Rubriche
21/12/2014

Dal caso Boffetta alcune riflessioni generali su cos’è oggi l’attività scientifica

Su Epidemiologia&Prevenzione si è discusso ampiamente del “caso CESP-Boffetta” con numerosi e importanti interventi.1 In estrema sintesi, Paolo Boffetta, epidemiologo di fama internazionale, ha ritirato la sua candidatura a capo del Centro di ricerca in epidemiologia e salute delle popolazioni (CESP, INSERM-Université Paris-Sud, Francia) a seguito di una campagna di stampa iniziata dal quotidiano francese Le Monde in cui si denunciavano i suoi conflitti di interesse, per di più non sempre dichiarati, in quanto consulente di varie industrie per le quali aveva effettuato perizie in contrasto con conoscenze considerate acquisite in materia di danni alla salute provocati da certe sostanze.
Come ben sintetizza il titolo dell’intervento della redazione, pubblicato in un recente numero della rivista,  «il caso CESP-Boffetta è chiuso, il dibattito invece è più aperto che mai».2 E  più aperte che mai rimangono le questioni che ha sollevato. Io stessa, in un precedente numero di questa rubrica,3 avevo affrontato il tema degli scandali scientifici, anche se con un fuoco leggermente diverso, ossia concentrandomi su negligenze, manipolazioni e frodi nelle pubblicazioni di risultati di ricerca.
Ancora una volta il caso specifico offre l’opportunità per una riflessione generale su che cosa sia oggi l’attività scientifica e, di conseguenza, su come possano e debbano essere valutati i suoi risultati, nonché gli atteggiamenti, i comportamenti e le responsabilità di chi li produce.

Immersi in un contesto che cambia

Ai suoi esordi, tre-quattrocento anni fa, la scienza moderna cominciò a prendere forma grazie a pochi, brillanti e spesso coraggiosi individui (allora chiamati filosofi della natura) che, concedendosi di pensare fuori da schemi consolidati e con un’osservazione di fenomeni ed eventi naturali rigorosa e sistematica, furono capaci di  ribaltare intere concezioni del mondo e di creare il cosiddetto metodo sperimentale, che tanto ha contribuito all’avanzamento della conoscenza. Ne sono seguite infinite applicazioni tecniche che, dalla rivoluzione industriale in poi, hanno radicalmente trasformato il mondo in cui viviamo e con questo la scienza stessa e le questioni che essa è oggi chiamata ad affrontare.
Il cambiamento più significativo e radicale si è verificato nel XX secolo, fra le due guerre e con un’accelerazione crescente dopo la seconda, quando si è assistito a una vera e propria industrializzazione della scienza. Oggi non è più la curiosità degli scienziati a dettare l’agenda della ricerca,  ma è l’aspettativa di possibili benefici collettivi (militari, sociali, sanitari, economici o altro). Il passaggio più recente è la privatizzazione della scienza, con il prevalere di finanziamenti (e interessi) privati su quelli pubblici. In tale contesto, il termine stesso “scienziato” mi pare obsoleto, in quanto potente richiamo all’immagine di un solitario investigatore, talvolta irriverente, che da solo sviluppa intuizioni geniali che possono (ma non sono necessariamente destinate a) produrre applicazioni tecniche rivoluzionarie.4 L’espressione “professionisti della scienza” mi sembra più appropriata a includere tutti coloro che operano oggi in un contesto di ricerca e innovazione tecnologica.
A scanso di equivoci, questa vuole essere una descrizione sintetica del contesto attuale e non un nostalgico richiamo a felici e incorrotti tempi andati.

Il dibattito è pubblico

Dal punto di vista di questa rubrica – quello comunicativo – l’aspetto più rilevante della vicenda è che essa sia stata portata all’attenzione di un ampio pubblico dalla voce di un influente quotidiano del Paese sede del CESP e ripresa con vasta eco dalla stampa di altri Paesi e dai social media. Questo significa che la “Repubblica della scienza”5 – dove la questione è stata originariamente sollevata – non è più il luogo esclusivo in cui questa e simili controversie si possano dirimere. E non lo è perché, mentre la competenza scientifica può (forse) ancora trovare al suo interno garanti e custodi che la giudicano in base a criteri condivisi e accettati, lo stesso non vale per gli aspetti etici della professione. In particolare, non vale nel momento in cui la comunità scientifica è frammentata e divisa e ben poco assomiglia alla  closely knit organization che nel 1962 Polany descrive come una situazione di fatto, ma che già 50 anni fa sembra avere piuttosto i tratti di un’utopia.
Linee guida e codici etici si moltiplicano, ma sono spesso ignorati o applicati burocraticamente e, per di più, soggetti a interpretazioni e distinguo, in particolare quando si tratta di valutare le proprie posizioni e il proprio operato. Invariabilmente coloro che vengono messi sotto accusa, come peraltro i loro accusatori, ribadiscono la propria assoluta buona fede ed esclusivo interesse per il bene dell’umanità. In un importante e innovativo lavoro di esplorazione degli aspetti etici delle nuove tecnologie genetiche applicate alla medicina preventiva, Stefan Hjörleifsson6 ha intervistato una dozzina di ricercatori  che lavorano per la controversa compagnia deCODE genetics fondata nel 1997 con lo scopo dichiarato di raccogliere e combinare i dati genetici e sanitari della popolazione islandese per studiare una vasta serie di malattie diffuse. «While the company operates in Iceland, it was funded by venture-capital funds co-ordinated in the United States. deCODE genetics soon strengthened its financial position through a business arrangement with the pharmaceutical giant Hoffmann-LaRoche».7 Pur sollevando spontaneamente il problema dei numerosi rischi derivanti dalla presenza di forti interessi economici in campo medico-farmaceutico, in nessun momento gli intervistati hanno mostrato consapevolezza o preoccupazione che ciò potesse riguardare anche la loro compagnia, né tantomeno condizionare le proprie posizioni intellettuali e morali.6
La distinzione fra qualità scientifica e correttezza etica diventa sempre più difficoltosa e paradossalmente  sono proprio i ricercatori più capaci a essere potenzialmente “i  più pericolosi” in un’ottica di tutela della salute pubblica. Infatti, sono quelli maggiormente in grado di presentare i dati della ricerca con interpretazioni sofisticate e sottili distinguo, in modo da sostenere tesi favorevoli alle industrie produttrici di rischi piuttosto che alle parti esposte in caso di contenziosi e  vertenze legali dove l’onere della prova è trattato diversamente che  in ambito scientifico. I ricercatori più capaci sono dunque anche i più corteggiati dall’industria e, di conseguenza, quelli più spesso  “indotti in tentazione”.
Lo spostamento del dibattito all’arena pubblica mi pare una conseguenza dell’assenza di criteri e metodi condivisi in house per valutare la competenza dei professionisti della scienza, intesa come una combinazione inscindibile di preparazione scientifica e integrità etica. Gli aspetti positivi di tale apertura sono evidenti, in quanto dibattiti e polemiche che tradizionalmente si svolgevano a porte chiuse vengono esposti all’attenzione dei diretti interessati. Nel contempo, è importante rendersi conto che l’operazione non è senza costi e comporta un impegno di traduzione non indifferente se si vogliono evitare semplificazioni grossolane e generalizzazioni inappropriate.

Impegnarsi nella comunicazione

Il coinvolgimento del grande pubblico comporta necessariamente un passaggio attraverso i mass media e i social media che, seppur con grandissime differenze fra loro, operano tutti con agende, linguaggi e tempi diversi da quelli tradizionalmente propri dei dibattiti scientifici. In particolare, per catturare l’attenzione del grande pubblico essi devono  trovare (o creare) un caso e presentarlo con una tempistica adeguata, cioè  quando non rischi di essere oscurato dalla presenza contemporanea di notizie di maggiore richiamo. Ciò che solitamente accade è che, anche quando un caso suscita una notevole attenzione, questa è di breve durata e tende a spostarsi rapidamente su altre questioni di maggior attualità o attrazione.
Il caso Boffetta si è concluso come sappiamo grazie a quella che appare  un’azione coordinata fra alcuni professionisti della scienza,  preoccupati dell’integrità della loro professione, e alcuni giornalisti con le competenze e l’interesse per portarlo all’attenzione del grande pubblico. Condizioni ideali direi, ma non sempre riproducibili e che, anzi, possono essere totalmente capovolte quando ricercatori disonesti riescono a presentarsi al pubblico come innocenti vittime grazie a giornalisti incompetenti, in malafede o semplicemente sedotti dalla capacità mediatica dei personaggi.  Anche su questi aspetti si impone una riflessione approfondita sia nelle istituzioni e nelle riviste scientifiche sia nei media frequentati da un pubblico più vasto.

Bibliografia e note

  1. Le relazioni pericolose degli epidemiologi. EPdiMezzo 2014;38(1).
  2. Redazione di Epidemiologia & Prevenzione. Conflitti di interesse: il caso CESP-Boffetta è chiuso, il dibattito invece è più aperto che mai. Epidemiol Prev 2014;38(2):132.
  3. De Marchi B. Distorsioni e distrazioni nell’attività scientifica. Epidemiol Prev 2012; 36(2):134-5.
  4. La foto di Einstein che mostra la lingua ne è l’icona più rappresentativa.
  5. Polany M. The Republic of Science: Its Political and Economic Theory. Minerva 1962;1(1): 54-73. Ripubblicato in: Minerva 2000;38(1): 1-21.
  6. Hjörleifsson S, Schei E. Scientific rationality, uncertainty and the governance of human genetics: an interview study with researchers at deCODE genetics. Eur J Hum Gen 2006;14(7): 802-8.
  7. Pálsson G. Anthropology and the New Genetics. Cambridge, Cambridge University Press, 2007; p.3.
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