Alla ricerca dei tumori professionali: l’anamnesi come strumento fondamentale per la ricostruzione dei profili di esposizione e l’assegnazione dei nessi di causa
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Premessa
È nozione comune, in Italia, che i tumori causalmente correlati a esposizioni lavorative siano più numerosi di quanto risulti dalla reportistica dell’INAIL. Tale reportistica si riferisce inevitabilmente ai soli lavoratori assicurati presso l’Istituto e, tra tutti i casi da questo potenzialmente indennizzabili, altrettanto inevitabilmente essa conta e rende visibili i soli per i quali sia stato redatto e inviato un primo certificato medico di malattia professionale.
Nella medicina del lavoro italiana è divenuta classica l’espressione «alla ricerca dei tumori perduti», con cui nel 1988 il prof. Edoardo Gaffuri sottolineava la necessità di investigare e studiare con strumenti appropriati la componente sommersa dei tanti tumori professionali che non vengono ordinariamente alla luce e vanno, quindi, a perdersi in qualche area di completa invisibilità.1
Asserire che un tumore è causalmente correlato a un dato profilo di esposizioni lavorative è, però, un’operazione tutt’altro che semplice, con limitate eccezioni.
L’esposizione a un dato agente e la generazione/la manifestazione clinica di un dato tumore (se del caso: in un dato momento della vita del paziente e/o con un determinato livello di gravità/aggressività) sono legate da un reale rapporto eziologico o si tratta, invece, di mera associazione?
È una domanda che certamente si pongono tanto il medico – che deve decidere, a seconda della sua posizione, se stilare o meno un certificato di malattia professionale ovvero se riconoscere o meno come professionale un caso denunciato – quanto il giudice – che deve decidere su di una controversia – e i consulenti tecnici – che devono razionalmente supportare il giudice medesimo in questa decisione.
Ipotesi e stime sulla natura occupazionale dei tumori possono emergere da ricerche di laboratorio e considerazioni meccanicistiche, studi epidemiologici di coorte e caso-controllo, sistemi di sorveglianza, registri di patologia, sistemi di rilevazione di possibili eventi sentinella occupazionali e, da tempo, sono stati elaborati criteri per dare risposta razionale ai quesiti su causazione e causalità, cercando di massimizzare l’affidabilità delle inferenze e di minimizzarne la fallibilità, pur senza mai poterla eliminare (come del resto accade per qualsiasi decisione umana).
Si definiscono, così, con livelli variabili di incertezza interpretativa residua, assunzioni generali riguardo alla presenza di un rischio cancerogeno certo, probabile o possibile tra gli esposti a un agente o una classe di agenti e/o tra coloro che vivono/lavorano in scenari definiti; la loro traslazione al giudizio sulle cause di casi individuali di tumore o di eccessi di un tumore in un gruppo di lavoratori comporta, poi, inferenze ulteriori con associato e inevitabile incremento dei livelli di incertezza.
Ricostruire la rete di causazione dei tumori professionali, a livello sia di individui sia di gruppi di individui “omogenei” o quanto meno con esposizione simile, diviene tanto più difficile quando ai limiti intrinseci delle evidenze scientifiche si assomma una definizione grossolana o semplicemente “povera” dei profili di esposizione: vale a dire, quando ci si trova di fronte a una scarsa caratterizzazione degli agenti in gioco e a una disturbante incertezza sulla temporalità delle esposizioni e l’andamento della loro intensità (quanto meno percepita).
Quando si sa troppo poco dei contenuti concreti delle mansioni svolte dai soggetti in studio e degli scenari in cui queste si svolgono, una modalità potente per contenere e governare l’incertezza è quella di “aumentare la definizione delle immagini” tramite raccolte anamnestiche approfondite, standardizzate, affidabili, condotte da personale formato e motivato.
I dati acquisiti nel corso di una buona raccolta anamnestica e correttamente registrati in quel vero e proprio documento che è il questionario anamnestico hanno valenze molteplici, non solo nell’interesse della ricerca scientifica. Un buon questionario anamnestico può supportare un lavoratore nel vedere riconosciuto il suo diritto a un indennizzo equo; può essere una fonte preziosa per ricostruire, anche a distanza di tempo, una storia del lavoro e delle sue modalità; può essere di per se stesso una fonte di prova in contesti di controversia.
Ma il lavoro di acquisire informazioni non è esente dal rischio di vizi di procedura, che potrebbero portare a una qualità inadeguata del dato.
Una raccolta anamnestica che, pur supportata da un questionario strutturato, venga condotta in modalità pedante e/o disattenta potrebbe registrare, anche con eccessiva dovizia di particolari, le sole informazioni ritenute aprioristicamente utili per la definizione eziologica del caso, dimenticando, però, domande e/o omettendo di registrare mansioni e comparti classificati di default come marginali riguardo al caso specifico.
Si potrebbero perdere informazioni chiarificatrici, perché non si vuol perdere tempo ad ascoltare un intervistato propenso a riferire cose che ritiene importanti, ma che non sono contemplate dal protocollo. Di certo, non si può espandere il tempo di un’intervista all’infinito, ma si deve anche trovare un equilibrio tra le esigenze di chi chiede e quelle di chi racconta.
Una buona raccolta anamnestica e un buon questionario anamnestico sono il risultato di un approccio complessivo dell’intervistatore, costruito sì sulla sua formazione tecnica, ma anche sulla maturazione di atteggiamenti personali che influiscono sul valore sia dei dati raccolti sia della relazione instaurata con chi viene intervistato.
Il tempo del colloquio per la raccolta dei dati è in effetti prezioso per stabilire una relazione umana con i pazienti e quanti sono loro vicini; essi portano con sé, pur in un contesto che non sono stati loro a volere e a strutturare, un proprio vissuto e una propria narrazione: hanno diritto di ricevere attenzione e rispetto.2
Un intervistato che si senta a suo agio, nutra fiducia verso chi gli pone domande anche molto personali, abbia un certo spazio non solo per rispondere, ma anche per raccontare e raccontarsi, difficilmente sarà infastidito e/o svogliato, probabilmente parteciperà con consapevolezza e fornirà informazioni più precise e ricche.
Ma essere attenti alla relazione è essenziale non solo per necessità utilitaristiche. L’intervistato mette a disposizione il proprio tempo e la propria fatica nel ricordare e nel ripensare a cose di sé anche dolorose: tempo e fatica di cui è doveroso non abusare.
E quando non sia possibile raccogliere i dati in modo ottimale, resta sempre che l’acquisizione di un dato scarno, ma solido, è comunque meglio di un’assenza totale di informazioni.
Lo scenario italiano
INAIL affianca alle sue tradizionali basi di dati dedicate alle esigenze assicurative un sistema di sorveglianza denominato MAL.PROF, dedicato a tutte le malattie correlate al lavoro, compresi, quindi, i tumori, che viene direttamente alimentato dai Servizi per la Prevenzione e la Sicurezza negli Ambienti di Lavoro del Servizio Sanitario Nazionale: ciò a prescindere dal fatto che sia stato avviato o meno un percorso per un riconoscimento dei casi a fini di indennizzo. MAL.PROF, basato sulla partizione organizzativa di INAIL denominata DIMEILA, è alimentato da dati di diagnosi, storie lavorative derivate da fonti diverse (se del caso, anche quelle fornite dagli archivi contributivi INPS), attribuzioni di profili di esposizione e nessi di causa. Laddove i dati clinici siano affiancati dalle informazioni di una buona intervista, i profili di esposizione e i nessi di causa registrati in MAL.PROF non possono che essere più precisi e affidabili.
Le direttive sociali dell’Unione europea hanno stabilito, per gli Stati membri, l’obbligo di individuare e registrare i tumori correlati a esposizioni lavorative; questo mandato viene attualmente tradotto in Italia, tramite l’art. 244 del DLgs 81/08, nella forma di un «registro nazionale dei casi di neoplasia di sospetta origine professionale». Detto registro omnicomprensivo è stato originariamente articolato, dalla norma di legge, in tre sezioni, la seconda e la terza delle quali di nuova istituzione: il Registro Nazionale dei Mesoteliomi (ReNaM), il Registro Nazionale dei Tumori Nasali e Sinusali (ReNaTuNS) e il Registro delle Neoplasie a più Bassa Frazione Eziologica Occupazionale. A margine, l’assetto originario dell’art. 244 è stato successivamente integrato, in applicazione di un’ulteriore direttiva sociale dell’Unione europea, con una quarta sezione dedicata ai «casi di effetti avversi per la salute da esposizione a sostanze tossiche per la riproduzione». L’intero impianto è basato sull’integrazione tra una struttura di coordinamento centrale presso INAIL DIMEILA e una rete di Centri Operativi Regionali (COR) che la legge vorrebbe completa, anche se ad oggi essa è ancora lontana dall’essere tale.
ReNaM e ReNaTuNS, che riguardano tumori relativamente rari con elevata frazione eziologica occupazionale, funzionano tramite la rilevazione, l’inclusione nel registro e lo studio di tutti i casi incidenti nella popolazione; l’attribuzione di profili di esposizione e nessi di causa avviene, ogni volta che sia possibile, tramite un’intervista anamnestica standardizzata sulla base di un questionario ad hoc e rivolta preferibilmente ai pazienti, altrimenti a parenti, colleghi o altri sostituti.
Afferiscono al Registro delle Neoplasie a più Bassa Frazione Eziologica Occupazionale tutti gli altri tumori, compresi quelli più frequenti nella popolazione generale (come i carcinomi polmonari, vescicali, cutanei, laringei). Se non altro per l’elevato numero dei casi incidenti, lo studio di questi tumori va affrontato con approcci di natura campionaria (diversi, quindi, da quelli a carattere tendenzialmente esaustivo di ReNaM e ReNaTuNS).
Per quest’ultimo Registro, è stato sperimentato il cosiddetto metodo OCCAM (OCcupational CAncer Monitoring), ideato già prima dell’entrata in vigore del D.lgs. 81/08 nell’ambito dell’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano.3,4
Applicare questo metodo vuol dire condurre uno studio caso-controllo di popolazione fondato sull’analisi statistica integrata di tre basi di dati correnti: quella delle schede di dimissione ospedaliera (SDO), ove possibile integrata dai dati dei registri tumori generalisti e di eventuali altre fonti, quella delle anagrafi regionali degli assistiti e quella delle storie contributive dell’INPS. I COR inviano a INAIL DIMEILA i dataset delle SDO e delle anagrafi degli assistiti; INAIL DIMEILA acquisisce dall’INPS i file delle storie contributive, conduce le analisi statistiche del caso e ne restituisce i risultati ai COR. I dataset delle storie contributive INPS non contengono informazioni sulle mansioni, ma registrano lo status generale di blue collar (B) o white collar (W) di ciascun lavoratore. Vengono considerati come casi e controlli esposti i soggetti che risultino aver lavorato per almeno un anno in comparti classificati come potenzialmente a rischio, come casi e controlli non esposti quelli che abbiano lavorato esclusivamente in comparti nei quali venga ragionevolmente esclusa la presenza di cancerogeni.
OCCAM genera, quindi, rischi relativi (espressi come odds ratio, OR) per ciascuna coppia neoplasia-comparto in studio, distintamente per l’assieme W+B e per i soli B, con relativi intervalli di confidenza al 90% (IC90%) ed esplicitazione del numero dei casi sui quali si basa la stima.
A questo punto, è necessario decidere per quali neoplasie e per quali comparti sia appropriato e utile avviare un approfondimento, quindi effettuare interviste anamnestiche mirate.
Esperienze locali
Vengono brevemente presentati, dalla nostra esperienza locale, due casi nel contesto dei quali l’intervista anamnestica ha consentito ovvero potrà consentire una ricostruzione adeguata dei profili di esposizione, ponendo una base solida su cui tentare l’assegnazione dei nessi di causa.
- Giuseppe chiede una visita presso l’ambulatorio di Medicina del Lavoro per la valutazione di un problema cronico alle spalle e alla schiena, ma…
Da un breve colloquio propedeutico a un appuntamento con il medico del lavoro emerge che Giuseppe, da sempre lavoratore della pesca in mare, oltre a soffrire di plurimi problemi osteoarticolari, qualche anno prima aveva avuto una diagnosi di neoplasia maligna insorta su zona fotoesposta della cute (operata con esito ottimale) e, prima ancora, una diagnosi di neoplasia maligna della laringe (operata con lo strascico di una marcata disfonia). A suo tempo, il tumore laringeo era stato denunciato all’INAIL come effetto di uno sforzo vocale protratto durante il lavoro, poiché, per comunicare con i colleghi, Giuseppe doveva alzare la voce tanto da sovrastare il rumore del motore e dei verricelli dei pescherecci su cui era imbarcato; l’INAIL aveva (comprensibilmente) negato il riconoscimento del caso come malattia professionale.
A Giuseppe viene dato un appuntamento a breve scadenza.
L’anamnesi raccolta tramite il questionario in uso per il Registro delle Neoplasie a più Bassa Frazione Eziologica Occupazionale permette di identificare le mansioni e gli scenari specifici in cui queste venivano svolte.
Escluso il periodo del servizio militare di leva, fino all’ultima parte dei suoi 50 anni di età, Giuseppe ha lavorato prima come mozzo, poi come marinaio, infine come armatore su tre diversi motopescherecci, tutti con motore diesel; anche da armatore, ha continuato a svolgere tutte le operazioni del caso, sia in mare sia in porto.
Durante la navigazione, Giuseppe gettava e recuperava le reti con il verricello (per 8-9 volte al giorno), faceva la cernita del pescato, lo sistemava nelle cassette, lo stoccava in frigorifero, puliva l’imbarcazione: tutte attività svolte praticamente sempre all’aperto e dormendo assai poco.
Come motorista navale, Giuseppe si occupava di conduzione e manutenzione dei motori, così come della pulizia delle sale macchine. Il primo e il secondo motopeschereccio, varati prima del 1992, avevano parti di motore rivestite da bende oppure corde a sezione rettangolare. Giuseppe ha precisato di ritenere che dette bende e corde (in riferimento a queste ultime, ha riconosciuto il termine “baderna”), oltre ad alcune guarnizioni del motore, fossero in amianto; ha aggiunto che nella sala macchine del terzo motopeschereccio, varato dopo il 1992, molto probabilmente bende, corde e guarnizioni non contenevano amianto. Quando si faceva la manutenzione dei motori in mare, era lo stesso Giuseppe a provvedere a rimuovere e sostituire le fasce, le corde e le guarnizioni.
Quando si stazionava in porto, Giuseppe si occupava di manutenere lo scafo, comprese la sverniciatura con molatrice e la riverniciatura (a spruzzo o a rullo) degli interni, e di aiutare il motorista esperto in particolari operazioni meccaniche che comportavano anche la rimozione e la sostituzione delle suddette fasce, corde e guarnizioni. Usava mascherine protettive solo quando sverniciava e riverniciava lo scafo; non ha mai usato regolarmente una crema solare se non dopo il riscontro del tumore cutaneo, nonostante avesse da tempo l’abitudine di sottoporsi a visite dermatologiche regolari per controllare delle “macchie” sulla pelle.
Giuseppe non ha mai fumato e non ha mai assunto alcolici.
Per caso, seppure all’interno di uno specifico scenario opportunistico, l’attenzione al paziente e un’intervista epidemiologica strutturata (comprensiva di elementi di contesto quali il tempo trascorso nei singoli ambienti di lavoro, il continuo trasferirsi dall’uno all’altro, il carico biomeccanico, la fatica, la mancanza di tempi di riposo adeguati con carenza di sonno durante la navigazione) hanno fatto emergere esposizioni non note in precedenza, significative in rapporto non solo ai problemi osteoarticolari, ma anche a entrambi i tumori sofferti da Giuseppe: all’amianto e agli idrocarburi policiclici aromatici (IPA) da esausti di motori diesel in rapporto al carcinoma laringeo; alla componente ultravioletta della radiazione solare in rapporto al carcinoma cutaneo.
Per entrambe le patologie tumorali di Giuseppe è stato, quindi, redatto e inviato all’INAIL un primo certificato medico di malattia professionale: il carcinoma laringeo è stato contrassegnato dal codice ICD-10 C32 e dal codice INAIL I.6.03; il carcinoma cutaneo è stato contrassegnato dal codice ICD-10 C44 e dal codice INAIL I.6.16.
- A giugno 2025, INAIL DIMEILA ha consegnato al COR un file con i risultati delle analisi statistiche condotte secondo il metodo OCCAM sulle SDO del periodo 01.01.2017-31.12.2023…
Dall’analisi condotta con metodo OCCAM emergono, per più comparti, OR possibilmente meritevoli di indagine approfondita: se ne presentano di seguito, in estrema sintesi, cinque esempi.
Agricoltura. Per le leucemie complessivamente intese, si osservano, sulla base di 98 casi esposti (49 maschi, 49 femmine), OR superiori all’unità sia per l’insieme B+W sia per i soli B.
Per i tumori del polmone, sulla base di 159 casi esposti, si osservano OR superiori all’unità nei maschi, anche con significatività statistica quando si guardino i soli B.
Tanto per le leucemie quanto per i tumori polmonari, gli OR per l’assieme W+B sono superiori a quelli dei soli B, con un numero elevato di casi esposti W: ciò potrebbe derivare dal fatto che, nelle aziende agricole a conduzione familiare (molto presenti nella regione di riferimento), il titolare spesso svolge attività produttiva quanto, e talvolta più, dei dipendenti, pur venendo amministrativamente classificato come W. Ma, in assenza di dati anamnestici precisi, questa rimane niente più che una congettura.
Costruzioni navali. Si osservano OR superiori all’unità per i tumori della pleura e i tumori del polmone nei soli maschi. Il dato, pur tutt’altro che inatteso in rapporto alla nota diffusione storica dell’amianto in questo comparto, potrebbe meritare un approfondimento anamnestico al fine di verificare se una parte dei casi, soprattutto se di recente incidenza, possa essere causalmente ricondotta a esposizioni ad amianto non remote e/o ad altri agenti.
Edilizia. Si osservano OR superiori all’unità, con valori superiori all’unità dei limiti inferiori dell’intervallo di confidenza al 90%, per i linfomi non Hodgkin nelle femmine e per i tumori polmonari nei maschi; in entrambi i casi i valori per i soli B sono più alti di quelli dell’assieme W+B.
Per il dato dei linfomi non Hodgkin nelle femmine non si ravvisano ipotesi esplicative a priori.
Per il dato dei tumori polmonari nei maschi è ipotizzabile un ruolo causale di esposizioni tanto all’amianto quanto alle polveri di silice libera cristallina, ma non è possibile escludere anche altre ipotesi interpretative (pensando, per esempio, alla possibilità di speciali contributi del fumo di tabacco passivo e/o degli esausti di motori diesel di macchinari d’opera).
Lavaggio a secco. Per le leucemie nelle sole femmine, i linfomi non Hodgkin nelle sole femmine e i tumori del polmone nei soli maschi emergono (seppure sulla base di pochi casi) OR superiori all’unità.
Sia per le leucemie sia per i linfomi non Hodgkin è ipotizzabile a priori un ruolo eziologico di tricloroetilene (trielina), tetracloroetilene (percloroetilene), diclorometano (cloruro di metilene) e 1,1,1-tricloroetano nel lavaggio a secco e/o nella smacchiatura.
Per i tumori del polmone è ipotizzabile a priori un ruolo eziologico dell’amianto spesso presente in passato nelle coibentazioni di parti di impianti operanti a caldo; in linea di principio, dovrebbe trattarsi di esposizioni precedenti il 1992 (anno del bando italiano dell’amianto), ma non è possibile escludere che il rischio si sia protratto, in alcuni casi, anche per un certo tempo a seguire.
Pesca. Solo nei maschi, come era possibile attendersi, emergono OR superiori all’unità per i tumori non melanomatosi della pelle (riconducibili alla componente ultravioletta della radiazione solare), i tumori della pleura (riconducibili a esposizioni ad amianto da coibentazioni di motori navali), i tumori del polmone (riconducibili a esposizioni ad amianto da coibentazioni di motori navali e/o a IPA da esausti di motori diesel), i tumori della vescica (riconducibili a esposizione a IPA da esausti di motori diesel).
Anche in questo comparto, emerge un numero elevato di casi esposti tra i lavoratori W; ciò potrebbe trovare spiegazione nel fatto che nelle piccole imbarcazioni l’armatore, amministrativamente un W, è ordinariamente un pescatore egli stesso.
Una validazione/falsificazione di tutte queste ipotesi non potrà essere condotta altro che tramite lo strumento dell’intervista epidemiologica. Nello scenario aperto dal metodo OCCAM, si tratta, peraltro, di un numero di interviste elevato, potenzialmente non sostenibile dalle strutture sanitarie coinvolte: queste dovranno selezionare, tra tutti, i set di casi il cui approfondimento paia aprire le prospettive migliori per la prevenzione nonché, in casi specifici, la sorveglianza sanitaria mirata.
Conclusioni
Per loro natura, gli studi caso-controllo si basano sul confronto strutturato tra le storie di chi è stato esposto a qualcosa che si ipotizza rischioso e quelle di chi tale esposizione non l’ha avuta o l’ha avuta in misura inferiore per intensità e/o durata. Nella ricerca sui tumori professionali, altre tipologie di ricerca epidemiologica possono essere integrate con l’acquisizione sistematica di dati anamnestici individuali.
Possibili eventi sentinella occupazionali possono emergere dalle attività ambulatoriali ordinarie di medicina del lavoro, come da quelle ospedaliere e di assistenza sanitaria di base, sempre a condizione che il dato clinico si integri con pur sintetici elementi di anamnesi occupazionale; per esempio, sulla base di schede-filtro sintetiche mirate alle diverse classi di tumori di possibile interesse.
Le interviste epidemiologiche e, ancora più specificamente, le buone interviste epidemiologiche hanno, quindi, un peso rilevante nella ricerca sui tumori professionali; sono però impegnative.
Riteniamo, dunque, che, nelle organizzazioni che a qualunque titolo si occupano di tumori professionali, vada sviluppata la capacità di raccogliere un numero adeguato di buone anamnesi occupazionali, arricchite con buoni dati di corredo di volta in volta rilevanti (per esempio, riguardo a fumo di tabacco e consumo di alcolici), sempre contemperando le esigenze tecniche di qualità, precisione e standardizzazione delle informazioni raccolte a quelle relazionali di ascolto e sensibilità riguardo alla narrazione di chi risponde all’intervista: vale a dire, garantendo il rispetto dei pazienti (ovvero di chi risponde per loro), delle loro esigenze e dei loro diritti.
Riteniamo fondamentale che il paziente ovvero, nel caso il paziente sia deceduto, i suoi familiari ricevano sistematicamente una copia del questionario anamnestico anche nei casi in cui esso non sia il presupposto per un primo certificato medico di malattia professionale.
Va senz’altro evitato che uno stesso paziente (ovvero sostituto di paziente) venga intervistato più volte, con modalità e finalità diverse, da soggetti diversi che non si interfacciano l’uno con l’altro; ma va anche evitato che un paziente che meriterebbe un’intervista non abbia garantita la possibilità di riceverla.
Pensiamo che vada instaurata una vera e propria alleanza tra intervistatore e intervistato, fondata sul rispetto e sull’ascolto reciproci: perché, nella ricerca epidemiologica, alle componenti più strettamente scientifiche vengono a intrecciarsi aspetti che in qualche modo rimandano alla ricerca sociale e alla dimensione umana della relazione di cura: anche il raccogliere un’anamnesi fa parte della relazione di cura, del prendersi cura di qualcuno.
Gli intervistatori epidemiologici non sono necessariamente medici; possono essere incaricati di questa attività anche altri professionisti della salute e tra essi, in particolare, gli assistenti sanitari, per i quali l’acquisizione e lo sviluppo di competenze specifiche nella preparazione e conduzione del colloquio sono parti integranti del percorso formativo e del profilo professionale. Le raccolte anamnestiche possono essere affidate anche a operatori con formazione di base di ambito non sanitario, poi entrati in percorsi di preparazione specifica per questo tipo di attività. Vi sono, al riguardo, scenari diversi in ragione dei contesti in cui le interviste vengono svolte (programmi di ricerca, attività di sorveglianza sanitaria basate o meno su registri di esposizione, attività istituzionali dei servizi per la prevenzione e la sicurezza negli ambienti di lavoro) e anche delle realtà territoriali di riferimento. Si ritiene che una forte base comune nell’organizzazione della raccolta e del trattamento dei dati anamnestici così come nella formazione e nello stile degli intervistatori sia comunque necessaria.
Si pensa, allora, di poter estendere a tutti gli intervistatori epidemiologici la seguente parafrasi di un passaggio, nella sua forma originaria riferito ai medici, di un classico testo della medicina narrativa italiana pubblicato da Giorgio Bert diversi anni fa.5 Nelle righe che seguono, è stato sostituito il termine “medico” usato da Bert con “intervistatore” oppure “chi intervista”.
«Il fatto è che il paziente non è un apparecchio guasto da riparare e l’intervistatore non è solo un tecnico esperto. Intervistatore e paziente sono innanzi tutto due persone, e l’incontro tra persone in una situazione di coinvolgimento reciproco definisce una relazione; cosa che non avviene, come è ovvio, tra un tecnico e un elettrodomestico».
«Esplorare il mondo dell’altro richiede una serie di competenze che hanno a che fare non più solo con il “guasto della macchina”, ma con la relazione. E, poiché la relazione consiste, almeno tra esseri umani, in uno scambio di “narrazioni”, è opportuno che chi intervista apprenda a “leggere” le narrazioni dell’altro e a scoprire il mondo di significati, di simboli, di convinzioni, di miti che fanno del paziente (come di ogni persona) una entità unica e irripetibile».
Conflitti di interesse dichiarati: nessuno.
Bibliografia
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- Massacesi S. Approccio con il paziente e la famiglia nella conduzione dell’intervista per l’accertamento dell’eziologia dei tumori. In: Harari R, Comba P, Marsili D, Pirastu R (eds). Cooperazione scientifica tra Italia e Ecuador nel settore dell’epidemiologia ambientale: finalità, ambiti applicativi, approcci metodologici. Roma, Istituto Superiore di Sanità, 2006; pp. 109-16.
- Crosignani P, Massari S, Audisio R et al. The Italian surveillance system for occupational cancers: characteristics, initial results, and future prospects. Am J Ind Med 2006;49:791-98.
- Bai E, Aiani MR, Crosignani P. OCCAM: uno strumento per chi opera nei servizi di prevenzione e sicurezza degli ambienti di lavoro (SPSAL). Epidemiol Prev 2011:35(1):55-56.
- Bert G. Medicina narrativa. Storie e parole nella relazione di cura. Roma, Il Pensiero Scientifico Editore, 2007; pp. X-XI.