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22/05/2026

Quale somma di spesa sanitaria sarebbe appropriata?

Se in un’indagine sulla spesa annua delle famiglie riscontrassimo, semplificando, i dati della seguente tabella, che ragionamento faremmo sui loro comportamenti rispetto ai tre settori di spesa?

In tutti e tre i settori i più benestanti spendono di più dei meno benestanti, ma i diversi settori ci dicono cose diverse. Per l'alimentazione vi è rigidità di spesa, cioè le differenze sono limitate e quindi chi ha meno reddito ne spende una percentuale maggiore; possiamo ritenere che sia un settore dove conta molto l'essenzialità del bisogno. Per l'abitazione invece tutti consumano la stessa percentuale del reddito e quindi significa che hanno scelto abitazioni proporzionali alle loro possibilità di reddito. Per i divertimenti invece chi ha maggiori possibilità spende una percentuale di reddito maggiore di chi ne ha di meno.

L'esempio, forse troppo didascalico, introduce la domanda contenuta nel titolo: come si comportano i Paesi europei riguardo alla spesa sanitaria complessiva rispetto alle loro disponibilità, cioè rispetto al loro prodotto interno lordo?

Questi sono i dati  dei PIL pro capite dei Paesi europei corretti per i prezzi e le percentuali delle spese sanitarie globali, sia pubbliche sia private, sui PIL.

Come si comportano rispetto alle loro spese sanitarie? Spenderanno più o meno le stesse percentuali del PIL (cioè la sanità come bene essenziale), ovvero spenderanno per la sanità proporzionalmente al loro PIL (cioè sanità a livello delle loro possibilità anche considerando che i costi di produzione saranno proporzionali?). Ovvero i più ricchi spenderanno per la sanità decisamente di più dei meno benestanti (e allora la spesa sanitaria comprenderà anche una quota di consumi che forse potrebbero anche essere voluttuari?).


Questa è la situazione rappresentata nel grafico tra PIL (GDP in inglese) e percentuali del PIL delle spese sanitarie con la relativa linea di regressione. Nella prima figura , il PIL nei suoi valori grezzi e, nella figura sotto, il PIL PPP corretto per l'indice dei prezzi (Purchasing Power Parity o PPA in italiano, Parità di Potere d'Acquisto). Le linee azzurre tratteggiate rappresentano zone di ugual valore delle spese sanitarie in termini assoluti. Per l'Italia l' 8,4% del PIL pari a 34.398 pro capite e a 53.115 USD pro capite del PIL PPP.

Ho chiesto il perché a dei colleghi e ai lettori del blog

Ho chiesto a dei colleghi e ai lettori del blog perché secondo loro gli Stati europei spendono cifre così diverse per la sanità e come giudicano la posizione dell'Italia. Ringrazio tutti coloro che hanno voluto mandarmi un loro commento che qui trascrivo.

Vittorio Mapelli

Lo studio della relazione tra spesa sanitaria e Pil nei diversi Paesi (in pro-capite o in %) è un classico dell’economia sanitaria, fin dagli anni ’70, che ha ricevuto risposte contrastanti da parte di vari studiosi, che hanno impiegato serie di dati diverse (cross section, longitudinali) e diverse tecniche statistiche (regressione lineare semplice, multivariata, logistica). In letteratura si trova, in genere, una stretta correlazione tra spesa sanitaria pro-capite e Pil pro-capite (R2≈0,6-0,8), a cui l’aggiunta di altre variabili di domanda (età della popolazione, scolarità, ecc.) e di offerta (n. di medici, posti-letto, ecc.) porta l’R2 intorno a 0,9. La relazione ci dice che, (i) in un dato Paese, al migliorare del benessere, aumentano i consumi sanitari e anche che (ii) Paesi con più alti livelli di reddito spendono di più per la sanità, rispetto a Paesi meno ricchi. A prescindere dai risultati di salute (outcomes). Il che è abbastanza intuitivo e realistico, ma anche preoccupante.

Diverso è il discorso rispetto all’incidenza percentuale della spesa sul Pil. Se questa relazione fosse statisticamente solida – ma Cesare mi conferma che l’R2 dei suoi grafici è =0,38, come risultava anche a me da altri studi –, significherebbe che al crescere del Pil, aumenterebbe anche la sua incidenza e quindi che la spesa cresce più velocemente del Pil. In termini tecnici, l’elasticità della spesa sanitaria sarebbe >1. 

Se, ad esempio, il Pil dell’Italia passasse da 53.115 nel 2024 (v. grafico) a 53.646 euro nel 2025 (+1%) e la spesa sanitaria da 4.462 a 4.618 euro (+3,5%), l’elasticità della spesa risulterebbe 3,5 (3,5%/1,0%) e la sua incidenza aumenterebbe dall’8,4 all’8,6% del Pil.    

Questa relazione può valere per un dato Paese nel tempo, ma non tiene nei raffronti internazionali. Regno Unito, Francia e Italia hanno all’incirca lo stesso Pil in ppp (in parità di potere d’acquisto; ho contestato all’Ocse la cifra dell’Italia), ma presentano un’incidenza della spesa sanitaria assai diversa: rispettivamente 11,1%, 11,5% e 8,4%. Questo perché intervengono fattori specifici (es. l’organizzazione del sistema sanitario) e politiche diverse in ogni Paese (v. ad esempio in Italia la politica di controllo della spesa e la conseguente polemica sui “tagli” alla sanità delle opposizioni). Per gli economisti, un’elasticità >1 connoterebbe la spesa sanitaria come un “bene di lusso” (la spesa per “divertimenti” di Cesare), ma non c’è unanimità sui risultati tra gli studiosi. Nel caso dell’Italia, il Paese si starebbe comportando come se i beni sanitari fossero “beni normali” o “essenziali” con elasticità ≤1. Il suo livello di sviluppo la colloca nel gruppo dei Paesi “medi” (con Spagna e Slovenia), appena in testa a quello dei Paesi “inferiori” (Polonia, Estonia, Cechia). Ma che dire degli Stati Uniti, dove nel 2024 l’incidenza della spesa sanitaria sul Pil ha raggiunto il 18,0%?

Fabrizio Tediosi

L’articolo pone una domanda fondamentale: perché Paesi europei con livelli di ricchezza simili spendono quote così diverse del proprio PIL per la sanità? E perché l’Italia continua a investire meno rispetto ai principali Paesi dell’Europa occidentale? La risposta non dipende soltanto dall’andamento dell’economia. È vero che il PIL influenza la spesa sanitaria, ma non in modo automatico: ogni Paese decide quanto destinare alla salute in base alle proprie priorità politiche, al modello di welfare e alla cultura istituzionale. Le differenze tra i sistemi sanitari europei riflettono quindi non solo risorse economiche diverse, ma anche scelte politiche e sociali precise.

In questo contesto, il SSN ha seguito per molti anni una strategia molto orientata al controllo della spesa. Attraverso strumenti come tetti di spesa, limiti alle assunzioni, programmazione centralizzata e valutazioni rigorose sull’introduzione di nuove tecnologie, l’Italia è riuscita a contenere la crescita dei costi sanitari più di molti altri Paesi europei. Questo approccio ha permesso di mantenere un sistema universalistico con una spesa relativamente bassa, ma ha avuto anche conseguenze nel lungo periodo. Il sotto investimento in personale, strutture e innovazione ha infatti contribuito ad aggravare problemi ormai evidenti: liste d’attesa più lunghe, carenza di medici e infermieri, difficoltà nei servizi territoriali e forti differenze tra le regioni. La spesa sanitaria, in fondo, è sempre una scelta politica. Per capire il caso italiano bisogna considerare almeno tre elementi interrelati.

Primo: i vincoli macroeconomici. La crescita debole dell’economia italiana e l’alto debito pubblico hanno ridotto negli anni i margini di spesa dello Stato, soprattutto in un Paese dove una parte molto ampia delle risorse sociali è destinata alle pensioni.

Secondo: le priorità della politica economica. Per lungo tempo la sanità è stata considerata soprattutto un costo da contenere nel breve periodo, più che un investimento strategico in capitale umano, per la crescita, la produttività e la coesione sociale.

Terzo: il ruolo della spesa privata. Anche l’aumento della spesa sanitaria sostenuta direttamente dalle famiglie è rimasto relativamente limitato, sia per le difficoltà economiche di molte persone, sia perché fondi integrativi e assicurazioni sanitarie hanno ancora un ruolo relativamente limitato, anche se in crescita in alcune aree del Paese.

In sintesi, il fatto che l’Italia spenda meno in sanità pubblica rispetto ad altri grandi Paesi europei è il risultato di anni di vincoli di bilancio, priorità politiche orientate al contenimento della spesa e di una cultura istituzionale che ha privilegiato la sostenibilità finanziaria immediata rispetto al rafforzamento dell’offerta pubblica.

Oggi però il contesto è cambiato. L’invecchiamento della popolazione, le nuove fragilità sociali e le tensioni economiche rendono sempre più difficile pensare che il SSN possa reggere soltanto comprimendo i costi. La vera sfida è mantenere il sistema accessibile e capace di rispondere ai bisogni dei cittadini nel lungo periodo. Perché il rischio di un sottofinanziamento cronico non riguarda soltanto la salute: quando l’accesso alle cure diventa più diseguale, si indeboliscono anche la fiducia nelle istituzioni e il principio di solidarietà su cui si basa il SSN.

Giuseppe Zuccatelli 

1) Fatto 100 il sistema della domanda noi siamo in grado di garantire, con il SSN, composto, come e’ noto da due erogatori, uno pubblico, prevalente, ed uno privato contrattualizzato, solo il 50% con il nostro sistema di offerta;

2) Il SSN italiano pubblico, universalistico e solidaristico deve consolidarsi, non solo con maggiori finanziamenti indispensabili ma anche con provvedimenti che stimolino la formazione delle varie specializzazioni mediche e delle professioni sanitarie;

3) Oramai in pochi colleghi scelgono le discipline chirurgiche e soprattutto dedicate alla emergenza;

4) Gli infermieri, sono sempre meno, dobbiamo formare gli OSSS, senza i quali tra poco non saremo in grado di garantire l’assistenza ai cittadini italiani. Dobbiamo aumentare le retribuzioni e rendere gratificanti queste professioni anche da un punto di vista economico. Io molto spesso rappresento la realtà dei primi anni ‘70. In Italia, allora, un assistente medico con un mese di stipendio poteva acquistare una FIAT 500.

Ennio Cadum

Forse non è un caso che i Paesi in fondo alla classifica per % di spesa sanitaria rispetto al PIL, cioè Estonia Lettonia Lituania Polonia Ungheria Repubblica Ceca e Italia abbiano governi di destra, in cui l’impostazione politica preponderante è quella di considerare la spesa sanitaria non un bene essenziale da mantenere a costo di ridurre altre spese ma un costo riducibile (e quindi non essenziale) in presenza di altre voci considerate maggiormente prioritarie rispetto alla spesa sanitaria.

L’Italia in particolare è in una situazione unica in cui un PIL pro capite medio alto si accompagna ad una % di spesa sanitaria bassa.

Le decisioni non vengono prese dalla popolazione ma dal governo che è stato eletto, che segue le sue idee politiche e risponde a gruppi di pressione economica diversi in ogni Paese.

Giuseppe Traversa

Quando si osservano differenze fra Paesi nella spesa sanitaria in rapporto al PIL, è molto complicato capire quanto pesi la quantità di risorse del Paese rispetto al bisogno di salute, all’essenzialità (appropriatezza?) dei consumi e all’(in)efficienza nella gestione. Al di là della conoscenza sugli esiti di salute più direttamente dipendenti dagli interventi sanitari, sarebbero necessarie informazioni sullo spettro di prestazioni e servizi disponibili ai cittadini, sui prezzi praticati nei diversi Paesi e sulle quantità effettivamente consumate. Sfortunatamente, abbiamo informazioni solo molto parziali su queste componenti.

Consideriamo il caso della spesa farmaceutica. Sappiamo, attraverso indagini compiute regolarmente da IQVIA per EFPIA (European federation of pharmaceutical industries and associations), quanti farmaci autorizzati a livello europeo sono effettivamente commercializzati in ciascun Paese e, fra questi, la proporzione coperta dai servizi sanitari o assicurativi. L’Italia si colloca al secondo posto dopo, subito dopo la Germania, e vicino all’Italia ci sono Paesi a reddito più elevato come l’Austria. Paesi europei a più basso reddito sono caratterizzati da una minore disponibilità di nuovi farmaci: ad esempio, a fronte degli 143 principi attivi autorizzati in Europa nel periodo 2020-2023 che sono disponibili in Italia, ce ne sono 28 in Lituania, 31 in Lettonia e 33 in Romania. Ci sono quindi limiti evidenti di accesso nei Paesi a reddito minore.

Disponiamo però solo di informazioni grossolane sui prezzi di ciascun farmaco nei diversi Paesi - per quasi tutti i farmaci coperti da brevetto sono presenti sconti riservati che ostacolano i confronti - e sulle quantità consumate. Non sappiamo quindi, per i Paesi con reddito più elevato, se le differenze di spesa farmaceutica dipendano dalle capacità negoziali dei prezzi da parte dei sistemi sanitari/assicurativi o dai livelli di consumo, né sappiamo quanto pesi, su questi ultimi, l’(in)appropriatezza. Le difficoltà di interpretazione non possono che aumentare quando si estenda il campo di osservazione ad altri ambiti essenziali della sanità, quali l’assistenza odontoiatrica e l’assistenza agli anziani non auto-sufficienti, solo per fare due esempi.

Ranieri Guerra

Aggiungerei un tassello che mi sembra decisivo: la rinuncia alle cure. ISTAT 2024 segnala il 9,9% della popolazione italiana (5,8 milioni di persone) che ha rinunciato ad almeno una prestazione, in forte crescita dal 7,6% del 2023, soprattutto per liste d'attesa (6,8%) e costi (5,3%). È domanda che esce dal sistema o si scarica sull'out-of-pocket: un "buco nero" che non entra nel PIL sanitario ma ne misura l'iniquità, e che ha anche una coda economica nascosta, come cronicizzazioni evitabili, ricoveri più costosi a valle, giornate di lavoro perse. Il confronto internazionale va fatto con cautela, perché l'indicatore Eurostat EU-SILC adotta una definizione più restrittiva, ma il segnale è forte: nel 2024 la Francia si ferma al 6,3% mentre il Regno Unito, fuori da EU-SILC, sconta a sua volta una pressione strutturale con circa 6,3 milioni di pazienti in lista NHS ad aprile 2024. Va aggiunto che l'iniquità italiana è anche interna: il divario tra Bolzano (5,3%) e Sardegna (17,2%) ricorda che il "SSN" è ormai, di fatto, un plurale. In questa cornice la nostra "anomalia" - PIL medio-alto e spesa sanitaria all'8,4% - non è tanto la prova che la sanità sia per noi un bene meno voluttuario, quanto l'esito di tre dinamiche che si rinforzano. La prima è una scelta politica di definanziamento strutturale del SSN, almeno dal 2010: la spesa pubblica è cresciuta in termini nominali ma ha perso terreno reale e, soprattutto, di personale, tra tetti di spesa, blocco del turnover e fuga dei professionisti. La seconda è l'erosione della cultura della salute come bene primario, alimentata dall'ondata di complottismo che una gestione spesso dissennata e primitiva della comunicazione sanitaria – prima, durante e dopo la pandemia - non è stata in grado di arginare; a monte, un investimento scolastico sull’alfabetizzazione sanitaria degli adulti di domani modesto, quando non nullo. La terza è un tabù politico trasversale sul nodo della fiscalità sanitaria progressiva: si preferisce lasciare che la domanda inevasa trovi da sé la strada del privato, in un'apparente neutralità che è in realtà una scelta redistributiva regressiva. Il dato aggregato pubblico+privato nasconde così una dinamica preoccupante: la quota out-of-pocket cresce proprio perché il pubblico non copre più la domanda, alimentando liste d'attesa, rinuncia alle cure e migrazione verso il privato. In altre parole, in Italia non spendiamo meno perché "ci basta": spendiamo meno mentre invecchiamo di più e con più cronicità, scaricando il costo sulle famiglie - e una parte della domanda non lo scarica affatto, semplicemente sparisce. La cornice del "bene voluttuario" rischia perciò di diventare un alibi per legittimare il sottofinanziamento; il confronto con Francia e Regno Unito (PIL ppp simile, spesa intorno al 10,5%) mostra che lo spazio fiscale per allinearci esiste, manca la volontà politica di occuparlo.

Roberto Alfieri

La prima considerazione è che il grafico non restituisce l’idea di un servizio sanitario concepito come parte essenziale di un sistema di sicurezza sociale. Infatti, se così fosse, l’essenzialità sarebbe riflessa in una spesa sanitaria pressoché uguale e indipendente dal valore del Pil pro-capite. Potrebbe sembrare, invece, che il grafico richiami più l’idea di un servizio sanitario che si comporta come un settore importante dell’economia, soggetto a tutti i condizionamenti tipici del mercato.

La seconda considerazione è che il calcolo della percentuale della spesa sanitaria rispetto al Pil dovrebbe essere ridimensionato nella sua importanza. Da quando, infatti, verso la fine degli anni 70, l’andamento del Pil ha iniziato a dimostrare una tendenza divergente rispetto all’andamento della qualità della vita, si dovrebbe comprendere che il Pil, superata una certa soglia, perde la sua pregnanza relativamente al benessere e alla salute. E perciò non ha molto senso considerare, come si tende a fare nei confronti internazionali dei Paesi industrializzati, giusta una spesa sanitaria direttamente proporzionale al Pil secondo una determinata costante. E quindi non deve essere scontato che un Paese con un Pil pro-capite di 100.000 euro abbia, ad esempio, una spesa sanitaria pro-capite di 10.000 euro mentre un altro Paese con un Pil pro-capite di 50.000 euro debba avere una spesa sanitaria pro-capite di 5.000 euro per essere nel giusto.

La domanda vera che dobbiamo farci è di questo tipo: qual è la quota di appropriatezza che sottende in quei due Paesi? la spesa sanitaria di 5.000 o di 10.000 euro?  Quanto incidono, in ciascun caso, spreco, inefficacia, inefficienza o iniquità?

Non potrebbe, allora, offrirci qualcosa di più significativo, ad esempio, lo studio della relazione che esiste tra spesa sanitaria pro-capite e l’aspettativa di anni di vita in buona salute, che mi sembra la cosa più importante che un servizio sanitario dovrebbe garantire ai suoi cittadini? Indagando, poi, su altri fattori rilevanti per la nostra vita ci accorgeremmo che la buona salute dipende solo in parte dai servizi sanitari. Nelle nostre misurazioni, interpretazioni e valutazioni non dovremmo lasciarci trascinare dalle nostre routine, da ciò che ci siamo abituati a fare e diamo per scontato. C’è qualcosa d’altro da analizzare rispetto alla quota della spesa sanitaria in rapporto al Pil. Infatti, ciò che misuriamo influenza ciò cui dedichiamo attenzione e ciò che facciamo. È difficile fare le cose giuste se misuriamo le cose sbagliate. E forse, per quello che riguarda la salute, soprattutto oggi è diventato necessario misurare altre cose, adottare una prospettiva sistemica e dedicare una maggiore attenzione alle tante interazioni tra fattori sociali, economici e politici che influenzano il grado di salute.

Aldo Rosano

Un aspetto di cui non si tiene conto nel confrontare la spesa per la sanità nei diversi Paesi europei è il costo di gestione, sensibilmente più elevato, dei sistemi assicurativi: in sostanza, Francia e Germania spendono di più di Italia, Spagna e Regno Unito senza che questo si traduca in maggiori e migliori servizi per la popolazione.

Il dossier “Il Servizio sanitario nazionale compie 45 anni” prodotto nel 2023 dal Senato (Senato della repubblica - Ufficio Valutazione Impatto (2023). Il Servizio sanitario nazionale compie 45 anni.https://www.senato.it/application/xmanager/projects/leg19/attachments/documento/files/000/112/489/DA26_Dossier_SSN.pdf) cita uno studio condotto nel 2009 sotto l'egida della Banca Mondiale (Adam Wagstaff, Social Health Insurance vs. Tax-Financed Health Systems. Evidence from the OECD. The World Bank, January 2009) che ha effettuato un'analisi comparativa dei due modelli, in termini di costi ed efficacia. È emerso che i sistemi Bismarck (come Francia e Germania) incrementano del 3-4% la spesa sanitaria pro capite senza che ciò si traduca in un miglioramento dell'efficacia delle prestazioni.

Una delle ragioni è che i sistemi di tipo assicurativo hanno costi di gestione delle polizze molto più alti dei sistemi Beveridge. Nel recente dossier dell’ufficio parlamentare di bilancio (Ufficio Parlamentare di Bilancio (2026). Pubblico e privato in sanità: il finanziamento, la produzione e le imprese - https://www.upbilancio.it/wp-content/uploads/2026/03/Focus-3_2026_Sanita.pdf) si legge, ad esempio, che in Italia le spese di gestione delle polizze collettive nel 2023 è stato pari al 22,9% dei premi.

Una comparazione tra i sistemi sanitari basata solo sui dati di spesa, comunque calcolata (pro-capite, sul PIL, assoluta) rischia di indurre a fare considerazioni fuorvianti e accompagnare il nostro SSN lontano dai suoi obiettivi costituzionali: un sistema equo che garantisca cure a tutti.

Tommaso Fiore

In Italia la spesa sanitaria è tripartita. La quota più rilevante, ma in progressivo declino, è quella pubblica, cioè a carico della fiscalità generale (sulla quale molto si potrebbe dire, a partire dalle fonti specifiche di gettito del SSN, delle addizionali regionali ad hoc, per poi analizzare come si è modificata negli anni di interesse la fiscalità generale). La quota out of pocket è in progressivo aumento in termini assoluti e percentuali (intorno al 25% o poco meno del totale). Questa spesa è in gran parte non intermediata, per quel che si sa. C'è poi una terza, sia pur piccola, parte della spesa che deriva dalle mutue integrative previste nei CCNL: riguarda ca. 15 milioni di persone. Su quest'ultima ci sono da fare due considerazioni: una tecnica -dato il sistema di detrazioni che l'accompagna finisce x essere un contributo alle imprese-, una politica -quale sostegno sociale è ancora possibile in Italia per il SSN se gli operai, le categorie produttive cercano una via di fuga, barattando salario e diritti?

Il dato macro più importante dal punto di vista economico è certamente il secondo: non si può parlare più di universalismo, e tanto meno di welfare come fattore di ammorbidimento delle diseguaglianze, se un quarto della spesa è out of pocket.

Ma non si può neanche ignorare il terzo dato, quello delle mutue integrative, perché incide sulla massa critica per un cambiamento in meglio della situazione.

Alcune mie osservazioni

La rappresentazione della percentuale sul PIL delle spese sanitarie globali (pubblico più privato) cambiano leggermente se relazionate ai valori grezzi dei PIL o ai valori dei PIL corretti per l'indice dei prezzi.  L'Italia, ad esempio, ha valori del PIL grezzo molto inferiore a quello di Francia e Regno Unito, ma correggendolo per indice dei prezzi diventa quasi simile al loro e quindi il confronto tra le percentuali diventa ancore più significativo: 8,4% l'Italia, 10.1 % il Regno Unito e il 10.5% la Francia. I Paesi dell'est europeo, considerando il PIL corretto, si avvicinano maggiormente all'Italia come anche quelli del nord Europa. L'Italia spende una percentuale maggiore dei Paesi dell'est ma ha anche un PIL maggiore e però anche una maggior correzione per l'indice dei prezzi.

Possiamo considerare tre fasce di spese percentuali dei Pil : le spese inferiori all'8% di quasi tutti i spese Paesi dell'est europeo, le intermedie tra l'8% e il 10%, fascia cui appartiene l'Italia, e le spese superiori al 10% dei Paesi prevalentemente nordici. Se rispetto all'Italia le spese degli altri Stati fossero di pari valore assoluto si distribuirebbero come la linea azzurra del grafico seguente, se fossero invece tutte ugualmente proporzionali ai Pil si distribuirebbero come la linea verde mentre se fossero proporzionalmente inferiori o superiori al Pil si distribuirebbero come la linea viola.

 

La situazione, rifacendoci all'esempio iniziale, ci fa ritenere quindi che le spese sanitarie non sono sempre quelle spese, rigidamente essenziale, per la quale tutti spendono la stessa cifra, ma neppure una spesa per la quale tutti spendono la stessa quota delle risorse disponibili, ma anzi la spesa sanitaria può considerarsi, almeno in parte, anche come una spesa con unaquota non sempre essenziale che cresce al crescere del PIL. Difficile darne spiegazione diversa quando l'Ungheria spende per la sanità il 6,5% del Pil e la Germania il 12,3% nonostante le risorse disponibili della Germania siano il 50% in più di quelle dell'Ungheria.

Insomma, tra i Paesi europei non vi è proprio equità rispetto alle risorse destinate alla salute, neppure considerando la proporzione delle risorse disponibili, e l'Italia spende invece meno anche di Paesi che risultano avere risorse di pari valore. Ma credo ci si debba anche chiedere se le spese generose di alcuni Paesi con PIL elevati siano da considerarsi sempre essenziali, e non dico inutili ma forse anche non indispensabili. Insomma, la spesa italiana deve aumentare, ma non diamoci come obiettivo un aumento del 50%, ci accontenteremmo già molto di un aumento, a carico della quota pubblica, del 20% o anche solo del 10%, e soprattutto serve che si garantiscano condizioni di efficienza, efficacia ed equità. È indispensabile che cresca il finanziamento della spesa pubblica e che venga contenuta la spesa privata out of pocket, ma non illudiamoci, questo non è l'unico problema di oggi del nostro SSN!

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