è una figura retorica da saggistica radicale; è la descrizione letterale di una prassi di eliminazione fisica che colpisce selettivamente i corpi non bianchi, i poveri, i privati di parola e di futuro.

I medici operanti all'interno o in collaborazione con il contesto penitenziario hanno il dovere deontologico e politico di rifiutare la normalizzazione di questa strage. Non è accettabile limitarsi a essere i burocrati del denominatore, i certificatori dell'idoneità al regime detentivo o i somministratori della sedazione chimica di Stato. Dobbiamo pretendere lo smantellamento immediato delle logiche detentive applicate alla sofferenza mentale, l'abolizione delle celle ad alto rischio come strumenti di tortura e l'apertura di canali alternativi di cura e accoglienza territoriali radicati sui determinanti sociali della salute, nel nome di quella abolition medicine di cui ancora troppo poco si discute in Europa e che affonda le radici nella responsabilità sociale non solo dei decisori politici, ma anche dei professionisti della cura.16 Finché il carcere rimarrà la risposta istituzionale alla marginalità e alla sofferenza psichica, ogni decesso in cella graverà come un macigno sulla coscienza civile e scientifica della nostra Repubblica, e il rosario dei suicidati continuerà a sgranarsi nel silenzio complice delle nostre coscienze.

E sarà pure tutto molto retorico, ma finché il carcere avrà bisogno di spicatori più o meno im-provvisati, non sarà possibile discutere di reinserimento sociale e di cura.

Bibliografia e note

  1. Il Post. Il suicidio di un ragazzo di 21 anni a San Vittore e il problema delle celle ad alto rischio. Il Post, 15 giugno 2026
  2. Baliatsas, Gerbecks, J., Dückers, M. L., & Yzermans, C. J. Human health risks of conducted electrical weapon exposure: a systematic review. JAMA network open, 4(2), e2037209. 2021
  3. Marmot, M. Unhappy co-occurrence: Mental health and prisons. The Lancet Psychiatry 2023; 10(4), 238–239.
  4. Nosrati, E., & Marmot, M. (2019). Punitive social policy: an upstream determinant of health. The Lancet, 394(10196), 376-377.
  5. Sul tema della salute e della sofferenza psichica in carcere va premessa una grave criticità metodologica: nonostante il controllo della sanità penitenziaria sia passata dal Ministero della Giustizia al Servizio Sanitario Nazionale (D.P.C.M. 1° aprile 2008), ad oggi non esiste una raccolta pubblica di dati di salute aggregati messa in atto né dal Ministero della Salute né dal Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria (DAP). Le informazioni epidemiologiche disponibili derivano quasi esclusivamente dalle singole ASL, da esperienze aneddotiche di specifici istituti penitenziari e soprattutto dal lavoro di monitoraggio indipendente dell'Osservatorio dell’Associazione Antigone.
  6. Associazione Antigone. Detenzione e salute mentale: Il consumo di psicofarmaci nel circuito penitenziario. In: Tutto chiuso, Ventiduesimo Rapporto sulle condizioni di detenzione. Associazione Antigone Onlus. 2026. 
  7. Verhülsdonk, I., Shahab, M., & Molendijk, M. Prevalence of psychiatric disorders among refugees and migrants in immigration detention: systematic review with meta-analysis. BJPsych open (2021); 7(6), e204.
  8. Associazione Antigone. Stranieri. Ventiduesimo Rapporto sulle condizioni di detenzione. Associazione Antigone Onlus. 2026. 
  9. Associazione Antigone. Isolamento ed eventi critici. Tutto chiuso. XXII Rapporto sulle condizioni di detenzione. 2026, 25 maggio. https://www. rapportoantigone.it/ventiduesimo-rapporto-sulle-condizioni-di-detenzione/ isolamento-ed-eventi-critici/
  10. Calconi L. Morire in carcere, morire di carcere. Medium.com 22/01/2025
  11. Associazione Antigone. Dossier su suicidi e decessi in carcere nel 2025 e nei primi mesi del 2026. Associazione Antigone Onlus, 2026.
  12. Fazel, , Hayes, A. J., Bartellas, K., Clerici, M., & Trestman, R. Mental health of prisoners: prevalence, adverse outcomes, and interventions. The Lancet Psychiatry (2016); 3(9), 871-881.
  13. Corte Europea dei Diritti dell'Uomo. (2013). Sentenza Torreggiani e altri Italia - Ricorsi nn. 43517/09, 46882/09, ecc.
  14. Tribunale di (2026, 17 Giugno). Decreto di sequestro preventivo [ex art. 321 c.p.p.] di porzioni immobiliari della Casa Circondariale di Firenze "Sollicciano". Ufficio del Giudice per le Indagini Preliminari. https://static-prod.cdnilpost.com/wp-content/uploads/2026/06/17/1781690413-timbrato_2-1.pdf
  15. Artaud A. Van Gogh il suicidato della società. Adelphi Edizioni, 2022.
  16. Brinkley-Rubinstein, L., Berk, J., & Williams, BA. Carceral health care. New England Journal of Medicine 2025; 392(9), 892-901.

 

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