Rubriche
18/04/2023

Fare di necessità virtù

Intervista a Giovanni Zoppoli, maestro e coordinatore del Centro territoriale Mammut di Scampia, Napoli. Il 1° marzo 2022 ha diffuso la lettera aperta Scampia: non si muove una foglia per denunciare l’abbandono del quartiere da parte delle istituzioni, accentuatosi dopo l’epidemia di COVID-19.

Cosa è il Mammut e di cosa si occupa?

Il Centro territoriale Mammut di Scampia sorge sotto un porticato di piazza Giovanni Paolo II a Napoli. Qui, nel 2007, è iniziato un percorso di ricerca sperimentale per fare scuola e cittadinanza, con forme di pedagogia attiva e un’idea di città come luogo di relazioni. La ricerca ha preso tanti risvolti e ha lasciato un’eredità di domande. Abbiamo lavorato per un anno sulla “didattica salutare” per fare della scuola un posto dove adulti e bambini stessero bene. È uno dei temi su cui tanti grandi maestri hanno lavorato: la scuola come luogo dove non si devono creare malattie e la salute si potenzia. Nella ricerca di quell’anno, la città con i suoi spazi divenne protagonista: anche gli spazi possono fare male o bene. Discutevamo della possibilità per i bambini di vivere la città in autonomia, senza sorveglianza degli adulti, con il processo correlato di autonomizzazione e simbiosi con il territorio. È un lavoro di accompagnamento verso l’età adulta, che ogni educatore dovrebbe fare, compresi i genitori, con attenzione alla salute psichica e fisica. Tra i risvolti di questa ricerca, c’erano le conseguenze dell’ingabbiamento iperprotettivo dei bambini che, a volte, degrada in forme di abbandono – sembra una contraddizione, ma non lo è – e ha un impatto sulla salute. Abbiamo visto quanti malanni creano una città pianificata su questa iperprotezione e una scuola organizzata allo stesso modo. Ce ne ci siamo resi conto quando quella tendenza è esplosa con la pandemia.

Cosa è successo quando è arrivato il COVID-19?

Abbiamo chiuso la sede mantenendo il nostro ruolo in piazza. Abbiamo deciso di non fare attività di facciata, ma di potenziare l’area di ricerca insieme ad altri presidi territoriali. Una cinquantina di docenti a Napoli, Modena e in Basilicata lavoravano a partire dalle difficoltà del COVID-19. Quello era il tema caldo: le difficoltà che dovevamo affrontare con la didattica a distanza e la precarietà del caso. Sembra accaduto tanto tempo fa, ma ancora se ne vedono gli effetti. In una situazione scoraggiante per la clausura e le incertezze, fra i maestri c’era un clima di depressione, così siamo partiti dal racconto mitico. Abbiamo seguito l’impostazione junghiana di Giulia Valerio e Adalinda Gasparini: attraverso il mito, si può lavorare su temi archetipici e non individuali entrando in questioni difficili. Ci siamo interrogati su quale fosse il nodo da sciogliere e l’abbiamo trovato nell’adagio: «Fare di necessità virtù». Se riesco a far diventare qualcosa che sembra una sciagura – come una piazza di Scampia con l’immondizia e lo spaccio – la chiave di volta per un cambiamento, se vedo la periferia, invece che abbandonarla, come luogo di contraddizioni, questo cambia l’impostazione. Si è costituito un gruppo di docenti che discutevano coinvolgendo i loro alunni, i quali lavoravano su schede autobiografiche. Abbiamo prodotto tre numeri di una rivista, L’A.PE (Liberazione, Apprendimento e Pedagogia), luogo di scrittura collettiva del gruppo inventato da questa università di strada e siamo riusciti a fare ciò che non eravamo riusciti a realizzare prima. Abbiamo iniziato ad avere riscontri positivi, mentre vedevamo le difficoltà di chi non aveva questa impostazione e lavorava nello stesso quartiere o nella stessa scuola. È stato un grande nutrimento per l’energia dei maestri, che si sono autosostenuti. Grazie alla crisi, abbiamo iniziato a realizzare il nostro ideale di scuola partendo da un manifesto scolastico. Abbiamo sfruttato l’uso della mascherina per lavorare sull’espressività e la relazione: l’unica cosa davvero importante da realizzare a scuola. La qualità e il tipo di relazione che si instaura sono i veri ingredienti di una scuola rispettabile, oltre ogni metodo o merito. 
Sono uscite tante osservazioni del genere e questo ha creato sicurezza. Ci ha messo in movimento verso qualcosa che intuivamo realizzabile osservando che in realtà quello che è successo con il COVID-19 – cioè che i bambini potevano solo stare chiusi in casa, il pericolo era fuori, la famiglia era il bene e gli estranei il pericolo, la didattica frontale con la tecnologia l’unica possibile – era già in embrione prima.  
Paradossalmente, se andiamo a vedere le battaglie quando il COVID-19 ancora non c’era, i temi erano sempre questi: le forme di didattica e i bambini che non uscivano più, neanche nel cortile della scuola. In precedenza, avevamo creato la campagna “Risvegliamoci in cortile” davanti a presidi che non li facevano uscire neanche nei corridoi. Si è visto che le dinamiche in corso non erano imputabili solo al COVID-19, ma che c’erano dei precedenti, che quella tendenza andava covando da decenni e a un certo punto è esplosa. I genitori che si sono accorti che la didattica a distanza (DAD) è disfunzionale, non avevano compreso quanto fosse ostile quel modo di fare lezioni, che già preesisteva nelle classi. Ci è stato possibile sfruttare il momento in cui i genitori erano chiusi in casa con i figli facendo “di necessità virtù” anche della DAD. Siamo riusciti a rompere il muro fra famiglia e scuola, a entrare nelle case e a lavorare sulle relazioni con i genitori. Uno dei titoli pubblicati ne L’A.PE era “La piazza che fa scuola”, perché in quello spazio abbandonato abbiamo realizzato il sogno di scomparire, lasciando che la piazza prendesse vita da sé. È accaduto il giorno di pasquetta del 2021. Era stato vietato trovarsi negli spazi pubblici ed erano state chiuse le ville comunali e i parchi; dunque, sono venuti tutti in piazza, spontaneamente, senza progetti o associazioni a “dopare” l’esistenza collettiva. I cittadini di Scampia hanno eletto questa piazza a luogo di socialità e l’hanno rivitalizzata.

In Campania, si è parlato molto di abbandono scolastico con la DAD.

Rispetto alla popolazione scolastica che raggiungiamo, comunque ristretta, con la nostra didattica i bambini delle Vele o dei Quartieri Spagnoli si sono riavvicinati. Fra i maestri c’è stato chi ha accolto i ragazzi in casa, chi faceva lezione per strada. C’è stato un calo dove, invece, si svolgeva la didattica omologata incentrata sulle tecnologie. Mi chiedo come potrebbe non esserci stato con quel tipo di relazione. Diamo colpa alla povertà, ma non credo che non riuscissero a procurarsi un tablet o un telefono. Ci sono difficoltà oggettive se quattro persone vivono in due stanze e hanno solo due telefoni, è accaduto, ma sono situazioni non ascrivibili alla pandemia.
Abbiamo poi denunciato nella lettera aperta ciò che abbiamo trovato alla riapertura: una regressione dei bambini che pure avevano accesso alla DAD. C’è responsabilità anche dei docenti: molti hanno assunto un atteggiamento vittimistico, fobico, senza fare di necessità virtù, senza capire che l’educazione salutare a settembre 2021 era fuori dalla scuola. Si poteva rivoluzionare la didattica, anziché lamentarsi dei pochi spazi, delle classi pollaio, delle risorse che mancano. Tutte cose vere: i pochi soldi sono spesi malissimo e con scelte insulse. È anche vero, però, che, invece di focalizzarsi sulla recriminazione, ci si poteva riappropriare delle giornate di scuola. Purtroppo c’è stato un ripiego. Lavorando al Mammut, con i bambini tornati dopo la pandemia si aveva una sensazione di regressione come nel dopoguerra: molti non frequentavano più la scuola in presenza, alcuni sono stati bocciati, non vedevano più la scuola come luogo dov’era importante andare. Una socialità distrutta e i temi su cui ci siamo battuti, come la piazza, abbandonati. Le scuole avevano un unico compito: controllare i casi positivi mantenendo i bambini reclusi in classe. È stata una didattica terribile, ogni riflessione sull’uso degli spazi e sulla didattica è stata messa al bando.
Intanto, i servizi scolastici e territoriali di Scampia sono scaduti ulteriormente. La nuova giunta comunale è latitante. La Regione è lontana: crea i grandi carrozzoni del sociale con le banche, la grande ipocrisia dei patti costruiti per chi riesce a entrare in questi marchingegni. Le associazioni hanno dovuto adeguarsi, privilegiando la propaganda alla narrazione. Il racconto è diventato quello burocratico richiesto dal sistema dei bandi e il criterio quello efficientista tipico delle fondazioni che dettano il ritmo, anche con i migliori propositi, ma con impostazione aziendale e con una quantità di oneri a cui nessuna delle associazioni nate sul campo riuscirebbe a ottemperare. Oggi l’innovazione scolastica passa per questo sistema che continua a essere imperniato sulle stesse tendenze che hanno portato alla didattica frontale, ai video, alle tecnologie e alla fobia dell’esterno.

Cosa resta dell’esperienza dei due anni e mezzo con il COVID-19?

Quello che abbiamo imparato, scritto e raccontato della capacità di “fare di necessità virtù”: focalizzare le energie sugli obiettivi, non perdersi dietro ciò che non è possibile realizzare, compreso pretendere che siano le istituzioni a risolvere. Non perdersi nel circuito depressivo, ma investire in ciò che crea salute della comunità e del territorio. Abbiamo trovato tanti modi per farlo, partendo dalla centralità della relazione, basata sull’incontro, l’autenticità, la fisicità. Questi sono gli ingredienti. Quest’anno, dopo che abbiamo ripreso l’attività in sede e la ricerca con i gruppi, abbiamo scelto come tema “la madre”. Ci siamo di nuovo occupati di cura, di recuperare il rapporto con la natura in un percorso che ha seguito i miti di Demetra, Persefone, Artemide, Aretusa, Alfeo. Abbiamo lavorato sulla funzione materna fino alla leggenda di Colapesce, al mare, all’abbandonarsi. Abbiamo ritrovato una relazione educativa basata sul concetto di Agape, sulle forme di amore disinteressato, sul donarsi reciprocamente in un’interdipendenza che si estende alla comunità e alla natura. È la metafora della piazza: senza il coinvolgimento delle istituzioni, è difficile smuovere qualcosa, ma è in loro assenza che riusciamo a farla rivivere come spazio di vita e di incontro. Bisogna riprendersi gli spazi a farli diventare luoghi dove le cose possono accadere in modo non omologato, senza dimenticare che le istituzioni devono svolgere il loro ruolo: il nostro impegno non deve costituire un alibi per coprire le loro responsabilità.

Approfondisci su epiprev.it Vai all'articolo su epiprev.it Versione Google AMP