Interventi
19/12/2025

Nuovo piano pandemico nazionale: il ruolo centrale dell’epidemiologia

, , , , , ,

Introduzione

L’esperienza maturata durante la pandemia di COVID-19 ha dimostrato che l’eventualità di un’emergenza sanitaria globale non è solo possibile, ma concretamente plausibile. L’ondata di contagi, i quasi 200.000 decessi, le ricadute sul personale sanitario e le ripercussioni sull’intero tessuto sociale ed economico italiano hanno impresso nella nostra memoria una lezione che non possiamo permetterci di dimenticare.
Oggi, alla luce di queste esperienze, è in discussione presso la Conferenza Stato-Regioni una bozza di Piano pandemico nazionale. Questo documento dovrebbe rappresentare una risposta strategica e operativa, fornendo a Regioni e Province Autonome linee guida omogenee per affrontare future emergenze. Al riguardo, l’Associazione Italiana di Epidemiologia (AIE) mette in luce importanti aspetti che rischiano di minarne l’efficacia.

Dalla teoria all’esperienza: un passaggio obbligato

Prima del 2020, la preparazione pandemica si basava su modelli teorici e raccomandazioni precauzionali. Il COVID-19 ha trasformato queste ipotesi in realtà tangibile, portando con sé un enorme patrimonio di dati e osservazioni. Non possiamo più affidarci a piani stilati in astratto: occorre ripensare la risposta sanitaria basandosi su quanto effettivamente osservato e vissuto.
In particolare, il nuovo Piano dovrebbe superare il rischio di frammentazione regionale, indicando in modo chiaro gli strumenti e le azioni che ogni territorio deve adottare, garantendo omogeneità e tempestività nell’intervento.

Il ruolo cruciale dell’epidemiologia per la programmazione

Durante la pandemia, l’epidemiologia si è dimostrata indispensabile per tracciare l’andamento dei contagi, ma anche per individuare i soggetti più vulnerabili. Non tutta la popolazione, infatti, presenta lo stesso rischio di sviluppare forme gravi della malattia: l’età e la presenza di patologie croniche si sono rivelate fattori determinanti. È emerso un quadro sindemico, in cui l’infezione si intreccia con altre malattie croniche, amplificandone gli effetti.
In questo contesto, la conoscenza dettagliata della popolazione assistita diventa cruciale. Non serve soltanto un’infrastruttura informativa con dati sanitari interoperabili, ma anche personale con competenze e formazione epidemiologiche in grado di produrre analisi predittive necessarie alla programmazione assistenziale in situazioni d’emergenza. 

Sorveglianza precoce e tempestività delle risposte

Uno degli aspetti fondamentali per contenere una pandemia è la rapidità nell’identificare i primi segnali di allarme e nel rispondere prontamente con interventi adeguati. I segnali vanno colti non solo a livello nazionale, ma anche e soprattutto a livello locale, dove inizialmente si manifestano.
La bozza attuale del Piano prevede sistemi di epidemic intelligence centralizzati, ma non contempla l’obbligo per Regioni e Province Autonome di dotarsi di sistemi di allerta precoce basati su informazioni proprie. Questa mancanza potrebbe tradursi in un ritardo nella risposta, con conseguenze gravi. Invece, è necessario rafforzare la sorveglianza epidemiologica territoriale, utilizzando dati aggiornati e strumenti condivisi. A tal scopo, potrebbero essere considerati sistemi attualmente in uso di monitoraggio dello stato di salute della popolazione (mortalità, mortalità estiva e accessi al pronto soccorso) come base di partenza per la definizione di un applicativo dedicato alla registrazione real time di potenziali casi di nuove malattie infettive.

Strumenti operativi e monitoraggio

Un altro punto critico riguarda la disponibilità e l’uso dei sistemi informativi per la sorveglianza. Durante la pandemia, molti strumenti sono stati sviluppati ex novo, spesso in maniera improvvisata e con trasmissione unidirezionale verso il coordinamento e le autorità centrali, rendendo difficile il confronto tra Regioni e ostacolando la lettura locale dei dati.
In risposta a queste carenze, l’AIE ha creato strumenti come il Monitoraggio e Analisi dei Dati dell’Epidemia (MADE), che ha permesso un’analisi più dettagliata, fino al livello provinciale, offrendo indicatori utili al monitoraggio dell’evoluzione dell’epidemia. Tuttavia, ad oggi, la bozza del nuovo Piano non prevede ancora un’infrastruttura informativa flessibile e consolidata né definisce chiaramente i flussi informativi necessari in caso di nuova pandemia; si limita, invece, a descrivere i sistemi di sorveglianza attivi in Italia utili identificare o a monitorare una possibile minaccia di un nuovo agente respiratorio a potenziale pandemico.
È fondamentale che ogni ASL disponga di personale formato e di strumenti adeguati in epidemiologia di campo. 

Indagini sul campo, contact tracing e parametri epidemiologici

Aspetti essenziali nella prevenzione e nel contenimento di eventi pandemici sono lo sviluppo e il potenziamento delle capacità di indagine per comprendere le dinamiche di trasmissione, identificare i focolai e valutare l’efficacia degli interventi, ma anche per ricostruire le catene di trasmissione, stimare parametri fondamentali come il tempo di incubazione e il tempo seriale tra i casi e individuare i contesti a maggiore rischio di diffusione, come scuole, strutture sanitarie, ambienti lavorativi e residenze per anziani.
Durante la crisi pandemica appena trascorsa, concetti come R0, tempo di incubazione, letalità e tempo seriale sono diventati noti anche al grande pubblico. Tuttavia, il monitoraggio e la comprensione della trasmissione del virus richiedono indagini epidemiologiche, realizzabili solo con personale formato e presente capillarmente sul territorio.
Il contact tracing, per esempio, è uno strumento chiave per interrompere le catene di contagio e per raccogliere dati utili alla stima di parametri epidemiologici, ma durante i momenti di massima diffusione è risultato difficile da attuare con i metodi tradizionali. Il mancato utilizzo di software progettati per l’attività di contact tracing ha avuto un impatto negativamente sulla fattibilità e tempestività dell’azione degli operatori sanitari coinvolti e sulla capacità di raccogliere dati in maniera uniforme. Servono sistemi interoperabili progettati per supportare le attività di contact tracing che contemplino l’integrazione di indagini epidemiologiche mirate e messaggistica automatica, pronti all’uso e condivisi a livello nazionale con tutte le Regioni e Provincie Autonome. L’adozione di tali sistemi dovrebbe essere accompagnata dalla definizione di un set minimo di dati da raccogliere e di indicatori comuni, la cui mancanza ha reso impossibile valutare l’efficacia di molte azioni intraprese.

L’assenza di indicatori condivisi: un errore da non ripetere

Un ulteriore elemento critico è la mancanza di indicatori comuni per la valutazione delle attività di sorveglianza, contact tracing e gestione dei focolai. Senza protocolli chiari – già strutturati, ma adattabili – e indicatori confrontabili, è impossibile analizzare retrospettivamente le strategie adottate, vanificando di fatto l’esperienza acquisita.
Anche durante la pandemia, molti degli indicatori previsti dal decreto ministeriale del maggio 2020 non sono stati utilizzati a causa dell’eterogeneità dei risultati tra Regioni. Il nuovo Piano dovrebbe colmare questa lacuna, definendo da subito un insieme minimo di indicatori condivisi.

La comunicazione: un pilastro della risposta pandemica

Accanto agli strumenti epidemiologici e organizzativi, la comunicazione rappresenta un elemento essenziale per il contenimento e la gestione efficace di una pandemia. L’esperienza del COVID-19 ha mostrato con chiarezza quanto sia fondamentale garantire un’informazione tempestiva, trasparente e basata su evidenze scientifiche. In un contesto segnato dalla proliferazione di fake news e disinformazione, il rischio di comportamenti inappropriati da parte della popolazione può compromettere gravemente l’efficacia delle misure sanitarie. È quindi indispensabile che la comunicazione istituzionale sia pianificata e coordinata, supportata da dati epidemiologici solidi e accessibili, e in grado di raggiungere in modo chiaro e comprensibile tutti i segmenti della popolazione. È importante, inoltre, che sappia supportare l’attuazione di comportamenti appropriati anche negli ambiti in cui non esistano ancora evidenze mature, basandosi sulle informazioni disponibili e trasmettendo il grado di incertezza residua. Solo una strategia comunicativa coerente e affidabile può favorire l’adesione alle raccomandazioni e rafforzare la fiducia nel sistema sanitario.

La figura dell’epidemiologo e l’organizzazione territoriale

Un tema cruciale è il riconoscimento del ruolo dell’epidemiologo all’interno delle strutture sanitarie locali. Nonostante il Decreto Ministeriale 77/2022 parli di valorizzazione della funzione epidemiologica, questa figura professionale non è ancora inserita nella dotazione standard dei dipartimenti di prevenzione. Ogni ASL dovrebbe, invece, poter contare su competenze epidemiologiche adeguate, riconosciute e integrate stabilmente nel sistema.
La pianificazione di una risposta efficace non può essere lasciata alla discrezionalità delle singole Regioni o a soluzioni improvvisate. È necessario un coordinamento centrale forte, che garantisca l’adozione di strumenti comuni, metodi condivisi e strategie valutabili.

Dalla lezione alla trasformazione

È importante sottolineare che il contrasto a una pandemia non può essere affidato a sistemi frammentati, senza coordinamento né criteri comuni. L’efficacia dell’intervento dipende dalla capacità di agire rapidamente, con personale formato, strumenti adeguati e dati affidabili.
Se la bozza attuale di Piano pandemico non affronta in modo risolutivo queste criticità, è fondamentale che almeno i piani regionali sappiano trarre beneficio dall’esperienza vissuta e non si limitino a essere un mero adempimento burocratico. Solo così sarà possibile affrontare con maggiore prontezza e consapevolezza le sfide sanitarie del futuro.

Conflitti di interesse dichiarati: nessuno.

Approfondisci su epiprev.it Vai all'articolo su epiprev.it Versione Google AMP