Interventi
02/11/2026

Quando un determinante sociale diventa “nuovo”? Una riflessione dalla psichiatria sociale

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Introduzione

Nell’ultimo decennio, il dibattito sui determinanti sociali della salute mentale si è progressivamente ampliato, includendo temi quali crisi climatica, iperconnessione digitale, salute mentale delle persone LGBTQIA+, precarietà economica e lavorativa, migrazione, solitudine e ambiente urbano. La recente sintesi di Kirkbride e collaboratori documenta efficacemente questa evoluzione, mostrando come la ricerca epidemiologica e la psichiatria sociale abbiano esteso il proprio campo di interesse ben oltre i determinanti tradizionalmente considerati, con importanti implicazioni per la prevenzione e le politiche di salute mentale.1
Questa evoluzione pone, però, una questione preliminare, raramente discussa: in quale senso questi determinanti sono davvero “nuovi”? L’espressione “nuovi” viene spesso utilizzata come se descrivesse fenomeni accomunati dalla stessa natura del cambiamento.
Va subito chiarito che il termine “determinante” è qui impiegato in senso ampio: i fenomeni discussi non appartengono tutti allo stesso livello causale. Alcuni configurano esposizioni o condizioni di contesto, altri meccanismi intermedi attraverso cui il rischio si trasmette, altri ancora esiti o costrutti integrativi, come l’inclusione sociale discussa più avanti. Trattarli indistintamente come “nuovi determinanti” rischia di sovrapporre livelli causali differenti. Analogamente, la “novità” non è un attributo unico: può riguardare la dimensione quantitativa (diffusione, intensità), quella qualitativa (comparsa di modalità di esposizione prima inesistenti) oppure quella intersezionale (nuove combinazioni con altri fattori di vulnerabilità).
Una questione analoga attraversa da tempo anche la riflessione epistemologica in psichiatria. Più di vent’anni fa, avevamo proposto di considerare alcune nuove categorie diagnostiche come artefatti psichiatrici, mostrando come esse riflettessero non soltanto l’osservazione della realtà clinica, ma anche le categorie concettuali attraverso cui quella realtà veniva interpretata.2 Anche per i determinanti sociali della salute mentale la percezione della novità dipende, almeno in parte, dall’interazione fra trasformazioni della realtà sociale e trasformazioni degli strumenti disponibili per descriverla.
Questo contributo non propone una rassegna esaustiva dei cosiddetti nuovi determinanti della salute mentale. Si chiede piuttosto quando un determinante possa essere considerato nuovo. Attraverso una revisione narrativa della letteratura, con particolare attenzione ai contributi pubblicati nell’ultimo decennio in epidemiologia psichiatrica e psichiatria sociale, vengono discusse tre modalità principali – spesso sovrapposte – attraverso cui la novità può essere costruita o riconosciuta: l’emergere di nuove esposizioni, la trasformazione di determinanti già descritti in passato e l’evoluzione delle prospettive teoriche e metodologiche. In questo modo, il contributo intende offrire una chiave interpretativa utile per riflettere sul modo in cui la psichiatria sociale e l’epidemiologia costruiscono i propri oggetti di conoscenza, per interpretare le evidenze e definire le priorità della prevenzione.

Quando nascono esposizioni

La forma più intuitiva di novità riguarda l’emergere di esposizioni che, fino a pochi anni fa, erano assenti o marginali. Nuove condizioni di vita introducono modalità inedite di esposizione al rischio, modificando qualitativamente il rapporto fra individuo e ambiente. 
La crisi climatica rappresenta l’esempio più evidente di questo processo. La relazione fra ambiente e salute mentale è oggetto di studio da molti decenni, soprattutto nell’ambito delle conseguenze sulla salute mentale dei disastri naturali, interpretati prevalentemente attraverso il paradigma del trauma e del disturbo post-traumatico da stress.3 L’attenzione recente all’eco-ansia e al climate distress descrive, tuttavia, una configurazione diversa dell’esposizione.4 Il disagio non deriva necessariamente dall’esperienza diretta di un evento traumatico, ma dalla percezione di una minaccia globale, permanente e proiettata nel futuro. L’esposizione diventa cronica, anticipatoria e condivisa. Lo studio di Hickman e collaboratori mostra che molti giovani associano alla crisi climatica non solo paura, ma anche rabbia, senso di tradimento da parte delle istituzioni e perdita di fiducia nel futuro.5 
Una trasformazione analoga interessa la digitalizzazione della vita quotidiana. Già alla fine degli anni Novanta, Internet era oggetto di studio in relazione ai suoi possibili effetti sul benessere psicologico. Young richiamava l’attenzione sul rischio di dipendenza dalla rete,6 mentre Kraut e collaboratori descrivevano il cosiddetto Internet paradox,7 osservando come una tecnologia nata per facilitare le relazioni sociali potesse associarsi a una riduzione del benessere e della partecipazione sociale. L’attuale dibattito sull’iperconnessione digitale riguarda, però, un’esposizione qualitativamente diversa. Smartphone e piattaforme social hanno reso la connessione continua, portatile e profondamente intrecciata alla costruzione dell’identità personale. Notifiche permanenti, confronto sociale costante, cybervittimizzazione e alterazione dei ritmi sonno-veglia costituiscono aspetti specifici di questa nuova configurazione dell’esposizione.8,9 La letteratura più recente invita opportunamente alla cautela: gli effetti risultano generalmente modesti e distribuiti in modo disuguale, con associazioni più marcate in adolescenti con ulteriori fattori di vulnerabilità. Rimane evidente che l’esposizione contemporanea differisce profondamente da quella studiata alla fine degli anni Novanta.10
Crisi climatica e iperconnessione digitale illustrano, quindi, una stessa modalità attraverso cui un determinante può acquisire carattere di novità. In entrambi i casi, ciò che cambia è il fenomeno stesso: nuove condizioni di vita producono nuove forme di esposizione, modificando il rapporto fra individuo, ambiente e salute mentale.

Quando determinanti che conoscevamo già cambiano intensità e distribuzione

La maggior parte dei fenomeni oggi descritti come nuovi determinanti della salute mentale appartiene probabilmente a una seconda modalità di cambiamento. In questi casi, il determinante non è nuovo. Lo sono, invece, le forme attraverso cui esso si manifesta, la sua distribuzione nella popolazione e le modalità con cui interagisce con altri fattori di vulnerabilità. La novità riguarda, quindi, il determinante nella sua configurazione contemporanea, non la sua esistenza.
La povertà rappresenta l’esempio paradigmatico. Il rapporto fra svantaggio socioeconomico e disturbi mentali costituisce uno dei temi fondativi della psichiatria sociale e dell’epidemiologia psichiatrica. Da oltre mezzo secolo, il dibattito ruota attorno a due ipotesi complementari: la social causation, secondo cui condizioni materiali svantaggiate aumentano il rischio di malattia mentale, e la social selection o social drift, secondo cui alcuni disturbi mentali favoriscono una progressiva discesa nella scala socioeconomica.11 La domanda, dunque, non è nuova. È cambiato, invece, il modo in cui la povertà si presenta nelle società contemporanee.
Accanto alla deprivazione economica tradizionalmente intesa, acquistano oggi rilievo precarietà occupazionale, insicurezza abitativa, indebitamento e instabilità dei redditi. Non si tratta soltanto di indicatori differenti della stessa condizione, ma di forme di vulnerabilità che modificano profondamente l’esperienza quotidiana dell’incertezza materiale e la capacità delle persone di progettare il proprio futuro.12 
Il legame fra occupazione e salute mentale è ben documentato da decenni e comprende temi classici quali disoccupazione, job strain, controllo sul lavoro e sicurezza dell’impiego. Più recentemente, tuttavia, l’attenzione si è progressivamente spostata verso forme di lavoro caratterizzate da elevata instabilità, scarsa protezione contrattuale e ridotta prevedibilità del reddito. La cosiddetta gig economy non rappresenta un nuovo determinante della salute mentale, ma una diversa configurazione di un determinante storico, nella quale la precarietà non coincide più con un episodio transitorio, bensì con una condizione esistenziale prolungata che limita la possibilità di costruire progetti di vita e reti di protezione sociale.13
È cresciuta, inoltre, l’attenzione per il fenomeno della concentrazione della ricchezza in una fascia esigua della popolazione, ovvero per la disuguaglianza economica intesa non come povertà assoluta, ma come distanza tra i livelli estremi della distribuzione del reddito. La ricerca ha mostrato che le società più diseguali presentano peggiori esiti di salute mentale, indipendentemente dal livello assoluto di ricchezza.14,15
Anche la solitudine offre un esempio istruttivo. L’isolamento sociale accompagna da sempre la riflessione psichiatrica. Già Bleuler descriveva il ritiro autistico come una caratteristica fondamentale della schizofrenia, interpretandolo prevalentemente come espressione della psicopatologia individuale.16 Il discorso contemporaneo propone una prospettiva differente. La solitudine viene oggi considerata sempre più come una condizione socialmente prodotta e distribuita, influenzata da trasformazioni demografiche, urbanizzazione, mutamenti delle reti relazionali e diffusione delle tecnologie digitali. Il passaggio dalla solitudine come esperienza individuale alla solitudine come problema di salute pubblica rappresenta uno degli esempi più chiari di come un determinante noto possa acquisire significati nuovi senza perdere la propria continuità storica.17 Appare opportuno sottolineare, inoltre, che nel trattare la solitudine è necessaria una particolare cautela concettuale: la solitudine può collocarsi sia a monte sia a valle della sofferenza mentale, in un rapporto potenzialmente bidirezionale e di retroazione fra condizioni sociali e salute mentale.
Analogamente, la relazione fra città e salute mentale è presente nella letteratura almeno dagli studi della Scuola di Chicago e dal classico lavoro di Faris e Dunham.18 Ciò che cambia oggi non è l’idea che il contesto urbano influenzi la salute mentale, ma il livello di dettaglio con cui tale influenza viene analizzata. L’ambiente urbano non è più considerato un’esposizione unitaria, ma un insieme di caratteristiche specifiche – densità abitativa, accesso agli spazi verdi, qualità dell’abitare, inquinamento, mobilità, accessibilità ai servizi –, ciascuna delle quali contribuisce in modo diverso alla distribuzione del rischio.19 Anche in questo caso, la novità riguarda soprattutto la trasformazione storica del determinante e la sua crescente articolazione.
La migrazione occupa una posizione intermedia fra questa seconda modalità e quella che verrà discussa nella sezione successiva. La relazione fra migrazione e salute mentale è oggetto di studio da molti anni e comprende temi classici quali sradicamento, acculturazione, discriminazione e rischio di disturbi psicotici o depressivi.20 Negli ultimi anni, tuttavia, il determinante si è progressivamente ridefinito: parlare genericamente di “migranti” si è rivelato insufficiente. Per esempio, recentemente è stata attribuita crescente importanza alle condizioni che caratterizzano il percorso migratorio successivo all’arrivo: tempi di attesa, incertezza amministrativa, accesso al lavoro, condizioni abitative, ricongiungimento familiare, possibilità di partecipazione alla vita sociale ed esperienze di razializzazione. Il concetto di post-migration stressor sintetizza efficacemente questo cambiamento di prospettiva.21 Esso costituisce, al tempo stesso, una diversa configurazione di un determinante storico e l’esempio di un cambiamento che riguarda anche il modo in cui la ricerca interpreta la realtà sociale. 
Considerati nel loro insieme, questi esempi suggeriscono che la maggior parte dei cosiddetti nuovi determinanti della salute mentale non sia costituita da fenomeni inediti. Piuttosto, essi testimoniano la capacità dei determinanti sociali di assumere configurazioni storiche differenti, modificando le modalità attraverso cui producono il rischio. La novità, in questi casi, riguarda soprattutto il cambiamento delle condizioni sociali entro cui determinanti ben noti continuano a operare.

Quando cambiano le prospettive teoriche e metodologiche

Le due modalità discusse finora riguardano cambiamenti della realtà sociale. Esiste però una terza possibilità. Può cambiare il modo in cui quella realtà viene osservata. Nuove prospettive teoriche, nuovi livelli di analisi e nuovi strumenti metodologici consentono, infatti, di descrivere fenomeni già noti attribuendo loro un significato diverso. In questi casi, la novità riguarda soprattutto la produzione della conoscenza.
L’evoluzione degli studi sulla salute mentale delle persone LGBTQIA+ costituisce un esempio particolarmente chiaro. Le persone appartenenti a minoranze sessuali e di genere sono esposte a stress aggiuntivi rispetto alla popolazione generale, fra cui esperienze di discriminazione, aspettativa di rifiuto e interiorizzazione dello stigma, come delineato oltre vent’anni fa da Meyer nel modello del minority stress.22
La letteratura ha progressivamente modificato il livello di analisi, approfondendo il concetto di structural stigma: lo stigma non viene interpretato esclusivamente come atteggiamento individuale, ma come proprietà di sistemi giuridici, politiche pubbliche, organizzazione dei servizi sanitari e contesti educativi.23,24 La sofferenza mentale continua a essere associata alla discriminazione, ma la discriminazione viene studiata come caratteristica dei contesti sociali.
Un’evoluzione analoga riguarda la ricerca epidemiologica sulla povertà. Come ricordato nella sezione precedente, la questione rimane la stessa: la povertà favorisce l’insorgenza dei disturbi mentali oppure sono alcuni disturbi mentali a determinare un progressivo impoverimento?11 Ciò che è cambiato è la disponibilità di strumenti metodologici capaci di affrontare questa domanda in modo diverso.
La randomizzazione mendeliana rappresenta uno degli sviluppi più interessanti in questa direzione. Utilizzando varianti genetiche come strumenti per l’inferenza causale, essa consente di affrontare, pur con limiti ben noti, alcuni dei problemi di confondimento che caratterizzano gli studi osservazionali.25 Nel recente studio condotto utilizzando dati della UK Biobank e del Psychiatric Genomics Consortium, Marchi e collaboratori hanno costruito un fattore latente di povertà comprendente reddito familiare, reddito occupazionale e deprivazione sociale, applicando successivamente analisi di randomizzazione mendeliana bidirezionale.26 I risultati mostrano una relazione causale bidirezionale, ma asimmetrica: schizofrenia e ADHD contribuiscono al peggioramento delle condizioni economiche, mentre la povertà aumenta il rischio di depressione maggiore e schizofrenia. Più che risolvere definitivamente un dibattito storico, questo lavoro mostra come strumenti metodologici nuovi permettano di affrontare con maggiore solidità empirica domande che la psichiatria sociale si pone da molti anni. Sarebbe, tuttavia, un errore identificare il progresso metodologico con il progresso della conoscenza. L’espansione degli studi genomici ha favorito anche una produzione scientifica talvolta guidata dalla disponibilità di grandi basi di dati più che da ipotesi teoriche chiaramente formulate.27
Le innovazioni metodologiche diventano realmente feconde quando consentono di approfondire quesiti ben costruiti, pensati per interpretare i dati esistenti o nuovi, non quando producono semplicemente nuove associazioni statistiche.
Considerati nel loro insieme, questi esempi suggeriscono che la novità non riguarda sempre il mondo sociale. Più che nuovi determinanti, emergono nuovi modi di osservare e comprendere determinanti già noti.

L’inclusione sociale come esempio di prospettiva integrativa

Le modalità discusse fin qui, pur potendo in parte sovrapporsi, consentono di comprendere perché fenomeni molto diversi siano oggi accomunati sotto l’etichetta di nuovi determinanti. Rimane una domanda aperta: esiste un modo di ricomporre queste diverse forme di cambiamento all’interno di una prospettiva unitaria?
Il concetto di inclusione sociale offre un esempio di risposta particolarmente promettente. Diversamente dai singoli determinanti, esso non identifica un fattore di rischio specifico, ma descrive il modo in cui opportunità, diritti, partecipazione sociale e risorse materiali si combinano nel favorire oppure ostacolare la piena partecipazione alla vita economica, sociale, politica e culturale dei contesti di vita delle persone.28 In questa prospettiva, l’attenzione si sposta dai singoli determinanti alla configurazione complessiva delle condizioni che rendono possibile alle persone l’accesso ai processi decisionali che influenzano la loro vita e la fruizione di diritti fondamentali.
Questa prospettiva permette di leggere in modo unitario i processi descritti nelle sezioni precedenti. Le nuove esposizioni modificano le opportunità di partecipazione sociale; la trasformazione dei determinanti storici ridefinisce le modalità attraverso cui l’esclusione viene prodotta; l’evoluzione delle prospettive teoriche e metodologiche rende visibili dimensioni dell’inclusione precedentemente trascurate. L’inclusione sociale non costituisce, quindi, un ulteriore determinante della salute mentale, ma un costrutto capace di integrare determinanti differenti all’interno di una stessa cornice interpretativa.
Questa interpretazione trova riscontro nella recente revisione sistematica e metanalisi condotta dal nostro gruppo.29 Le persone con disturbi mentali presentano livelli significativamente inferiori di inclusione sociale rispetto alla popolazione generale, con differenze che interessano relazioni sociali, partecipazione alla comunità, lavoro, reddito, istruzione e abitazione. È emerso anche che la percezione soggettiva di inclusione sociale era peggiore di quella misurata “oggettivamente”, il che implica la necessità di fare ricerche e survey che tengano sempre più conto delle prospettive delle persone direttamente interessate.

Usi e limiti della distinzione proposta

La distinzione formulata in questo contributo non intende fornire una nuova classificazione generale dei determinanti sociali né costituisce di per sé un criterio per stabilire priorità di ricerca o di intervento. Il suo valore è più circoscritto: viene proposta come supporto per precisare in quale senso un fenomeno venga definito “nuovo” ed evitare che un cambiamento nella diffusione, nell’intensità o nelle modalità di esposizione sia confuso con la comparsa di un nuovo fattore causale. Suggerisce, inoltre, di distinguere i mutamenti della realtà sociale dai cambiamenti degli strumenti teorici e metodologici attraverso cui quella realtà viene osservata. 
Come osserva Biggeri,30 il linguaggio tecnico non è mai neutrale: gli indicatori selezionati, le domande formulate e le parole utilizzate contribuiscono a delimitare ciò che diventa visibile come problema e ciò che viene considerato suscettibile di intervento. Parlare di un “nuovo determinante” può costituire una sottolineatura utile di una trasformazione riconoscibile nella realtà. Può, però, significare anche l’isolamento di un fenomeno da processi sociali più ampi: la consapevolezza delle diverse forme di novità viene qui proposta per rendere esplicite queste operazioni, non per sostituire la complessità dei processi sociali con una nuova tassonomia.
Per quanto riguarda la ricerca e le politiche, alla domanda su che cosa sia nuovo devono naturalmente affiancarsi altri interrogativi: chi è maggiormente esposto, in quali contesti, con quali risorse e con quali possibilità di controllo sulla propria vita. La posizione occupata nella distribuzione del reddito, dell’istruzione, del lavoro, dei diritti e del riconoscimento sociale contribuisce a distribuire diversamente i rischi; ma anche i contesti nei quali le persone vivono – scuola, luogo di lavoro, abitazione, servizi e comunità – possono amplificare o attenuare gli effetti dello svantaggio. Come osservato in fase di revisione di questo lavoro, distinguere i determinanti legati alla posizione sociale della persona da quelli legati alla qualità capacitante dei contesti di vita, nel senso indicato da Amartya Sen,31 può rendere più esplicite le implicazioni per la ricerca e per le politiche, orientando rispettivamente verso azioni distributive o redistributive e verso interventi sui contesti di vita (scuola, lavoro, comunità). La riflessione sulla distinzione tra diverse modalità di novità non sostituisce questa lettura, ma può auspicabilmente contribuire a non semplificare l’interpretazione di fenomeni complessi a favore dell’adozione di categorie alla moda.
L’importanza di mantenere uno sguardo interpretativo attento alla complessità diventa particolarmente evidente, per esempio, quando la psichiatria è chiamata a interpretare fatti di violenza che suscitano forte allarme morale e mediatico. In queste circostanze, il disturbo mentale può rapidamente diventare una spiegazione totalizzante e il dibattito restringersi all’alternativa fra responsabilità individuale e responsabilità dei servizi. Richiamare i determinanti sociali non significa spiegare retrospettivamente il singolo gesto né presumere che una diversa condizione sociale avrebbe necessariamente evitato l’evento. Significa, piuttosto, evitare che un caso individuale venga trasformato impropriamente in prova causale e mantenere aperte domande più ampie sui percorsi attraverso cui vulnerabilità cliniche, condizioni materiali, relazioni e contesti possono interagire.
Questa tensione in psichiatria non è nuova. All’inizio del Novecento, Karl Jaspers interpretava alcuni reati commessi da giovani domestiche attraverso il concetto di Heimweh, la nostalgia patologica della terra d’origine.32 Riletta oggi, quell’interpretazione può costituire un buon esempio di quanto la descrizione psichiatrica di un comportamento possa dipendere dalle categorie disponibili in una determinata epoca e di come condizioni profondamente radicate nell’organizzazione sociale rischino di essere ricondotte prevalentemente a categorie psicopatologiche individuali. 
La psichiatria sociale contemporanea dispone di un insieme più ampio di strumenti teorici, epidemiologici e metodologici per analizzare le condizioni sociali che concorrono a produrre e distribuire la sofferenza mentale, senza ridurne la comprensione a spiegazioni esclusivamente individuali. Ciò non implica che ogni fenomeno sociale possa essere spiegato attraverso i determinanti della salute mentale né che una lettura sociale attenui la responsabilità individuale o dei servizi sanitari nella cura delle persone. Si tratta, piuttosto, di riconoscere che spiegazioni centrate esclusivamente sull’individuo restringono inevitabilmente il campo delle domande che la ricerca è disposta a porre e, di conseguenza, anche quello delle politiche considerate praticabili. In questo senso, il contributo della psichiatria sociale non consiste soltanto nell’identificare nuovi fattori di rischio, ma nel rendere visibili le condizioni sociali che producono sofferenza mentale e ne distribuiscono il rischio nella popolazione. Come ha osservato Priebe, questa funzione attribuisce inevitabilmente alla psichiatria anche una dimensione politica, non nel senso dell’appartenenza partitica o dell’attivismo, ma perché il modo in cui descrive i determinanti della salute mentale contribuisce a orientare il dibattito pubblico, la definizione delle priorità e le politiche sanitarie.33

Conclusioni

La domanda posta nel titolo di questo contributo – quando un determinante diventa “nuovo”? – non ammette una risposta univoca. Alcuni determinanti sono nuovi, perché introducono esposizioni fino a poco tempo fa inesistenti o marginali. Altri lo diventano perché determinanti storici assumono configurazioni diverse nelle società contemporanee. Altri ancora appaiono nuovi, perché cambiano le prospettive teoriche e metodologiche attraverso cui vengono osservati.
La novità di un determinante non risiede esclusivamente nei fenomeni osservati: nasce dall’incontro fra trasformazioni della società, sviluppo delle conoscenze scientifiche e capacità della ricerca di rendere visibili relazioni che in precedenza rimanevano sullo sfondo. È proprio in questo spazio di interazione che la psichiatria sociale continua a svolgere il proprio ruolo: non quello di inseguire ogni nuova etichetta, ma di offrire strumenti sempre più adeguati a comprendere come le condizioni sociali producano sofferenza mentale e in che modo questa sofferenza possa essere prevenuta o ridotta.

Conflitti di interesse dichiarati: nessuno.

Finanziamenti: nessun finanziamento specifico è stato ricevuto per questo lavoro.

Approvazione etica: non richiesta, in quanto il presente contributo è un saggio basato esclusivamente su letteratura pubblicata.

Ringraziamenti: l’autore ringrazia: Silvia Ferrari, Mattia Marchi, Luca Pingani, Giulia Pollice  per la collaborazione e le discussioni che hanno contribuito allo sviluppo del lavoro, Paolo Giorgi Rossi per preziosi commenti su una versione precedente del manoscritto e i revisori anonimi per gli stimoli offerti per il suo miglioramento.

Utilizzo di strumenti di IA: Strumenti di intelligenza artificiale generativa (Claude, ChatGPT) sono stati utilizzati a supporto della revisione linguistica, della leggibilità e della formattazione. L’Autore ha verificato e approvato integralmente il contenuto finale.

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