I Direttori editoriali di E&P: Luca Carra
Per quattro anni ho avuto l’onore di essere il direttore di E&P. Il vero direttore era Benedetto Terracini, ovviamente, io seguivo la parte editoriale, con l’aiuto di Maria Luisa Clementi, che ben presto avrebbe preso il mio posto. Parliamo della preistoria, 2000-2004. Ma per ogni anno ricordo alcuni temi chiave: per il 2000 l’AIDS, che ben ricordo anche per aver seguito in loco la conferenza mondiale a Durban in Sudafrica e aver “toccato” Nelson Mandela. Allora si discuteva se estendere la terapia combinata ai Paesi poveri, tema trattato dall’epidemiologo Roy Anderson. Mi è rimasta stampata in mente la frase di Peter Mugveny: «I farmaci sono dove non c’è la malattia e la malattia è dove non ci sono i farmaci».
Il 2001 per me è Porto Marghera e il processo per i morti da CVM, su cui inevitabilmente la rivista torna a più riprese. E poi l’amianto, e la mia personale scoperta della medicina del lavoro, anche con gli splendidi contributi storici di Franco Carnevale.
Il più bell’articolo del 2002, almeno a mio modo di vedere, è un saggio di Giovanni Berlinguer sulla globalizzazione della salute, la nascita del diritto positivo alla salute con l’età d’oro dell’OMS e la precognizione del declino che lo avrebbe poi interessato. «All’idea che la salute del mondo è indivisibile, un principio enunciato all’inizio del Novecento ed è stato a fondamento della nascita dell’OMS, si è sostituita la convinzione, molto diffusa in Europa e negli Stati Uniti, che alcuni popoli possono godere del massimo di salute isolati dalle sofferenze degli altri» scriveva Berlinguer, a cui abbiamo voluto bene almeno quanto al fratello.
Il 2003 segna la scoperta da parte della rivista del cambiamento climatico, tema allora di nicchia. Ricordo il caldo infernale di quell’agosto, e prontamente esce sul numero di settembre di E&P l’articolo di Perucci, Forastiere e Michelozzi “Caldo e salute: efficacia ed equità”, dove si valutano pro e contro dell’aria condizionata, che raffresca il ricco e riscalda il povero con le emissioni conseguenti. Ho sottolineato questo passaggio: «Alcuni hanno l’impressione che molte delle guerre che si sono combattute e si combattono abbiano come ragione principale il controllo delle attuali fonti energetiche, in particolare il petrolio». Nulla di nuovo sotto il sole.
La mia personale antologia della rivista ha selezionato per il 2004 l’articolo “Le condizioni della ricerca scientifica in Italia come prima, peggio di prima” di Rodolfo Saracci, che fra l’altro scriveva: «Personalmente ritengo che nessuna attività umana sia moralmente accettabile senza condizioni: credo quindi non valida la doppia equazione "ricerca scientifica = più benessere individuale e sociale = necessità di più ricerca" se non sono specificati i vincoli dell’equazione. Questi sono da un lato un sistema di ricerca equilibrato in tre componenti tutte indispensabili (ricerca "libera" a puro scopo conoscitivo, ricerca orientata alle applicazioni, sviluppo) e dall’altro una metaricerca, basata su una riflessione critica su scopi e mezzi del lavoro scientifico, che permei costantemente il sistema al fine di regolarlo. In assenza di questi vincoli, una visione essenzialmente utilitaristica della ricerca, oggi frequente e condivisa dai nostri governanti, è compatibile con qualsiasi regressioni culturale o civile o sociale». Tipo, continuava Saracci, il tentativo per fortuna fallito di togliere lo studio dell’evoluzione dalla scuola media.
Ricordo con piacere le riunioni di redazione presiedute in tiara papale da Benedetto Terracini, con le intemerate di Roberto Satolli, le sottili osservazioni di un Franco Berrino non ancora sviato dalla religione del miglio e di tanti altri amici e amiche a cui devo la tipica postura critica dell’epidemiologo che credo abbia lasciato un’impronta nel mio percorso di giornalista. Va ricordato anche che E&P aveva già allora una ricca sezione di attualità dove ci si poteva fare le ossa a scrivere articoli di approfondimento sui casi del mese – conflitti d’interesse allo IARC, l’avvento del REACH, la sperimentazione clinica senza scrupoli sui bambini nei Paesi poveri, l’ossessione dei campi elettromagnetici, la mucca pazza.
Trovo che ci sia del giornalismo nell’epidemiologia e dell’epidemiologia nel giornalismo, o almeno dovrebbe esserci perché possa dirsi veramente scientifico. A cosa mi è servito in conclusione lavorare per E&P? Almeno a imparare che la coorte non è un manipolo votato alla morte, l’intervallo di confidenza non è il coffee break – come confesso di aver pensato la prima volta che l’ho sentita nominare – e che la distribuzione di Poisson non va accompagnata col vino bianco.