Il recognition gap nella violenza domestica contro le donne: misurazione, risposta istituzionale e prevenzione primaria
La violenza fisica e/o sessuale da partner intimo (intimate partner violence, IPV) contro le donne rappresenta una delle violazioni dei diritti umani più diffuse e persistenti, con conseguenze rilevanti sulla salute, sull’autonomia e sulla partecipazione sociale, politica e lavorativa delle donne, nonché con un impatto importante sull’economia dei Paesi.1 Un recente studio pubblicato su The Lancet Global Health2 ha quantificato, per un campione di 8 Paesi, il divario tra il numero di donne che subiscono IPV e quelle i cui bisogni vengono effettivamente intercettati dai sistemi pubblici, definendo questo divario recognition gap. Per l’Italia, i risultati forniscono una stima sistematica del disallineamento tra dimensione del fenomeno e capacità istituzionale di risposta.
In questo editoriale argomentiamo che il recognition gap debba essere interpretato come un indicatore di performance del sistema pubblico e che la sua utilità come strumento di monitoraggio della politica pubblica dipenda in modo diretto dalla qualità, dalla standardizzazione e dall’interoperabilità dei dati su cui si fonda. La sua analisi critica richiede di affrontare tre dimensioni tra loro connesse: cosa misurano le stime disponibili e con quali limiti, cosa ci dicono i dati sull’accesso effettivo ai servizi e perché un sistema informativo integrato è una condizione necessaria, non accessoria, per qualsiasi strategia di risposta.
Il recognition gap: criticità dei dati e implicazioni per il monitoraggio in Italia
Nella letteratura epidemiologica sull’IPV, due indicatori di prevalenza assolvono funzioni analitiche distinte e rispondono a quesiti di policy differenti: la prevalenza nel corso della vita (lifetime prevalence) e la prevalenza negli ultimi 12 mesi. La prima misura la quota di donne che hanno subito IPV almeno una volta nella vita, restituendo la dimensione cumulativa e strutturale del fenomeno. È l’indicatore più adatto a orientare strategie di prevenzione di lungo periodo, riforma dei sistemi educativi, interventi sulle norme di genere, programmi di socializzazione, perché riflette il radicamento storico della violenza nella popolazione. La prevalenza negli ultimi 12 mesi misura, invece, quante donne hanno subito IPV nell’anno precedente, offrendo una stima della violenza attiva in un determinato periodo. Rappresenta l’indicatore più appropriato per valutare la capacità di risposta del sistema in un dato momento. È su questa misura che il recognition gap si manifesta con maggiore evidenza: il confronto tra la prevalenza negli ultimi 12 mesi e i dati amministrativi nello stesso periodo su accessi ai servizi sanitari, denunce alle forze dell’ordine e contatti con i centri antiviolenza quantifica direttamente quante donne vittime di violenza il sistema non riesce a identificare e raggiungere con una risposta adeguata.
Il recognition gap è definito come la differenza tra il bisogno stimato di servizi e i casi effettivamente registrati dai sistemi pubblici o a essi coordinati. Operativamente, si costruisce mettendo a confronto due grandezze: il denominatore, che rappresenta la popolazione di donne che hanno subito IPV negli ultimi 12 mesi, e il numeratore, che quantifica i casi intercettati dai servizi nello stesso periodo.
In quanto indicatore, esso traduce in termini operativi una domanda di policy concreta: quante donne, tra quelle che hanno subito violenza da partner intimo negli ultimi 12 mesi, non vengono raggiunte dal sistema di risposta? Rispondere in modo rigoroso a questa domanda richiede che entrambi i termini del confronto, il denominatore (la popolazione di donne che hanno subito IPV negli ultimi 12 mesi) e il numeratore (i casi registrati dai servizi), siano definiti e misurati in modo coerente e comparabile nel tempo. Il denominatore è stimato utilizzando la prevalenza di IPV fisica e/o sessuale negli ultimi 12 mesi tra le donne di età pari o superiore a 15 anni, adottata come proxy del bisogno attuale. Nell’analisi principale, questa stima deriva dal Global Burden of Disease (GBD) 2021, che consente confronti internazionali e aggiornamenti temporali. Applicata alla popolazione femminile residente dai 15 anni in poi (circa 26,9 milioni), la prevalenza del 5,4%3 corrisponde a oltre 1,4 milioni di donne che, in Italia, potrebbero aver avuto bisogno di servizi negli ultimi 12 mesi. Questa misura, tuttavia, include esclusivamente la violenza fisica e/o sessuale e non cattura altre forme di violenza – psicologica, economica o perpetrata da non partner –, configurandosi, quindi, come una stima conservativa del bisogno reale. Ulteriori criticità riguardano la variabilità delle stime disponibili. Per l’Italia, il WHO Global Health Observatory riporta valori inferiori (circa 2% per le donne ≥15 anni e 4% per la fascia 15-49 anni),4 mentre le ultime indagini Istat disponibili indicano una prevalenza del 2% per le donne tra 16 e 70 anni5. Queste variazioni segnalano la necessità di un rafforzamento dei sistemi di sorveglianza primaria, che siano standardizzati, aggiornati con cadenza regolare e specificamente disegnati per produrre stime di prevalenza comparabili nel tempo. In questo contesto, le analisi di sensibilità2 confermano che, pur variando il denominatore, l’ampiezza del recognition gap rimane elevata, indicando un disallineamento strutturale tra bisogno e risposta.
Il numeratore è costruito a partire dai dati amministrativi che registrano il ricorso ai servizi da parte delle donne che hanno subito violenza, includendo principalmente le denunce alle forze dell’ordine, gli accessi ai centri antiviolenza e le segnalazioni nel sistema sanitario. Questi dati rappresentano il volume di contatti con i servizi e sono utilizzati come proxy della capacità istituzionale di riconoscere e intercettare il bisogno.
Tuttavia, anche il numeratore presenta limiti metodologici rilevanti. I dati sono prodotti da sistemi informativi distinti – sanitario, giudiziario e sociale –, con logiche di raccolta eterogenee e senza un’integrazione sistematica. In assenza di identificatori univoci e di interoperabilità tra i flussi informativi, non è possibile escludere duplicazioni né ricostruire i percorsi individuali attraverso i servizi. Nessun dato riportato nello studio2 per l’Italia è verificato in modo incrociato tra fonti: non è, quindi, possibile stabilire se la stessa donna sia conteggiata in più settori né tracciare il suo percorso attraverso i servizi.
Accesso ai servizi: cosa emerge e cosa rimane invisibile
I dati del recognition gap disponibili per l’Italia2 disegnano un quadro di risposta istituzionale limitata: le denunce alle forze dell’ordine corrispondono al 3,2% della prevalenza stimata di violenza fisica o sessuale, i centri antiviolenza raggiungono il 4,2% e le segnalazioni attraverso il sistema sanitario si attestano all’1,0%.
Questi numeri vanno letti alla luce di percorsi di accesso ai servizi spesso eterogenei e frammentati. Secondo i dati Istat,6,7 prima di raggiungere un centro antiviolenza (CAV) circa il 43,5% delle donne si rivolge ai familiari e il 32% alle forze dell’ordine. Anche il numero verde nazionale svolge un ruolo rilevante di orientamento: nel 2022, il 73,5% delle donne che vi si erano rivolte è stato indirizzato a un servizio territoriale, prevalentemente un CAV (94,4%). Un dato di particolare rilievo riguarda il settore sanitario: il 28,4% delle donne che accedono ai CAV vi giunge su referral di ospedali o pronto soccorso.
Nel loro insieme, questi dati suggeriscono che la riduzione del recognition gap è possibile attraverso una più precisa quantificazione del fabbisogno e parimenti a un rafforzamento strutturale della rete di presa in carico e della sua capacità di lettura del fenomeno. In questa prospettiva, l’espansione della rete dei servizi e il rafforzamento di sistemi informativi interoperabili dovrebbero essere considerati obiettivi complementari, necessari per ricostruire i percorsi individuali delle vittime, ridurre le discontinuità assistenziali e orientare la programmazione degli interventi sulla base dei bisogni effettivamente espressi.
Dati integrati come condizione necessaria per la governance
Affinché il recognition gap possa svolgere una funzione di monitoraggio sistematico, sono necessarie alcune condizioni operative chiave. In primo luogo, è importante continuare a rafforzare e armonizzare gli strumenti di rilevazione della prevalenza: pur fondandosi su definizioni operative in linea con gli standard internazionali, le indagini potrebbero beneficiare di un ulteriore allineamento rispetto ad alcuni indicatori chiave e di una maggiore comparabilità nel tempo, sostenuta da una frequenza di aggiornamento adeguata ai cicli della programmazione. In secondo luogo, è fondamentale promuovere l’interoperabilità dei dati amministrativi: i flussi informativi provenienti da ambiti diversi (sanitario, giudiziario e sociale) dovrebbero essere progressivamente integrati per consentire una lettura più completa dei percorsi individuali, individuare eventuali discontinuità nella presa in carico e valutarne gli esiti. In terzo luogo, risulta cruciale consolidare la governance istituzionale del dato, attraverso un mandato chiaro e un coordinamento effettivo tra i diversi attori coinvolti, accompagnati da risorse dedicate e continuità nel tempo. In un contesto in cui la governance è necessariamente distribuita, il rafforzamento del coordinamento operativo diventa essenziale per garantire che standardizzazione e interoperabilità possano tradursi in pratiche sistematiche e sostenibili. In assenza di tali condizioni, la produzione di dati primari di qualità e la loro integrazione intersettoriale rischiano di rimanere parziali, limitando il potenziale informativo a supporto delle politiche.
In Italia, la Legge 53/2022 rappresenta un passaggio rilevante in questa direzione, delineando un quadro normativo per lo sviluppo di un sistema statistico integrato sulla violenza di genere,8 la cui attuazione è attualmente in corso e ha già prodotto avanzamenti. Tuttavia, alcune componenti chiave, come l’integrazione e l’interoperabilità tra flussi informativi, risultano ancora in fase di consolidamento. Di conseguenza, i dati disponibili non sempre consentono una ricostruzione pienamente integrata dei percorsi individuali, limitando la possibilità di identificare con precisione eventuali discontinuità nella presa in carico e di monitorare in modo sistematico l’accesso ai servizi, con implicazioni potenzialmente rilevanti soprattutto per i gruppi più vulnerabili. In questo contesto, il completamento e il rafforzamento dell’attuazione della Legge 53/2022, anche attraverso un adeguato sostegno in termini di risorse e coordinamento, rappresentano una leva strategica per sviluppare un sistema di monitoraggio più integrato, continuo e orientato all’evidenza.
Oltre la misurazione: la prevenzione come orizzonte necessario
L’analisi del recognition gap, per quanto rafforzata da stime più affidabili e da un sistema informativo integrato, rimane per definizione retrospettiva: misura la capacità del sistema di rispondere alla violenza già avvenuta. Questo orizzonte è necessario, ma non esaustivo. Un approccio di sanità pubblica richiede di affiancare alla risposta istituzionale una strategia di prevenzione primaria che agisca sui determinanti strutturali della violenza, norme culturali, disuguaglianze di potere, isolamento sociale, dipendenza economica, con l’obiettivo di ridurne l’incidenza.
La ragione per cui questo orizzonte deve essere considerato, anche in un’analisi centrata sulla misurazione, è che il recognition gap non può essere interpretato come l’unico parametro rilevante di policy. Ridurre il gap, aumentare cioè la quota di donne che accedono ai servizi, è necessario, ma non è sufficiente se il volume assoluto di violenza rimane invariato. Una strategia nazionale che investa solo nell’intercettazione e nella risposta, senza affrontare i determinanti dell’incidenza, accetta implicitamente che il bisogno rimanga strutturalmente elevato. Programmi educativi sulla parità di genere, campagne di cambiamento delle norme sociali, politiche di empowerment culturale, sociale ed economico e formazione del personale dei servizi pubblici per l’identificazione precoce della violenza rappresentano componenti complementari a una risposta istituzionale rafforzata. Sviluppare indicatori di processo e di esito per queste componenti è un’ulteriore frontiera metodologica che la ricerca e la programmazione devono affrontare in modo sistematico.
Conclusioni
Le evidenze disponibili indicano che il recognition gap dell’IPV in Italia è ampio e riflette una capacità strutturalmente insufficiente del sistema pubblico di identificare e rispondere ai bisogni delle donne che subiscono violenza. Da questa analisi derivano tre implicazioni prioritarie.
In primo luogo, è fondamentale continuare a investire nella qualità e nella standardizzazione dei dati primari. La disponibilità di stime di prevalenza aggiornate, fondate su metodologie consolidate e comparabili, rappresenta una condizione essenziale per monitorare nel tempo il recognition gap e utilizzarlo come strumento di valutazione delle politiche. In questo senso, il percorso già avviato con la Legge 53/2022 e lo sviluppo di un sistema statistico integrato costituisce un’opportunità rilevante, la cui piena implementazione e l’adeguato finanziamento potranno rafforzare ulteriormente l’impatto operativo.
In secondo luogo, il rafforzamento della capacità di intercettazione e risposta richiede percorsi intersettoriali attivamente coordinati, riduzione delle disparità territoriali, piena valorizzazione del potenziale del settore sanitario come punto di primo accesso e superamento di un modello dipendente da soggetti non statali con finanziamento instabile.
In terzo luogo, la misurazione del recognition gap deve essere affiancata da una strategia di prevenzione primaria con obiettivi misurabili e risorse dedicate. Il recognition gap misura la capacità del sistema di rispondere alla violenza già avvenuta; la prevenzione primaria agisce per ridurre il numero di donne che in futuro necessiteranno di tale risposta. Solo una strategia che agisca su entrambi i piani può produrre una riduzione duratura dell’IPV e del suo impatto sulla vita delle donne.
Conflitti di interesse dichiarati: nessuno.
Bibliografia e note
- The Lancet Public Health. Violence against women: tackling the other pandemic. Lancet Public Health 2022;7(1):e1. doi: 10.1016/S2468-2667(21)00282-6
- Blofield M, Danforth K, Mathews S et al. Gaps in government recognition of the service needs of women who experience intimate partner violence: a comparative case study analysis of policies and implementation across eight countries. Lancet Glob Health 2026;14(3):e466-74. doi: 10.1016/S2214-109X(25)00487-5
- Institute for Health Metrics and Evaluation. Global Burden of Disease Study 2021 (GBD 2021) Sources. Disponibile all’indirizzo: https://ghdx.healthdata.org/gbd-2021/sources (ultimo accesso: marzo 2026).
- World Health Organization. Global Database on the Prevalence of Violence Against Women. 2021. Disponibile all’indirizzo: https://vaw-data.srhr.org/ (ultimo accesso: marzo 2026).
- Istat 2014. Tavola 2. Donne dai 16 ai 70 anni che hanno subìto violenza fisica o sessuale da un uomo per tipo di autore, periodo in cui si è verificato l’episodio e tipo di violenza subita. Anno 2006 e 2014 (per 100 donne con le stesse caratteristiche).
- Istat, Presidenza del Consiglio dei Ministri, Dipartimento per le Pari Opportunità. I Centri Antiviolenza e le donne che hanno avviato il percorso di uscita dalla violenza. Anno 2022. 24 Novembre 2023. Disponibile all’indirizzo: https://www.istat.it/wp-content/uploads/2023/11/reportCAV.pdf
- Istat. Protezione per le donne vittime di violenza - Anni 2021 e 2022. Disponibile all’indirizzo: https://www.istat.it/comunicato-stampa/il-sistema-di-protezione-per-le-donne-vittime-di-violenza-anni-2021-e-2022/
- Ministero della Giustizia. Legge n. 53 del 05.05.2022. Disposizioni in materia di statistiche in tema di violenza di genere. Disponibile all’indirizzo: https://www.normattiva.it/uri-res/N2Ls?urn:nir:stato:legge:2022;53
E&P segnala
Donata Columbro
Perché contare i femminicidi in Italia è un atto politico
Milano, Feltrinelli 2025; 208 pagine; 17,10 euro
Contare i femminicidi non è un esercizio di precisione statistica, ma un atto politico. In Italia, non esiste un registro ufficiale dei femminicidi, e il modo in cui vengono classificati gli omicidi di donne rispecchia un sistema che spesso minimizza la violenza di genere. Chi decide cosa contare? E soprattutto, chi ha il potere di negare la rilevanza dei numeri?