Anna Kuliscioff: un’antesignana dello sguardo di genere nell’epidemiologia?
Un percorso oltre i pregiudizi
In occasione del centenario della morte di Anna Kuliscioff (27 dicembre 2025), molte sono state le iniziative culturali a Milano; fra queste, l’uscita del podcast di Sara Poma per Choramedia intitolato “Con gli occhi di Anna”, che ci ha permesso di immergerci nella sua vita e nel suo salotto dominato dal divano verde.1
Anna Kuliscioff (1857-1925) incarna una delle figure più originali della storia italiana tra Otto e Novecento: sa intrecciare in modo indissolubile medicina, socialismo e femminismo, trasformando la pratica medica in uno strumento di emancipazione sociale e politica in un’epoca in cui l’accesso delle donne alla formazione scientifica era ancora fortemente ostacolato. Negli ambienti popolari milanesi è ricordata come la “dottora” o la “dutura dei poveri”, simbolo di una medicina vicina ai bisogni reali delle classi subalterne.2
Nata nel 1857 in Crimea, da giovanissima, Anna lascia la famiglia in Russia per recarsi a Zurigo e poi a Berna, dove intraprenderà studi tecnici e di filosofia e, infine, di medicina, scegliendo consapevolmente un percorso considerato improprio per una donna. Si orienta verso ostetricia e pediatria, ambiti che le consentono di coniugare rigore scientifico e attenzione alla condizione femminile. In Italia, in quegli stessi anni, non esiste ancora una donna laureata in questa disciplina. Come sottolinea Giorgio Cosmacini, le donne sono ammesse all’università quasi esclusivamente per dedicarsi all’insegnamento o alle lettere, non alle professioni scientifiche.3
La scelta di dedicarsi alla medicina non è separabile da quella politica. Kuliscioff è anche una paziente cronica, segnata dalla tubercolosi, e comprende precocemente che la salute non è solo un fatto individuale, ma il prodotto di condizioni sociali, economiche e lavorative. Come osserva Cosmacini, in lei l’Anna medica coincide con l’Anna politica: la lotta contro la malattia è inseparabile dalla lotta contro la miseria, che lei stessa definisce la “madre delle malattie”.3 Dopo diverse vicende politiche e familiari, Anna si trasferisce in Italia con la figlia Andreina nata dalla relazione con l’anarchico imolese Andrea Costa. Il suo obiettivo è di completare gli studi a Napoli, dove, grazie a Giovanni Bovio, viene ammessa al quinto anno. Durante questo periodo, si interessa alle febbri puerperali, una delle principali cause di mortalità materna, già studiate da Ignaz Semmelweis che ne aveva individuato l’origine contagiosa e il legame con la scarsa igiene medica. Nel 1885, prossima alla laurea, è colpita da una grave febbre tifoidea. Si sposta, quindi, a Pavia, dove incontra una forte ostilità istituzionale, ma riesce a lavorare nel laboratorio di patologia generale di Camillo Golgi, futuro Premio Nobel, conducendo ricerche batteriologiche sui microrganismi responsabili delle infezioni puerperali, con risultati scientifici rilevanti.4 Non le viene, tuttavia, consentito di laurearsi presso l’ateneo pavese per le sue idee politiche, ritenute sovversive.
Nell’anno accademico 1886-87, ottiene finalmente la laurea in medicina e chirurgia a Napoli, diventando la prima medica dell’ateneo. Si specializza poi a Torino in ostetricia e ginecologia, entrando in contatto con Giulio Bizzozero e Cesare Lombroso, che incarna il volto più misogino della cultura scientifica del tempo. In quegli anni nasce la relazione con Filippo Turati, fondata su un rapporto paritario e su una profonda sintonia politica. Kuliscioff introduce nel socialismo italiano una lettura scientifica del marxismo, scontrandosi al contempo con il patriarcato interno al movimento e rivendicando l’autonomia del femminismo.
Medicina, politica e questioni di genere
Stabilitasi a Milano nel 1887, Kuliscioff si trova a fare i conti con una realtà segnata da povertà, sfruttamento e malattie professionali. Vorrebbe lavorare all’Ospedale Maggiore, ma le viene negato l’accesso in quanto donna, con il pretesto della tutela del buon costume, come denuncerà ne Il monopolio dell’uomo5. Sceglie, allora, di esercitare la sua professione in modo alternativo: apre uno studio, visita gratuitamente i poveri, collabora con l’ambulatorio della “Cucina per i malati poveri” di Alessandrina Ravizza e presta particolare attenzione a donne e bambini. Stabilisce, così, una medicina dell’ascolto e della relazione, lontana dalla pratica istituzionale.
A Milano, entra nel gruppo dei medici socialisti, tra cui Angelo Filippetti e Paolo e Gaetano Pini, che, secondo Cosmacini, danno vita a un vero e proprio socialismo medico.3 Per questi medici, la salute individuale non può essere separata dalla salute collettiva: la medicina deve occuparsi di igiene, prevenzione, condizioni di lavoro e istruzione sanitaria, a prescindere da sesso o classe sociale. Kuliscioff tiene lezioni di educazione igienico-sanitaria al circolo operaio “Fate largo alla povera gente”, anticipando una visione oggi centrale sui determinanti sociali della salute.
La sua attenzione alle condizioni delle lavoratrici non è mai separata dallo sguardo medico: le operaie sono per lei pazienti prima ancora che militanti. Ne Il Monopolio dell’uomo documenta con dati statistici la massiccia presenza femminile nelle manifatture e la retribuzione sistematicamente inferiore a parità di lavoro, ma soprattutto segnala che le operaie lavorano in industrie “insalubri e pericolose”, nelle miniere, nella lavorazione dei metalli, nelle fabbriche con esalazioni chimiche, con turni di 10, 12, a volte 16 ore senza che nessuno si preoccupi della loro salute o della loro famiglia, entrambe inevitabilmente compromesse. Gli stessi argomenti sulla famiglia e sulla maternità, mai invocati per tutelare le condizioni di vita delle operaie, vengono, invece, agitati con forza non appena è la donna borghese a rivendicare l’accesso al lavoro intellettuale e alle professioni liberali. Per Kuliscioff si tratta di una vera e propria doppia morale in cui si esplica il “Monopolio dell’Uomo”: per sesso e per classe.5 Nel 1897, con l’Appello alle donne italiane6 e la proposta di legge presentata al Congresso socialista di Bologna, prova a tradurre le sue denunce in rivendicazioni concrete: parità salariale, divieto di lavori pericolosi e insalubri, divieto al lavoro notturno, congedo di maternità retribuito, un progetto più avanzato di quanto il Parlamento avrebbe poi approvato.7 La proposta confluisce solo parzialmente nella Legge Carcano del 1902, primo provvedimento italiano di tutela del lavoro femminile e minorile.7 L’impegno continua su altri fronti: nel 1912, fonda e dirige La Difesa delle Lavoratrici con l’obiettivo di tenere vive le battaglie per le condizioni di lavoro femminile.8
Interessante osservare che, nella proposta socialista elaborata sotto la sua guida, l’orario ridotto il sabato non è pensato per il riposo delle lavoratrici, quanto per consentire loro di «accudire il sabato alle settimanali faccende domestiche».9 Il doppio lavoro, retribuito e non retribuito, è già inscritto come atto naturale persino nel pensiero riformatore più avanzato dell’epoca. Un secolo dopo, quell’asimmetria risulta ancora irrisolta: in Italia, le donne dedicano al lavoro non retribuito quasi il doppio del tempo degli uomini, con ricadute dirette sulla salute fisica e mentale.10 Rimane irrisolta anche la sottovalutazione sistematica dei rischi lavorativi femminili, dovuta alla scarsità di studi di epidemiologia occupazionale che includano le donne, che pesa proprio nei comparti a maggiore presenza femminile, sanità, servizi, industrie con cancerogeni noti,11 gli stessi che Kuliscioff aveva indicato come i luoghi in cui l’ingiustizia si fa più acuta e più invisibile.
Eredità e attualità di Anna Kuliscioff
A distanza di un secolo, l’eredità di Anna Kuliscioff parla ancora con una forza sorprendente. Portando al centro del dibattito pubblico le condizioni di lavoro delle operaie, le patologie connesse alla maternità non tutelata e agli ambienti insalubri, ha saputo trasformare bisogni fino ad allora considerati privati in autentiche questioni pubbliche, con uno sguardo che oggi chiameremmo intersezionale. La sua esperienza mostra quanto sia fondamentale che le comunità scientifiche e mediche siano ampie e plurali: solo così è possibile superare i pregiudizi che gruppi omogenei tendono a riprodurre, come è avvenuto a lungo in un’epidemiologia e una medicina che hanno assunto il maschile come norma.12,13 Ricordare Anna Kuliscioff come “dottora dei poveri” significa raccogliere anche la sua idea di medicina e di ricerca come pratiche sociali e politiche insieme, una visione che parla direttamente a chi fa ricerca in sanità, nell’epidemiologia e nelle scienze della vita, mostrando che l’impegno scientifico non è separabile dalla responsabilità civile.
Questa lezione resta sorprendentemente attuale sul piano etico e sociale incluso quello della parità di genere nella ricerca. Molto è cambiato rispetto ai suoi tempi; eppure, i dati raccolti dal rapporto europeo She Figures descrivono un contesto che le ricercatrici riconoscono come familiare: nonostante le donne siano oggi in maggioranza nei percorsi universitari, anche in ambito scientifico, la loro presenza si assottiglia progressivamente lungo il percorso accademico, fino a diventare marginale nelle carriere STEM e nei ruoli di leadership.14 Sapere che in settori strategici, come l’ICT, solo il 22% dei dottorati è conseguito da donne, che appena il 9% degli inventori in Europa è di sesso femminile e che il 98% della ricerca non integra ancora una dimensione di genere nei contenuti scientifici significa confrontarsi con limiti strutturali che incidono direttamente sulle aspettative, sulle opportunità e sulla percezione di sé come futura scienziata. Come ha affermato la commissaria europea Ekaterina Zaharieva: «Il talento non ha genere, ma troppo spesso le opportunità sì». Una frase che riassume efficacemente l’esperienza di molte giovani donne all’inizio del loro percorso nella ricerca. L’Unione Europea ha risposto con strumenti concreti, tra cui i Gender Equality Plans per l’accesso ai finanziamenti di Horizon Europe, e i segnali incoraggianti non mancano: la quota di donne nei board e nei gruppi di esperti ha superato il 50% e la presenza femminile nei progetti finanziati è in crescita. Eppure, per chi vive quotidianamente l’ambiente accademico, questi progressi convivono ancora con una realtà fatta di precarietà, scarsa rappresentanza ai vertici e necessità costante di legittimare il proprio ruolo. La parità formale è ancora lontana dall’essere parità sostanziale. La scarsa presenza delle donne nei ruoli apicali non è solo una questione di numeri: riguarda la distribuzione del potere. Chi occupa posizioni decisionali stabilisce cosa sia prioritario, quali ambiti meritino finanziamenti e quali temi diventino oggetto di ricerca. Come ha mostrato la Lancet Commission on Women, Power and Cancer15 nel campo dell’oncologia, il ragionamento si estende ad altri settori della salute pubblica: quando le donne sono sottorappresentate ai vertici, il rischio è che questioni centrali per la loro salute restino marginali o sottofinanziate. È a monte, nella definizione dei problemi rilevanti e dei bisogni considerati urgenti, che si gioca la partita più importante, esattamente il terreno su cui un secolo prima si era mossa Kuliscioff. La sua tenacia nel perseguire obiettivi ambiziosi di fronte a ostacoli e rifiuti continua a suggerire che non può esistere vera eccellenza scientifica senza giustizia sociale né progresso autentico senza l’emancipazione delle donne: una lezione che continua a offrire forza e legittimazione a chi oggi sceglie di costruire il proprio presente e futuro nella ricerca in epidemiologia e in sanità.
Conflitti di interesse dichiarati: nessuno.
Bibliografia e note
- Poma S. Con gli occhi di Anna. Podcast. Choramedia 2025.
- Nuvoli G. II. Anna Kuliscioff: la dutura dei poveri. In: Fondazione Anna Kuliscioff (ed). Centenario Anna Kuliscioff. Atti e materiali. Milano, Fondazione Anna Kuliscioff, 2021. Disponibile all’indirizzo: https://www.centenarioannakuliscioff.it/wp-content/uploads/2025/01/Anna-Kuliscioff-La-dutura-dei-poveri.pdf
- Cosmacini G. La signora Anna. Milano, Edizioni Fondazione Anna Kuliscioff, 2022.
- Mazzarello P. I. Anna Kuliscioff: una carriera difficile. In: Fondazione Anna Kuliscioff (ed). Centenario Anna Kuliscioff. Atti e materiali. Milano, Fondazione Anna Kuliscioff, 2017. Disponibile all’indirizzo: https://www.centenarioannakuliscioff.it/wp-content/uploads/2025/01/Anna-Kuliscioff-Una-carriera-difficile.pdf
- Kuliscioff A. Il monopolio dell’uomo. Milano, Uffici della Critica Sociale, 1890.
- Kuliscioff A. Appello alle donne italiane. Critica Sociale 1897;VII(12):185-87.
- Passaniti P (ed). Lavoro e cittadinanza femminile. Anna Kuliscioff e la prima legge sul lavoro delle donne. Milano, Franco Angeli, 2016.
- Ermini T. La Difesa delle Lavoratrici. Un giornale di lotta e coscienza (1912-1925). Scandicci, Centro Editoriale Toscano, 2005.
- Ballestrero MV. Dalla tutela alla parità. La legislazione italiana sul lavoro delle donne. Bologna, Il Mulino, 1979.
- Istat. Indagine multiscopo sull’uso del tempo. Roma, Istituto Nazionale di Statistica, 2023. Disponibile all’indirizzo: https://www.istat.it/microdati/multiscopo-sulle-famiglie-uso-del-tempo/
- Miligi L, Mensi C. I tumori professionali delle donne: qualche riflessione. Epidemiol Prev 2022;46(3):211-12. doi: 10.19191/EP22.3.A507.044
- Oreskes N. Perché fidarsi della scienza? Torino, Bollati Boringhieri, 2021.
- Cattaneo A, Bellenghi M, Ferroni E et al. Recommendations for the application of sex and gender medicine in preclinical, epidemiological and clinical research. J Pers Med 2024;14(9):908. doi: 10.3390/jpm14090908
- European Commission. She Figures 2024. Gender in Research and Innovation: Statistics and Indicators. Luxembourg, Publications Office of the European Union, 2025. doi: 10.2777/592260
- Ginsburg O, Vanderpuye V, Beddoe AM et al. Women, power, and cancer: a Lancet Commission. Lancet 2023;402(10417):2113-66. doi: 10.1016/S0140-6736(23)01701-4