La violenza contro le donne, fenomeno sottostimato
La violenza contro le donne rappresenta un problema di salute pubblica per la sua elevata prevalenza, per l’impatto sulla salute fisica, mentale, sessuale e riproduttiva delle vittime, per le conseguenze intergenerazionali sui figli e per gli ingenti costi sociali ed economici che produce. L’Organizzazione Mondiale della Sanità1 la riconosce come una delle principali minacce alla salute e al benessere delle donne nel mondo e una priorità per le politiche di prevenzione e promozione della salute.
Tuttavia, la violenza contro le donne continua a rimanere sottostimata, con una discrepanza tra la prevalenza reale e casi riconosciuti. La sottostima è in grande parte imputabile alla carenza di dati sul fenomeno e alla non interoperabilità dei diversi sistemi informativi; tuttavia, vi sono anche altri fattori, a livello sia individuale sia istituzionale, che concorrono a non identificare e/o riconoscere una quota rilevante di episodi di violenza. Intervenire su questi fattori è compito del welfare, incluse le istituzioni educative, soprattutto in un’ottica preventiva.
Un fattore è quello della normalizzazione della violenza. I dati forniti dall’indagine annuale Istat sui centri antiviolenza (CAV)2 forniscono un profilo delle vittime che si rivolgono ai centri dopo un lungo periodo di abusi e minacce, che in circa l’80% dei casi di violenza avvengono da parte dei partner attuali o precedenti. Nella maggioranza dei casi, le diverse forme di violenza si sommano tra loro: solo il 15,7% delle donne ha subìto un solo tipo di violenza, il 24,8% ne ha subiti due, il 26,9% tre, mentre è pari al 32,6% la quota di donne che hanno subìto più di quattro tipi di violenza. Le donne che subiscono più forme di violenza dallo stesso autore e che si rivolgono a un CAV risultano essere, quindi, la porzione maggiore.
La violenza psicologica viene subita da quasi 9 donne su 10 che si rivolgono a un CAV. Questa, pur essendo la forma di violenza più diffusa nei contesti di relazione intima, è quella che viene meno riconosciuta, per motivi prevalentemente culturali e sociali. Viene generalmente riconosciuta quando è agita in concomitanza a un’altra forma di violenza, più visibile e più tangibile.
La violenza, sia psicologica sia economica sia fisica, è subita da molte donne, ma una quota consistente delle vittime non entra mai in contatto con i servizi deputati alla protezione, alla presa in carico o al supporto. In questo contesto, il concetto di recognition gap assume particolare rilevanza, poiché consente di misurare la distanza tra la dimensione reale del fenomeno, stimata attraverso le indagini di prevalenza, e la quota di casi intercettati dai sistemi istituzionali.
I dati disponibili per l’Italia mettono in luce un divario particolarmente ampio, suggerendo che la maggior parte delle esperienze di violenza rimane invisibile ai sistemi di protezione e assistenza, confermando quanto osservato in numerosi studi internazionali sul fenomeno della sottorilevazione (underreporting) e delle barriere all’accesso ai servizi.
Tuttavia, il recognition gap non dovrebbe essere interpretato esclusivamente come una misura della capacità di intercettazione dei servizi. Esso rappresenta anche un indicatore della complessità dei percorsi di aiuto che le donne intraprendono. I dati dell’indagine annuale Istat mostrano che l’accesso ai servizi avviene frequentemente attraverso percorsi non lineari, caratterizzati dal coinvolgimento di reti informali, servizi territoriali, forze dell’ordine e strutture sanitarie.
Questa lettura suggerisce che la riduzione del recognition gap non possa essere perseguita esclusivamente attraverso l’espansione quantitativa dei servizi. Sebbene l’incremento dell’offerta sia certamente necessario, la capacità di risposta dipende anche dalla qualità delle connessioni tra i diversi nodi della rete assistenziale. In altre parole, il recognition gap appare non soltanto come un problema di accessibilità, ma anche come una questione di integrazione istituzionale e di continuità della presa in carico.
Da questa prospettiva, emerge il ruolo centrale dei sistemi informativi. Attualmente, la frammentazione dei flussi informativi limita la possibilità di ricostruire i percorsi individuali delle vittime attraverso i diversi settori coinvolti. Attualmente, diventa difficile valutare in quale punto del percorso si verifichino le principali perdite di contatto con i servizi, quali siano i fattori associati all’abbandono dei percorsi di supporto e quali gruppi di popolazione risultino maggiormente esclusi.
In questo senso, il recognition gap può essere interpretato come un indicatore sentinella della maturità dei sistemi informativi e della capacità di governance delle politiche contro la violenza di genere. La sua misurazione richiede, infatti, due condizioni fondamentali: stime affidabili della prevalenza e sistemi informativi in grado di produrre dati comparabili, standardizzati e interoperabili. La sola disponibilità di dati primari di qualità non è sufficiente se tali informazioni non possono essere integrate e utilizzate per finalità di programmazione e valutazione.
Dal punto di vista delle politiche pubbliche, il recognition gap offre, dunque, un’opportunità innovativa. Oltre a quantificare la quota di violenza che rimane invisibile, esso consente di monitorare l’efficacia complessiva della rete di risposta e di identificare le aree in cui sono necessari investimenti organizzativi e informativi, ma anche orientare le politiche educative. La sua applicazione sistematica potrebbe contribuire a spostare l’attenzione dalla sola misurazione degli accessi ai servizi alla valutazione della capacità del sistema di riconoscere, intercettare e accompagnare le donne lungo percorsi di protezione appropriati.
Quali potrebbero essere interventi fattibili per misurare e ridurre il recognition gap?
La problematica è complessa, dunque, è necessaria un’azione sinergica a più livelli: emersione del fenomeno, intercettazione da parte dei servizi e integrazione dei dati.
Le azioni più efficaci non sono, quindi, soltanto quelle che aumentano il numero di servizi dedicati alle vittime di violenza, ma quelle che migliorano la capacità del sistema di identificarle precocemente e accompagnarle lungo percorsi di presa in carico continui.
Se i pronto soccorso sono sovente il principale punto di accesso al percorso di fuoriuscita dalla violenza fisica, immaginiamo un rafforzamento di protocolli standardizzati di screening nei pronto soccorso, ma anche nei consultori, nei servizi per la salute mentale e negli studi dei medici di medicina generale; al tempo stesso, per altri tipi di violenza, sappiamo che le donne si rivolgono a servizi non specifici, per cui è fondamentale formare operatori che sappiano riconoscerne le caratteristiche e orientare le donne verso i CAV. Questi ultimi, poi, dovrebbero essere potenziati con servizi di mediazione linguistica e culturale e ampliare l’offerta con servizi di accoglienza e ascolto online, pur garantendo la sicurezza.
Tuttavia, l’intervento più consistente dovrebbe riguardare l’interoperabilità dei sistemi informativi, proprio perché una quota rilevante del recognition gap deriva dall’incapacità di ricostruire i percorsi delle vittime tra i diversi servizi; sarebbe pertanto auspicabile l’integrazione di flussi sanitari, sociali e dei CAV mediante l’utilizzo di identificativi anonimi che consentano di monitorare i percorsi e di valutare la performance dei servizi non solo in base ai volumi di attività, ma anche alla capacità di intercettare il bisogno.
In conclusione, il recognition gap rappresenta non solo una misura della distanza tra prevalenza e casi osservati, ma un vero e proprio indicatore di governance. La sua adozione nei sistemi di monitoraggio potrebbe favorire una maggiore integrazione tra ricerca epidemiologica, sistemi informativi e programmazione delle politiche pubbliche. Ridurre il recognition gap significa, infatti, non soltanto aumentare il numero di donne che accedono ai servizi, ma costruire un sistema capace di riconoscere precocemente la violenza, garantire continuità assistenziale e produrre conoscenze utili per orientare decisioni basate sull’evidenza.
Conflitti di interesse dichiarati: nessuno.
Bibliografia
- World Health Organization. Global Status Report on Violence Prevention 2014. Ginevra, WHO, 2014. Disponibile all’indirizzo: https://www.who.int/publications/i/item/9789241564793
- Istat. Comunicato stampa 10.03.2026. I Centri antiviolenza e le donne che hanno avviato il percorso di uscita dalla violenza – Anno 2024. Disponibile all’indirizzo: https://www.istat.it/comunicato-stampa/i-centri-antiviolenza-e-le-donne-che-hanno-avviato-il-percorso-di-uscita-dalla-violenza-anno-2024/
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