Settembre 1975: a Pisa uno dei primi corsi di metodologia epidemiologica
Nella prima settimana del settembre 1975, si tenne a Pisa il primo corso di metodologia epidemiologica di speciale rilevanza per i medici del lavoro. Gli organizzatori furono Rodolfo Saracci, all’epoca all’Istituto di Fisiologia Clinica del CNR di Pisa, e Piero Morosini (1941-2008), all’epoca all’istituto di Biometria e Statistica medica dell’Università di Milano diretto da Giulio Maccacaro (1924-1977).
I partecipanti furono una ventina, tra cui noi due (G.A. e F.C.), all’epoca assistenti negli istituti di medicina del lavoro, rispettivamente, delle Università di Bari e di Verona.
Il corso fu percepito da noi come un’occasione unica per accedere a una formazione di livello accademico in epidemiologia, una disciplina sostanzialmente ignorata nei corsi di laurea di medicina e chirurgia.
Oltre alle brillanti lezioni dei due organizzatori, è da ricordare la lezione sulla mortalità nei lavoratori esposti a cloruro di vinile di Joseph Wagoner, che aveva sottolineato l’eccesso di mortalità per angiosarcoma epatico confermando il risultato sperimentale ottenuto da Cesare Maltoni (1930-2001).
Nell’ambito del corso, fu particolarmente stimolante la sessione sulla variabilità inter-osservatore valutata attraverso le misure effettuate dagli studenti su un video in cui erano registrati gli effetti sonori dello sfigmomanometro in una decina di soggetti.
Particolarmente efficaci, ancorché per noi neofiti molto toste, furono le lezioni di statistica sanitaria di Marco Marchi (1951-2024), poi professore ordinario all’Università di Firenze. Alla scomparsa di Marco Marchi, il 3 dicembre 2024, Rodolfo Saracci, nel suo tributo all’amico-collega, ne ricordò anche l’impegno profuso proprio a metà degli anni Settanta per l’istituzione dell’Associazione Italiana di Epidemiologia (AIE), ma non citò il corso di Pisa a cui pure Marco Marchi diede un fondamentale contributo didattico e scientifico.
Tra gli iscritti al corso, ricordiamo, tra gli altri, Franco Berrino, che era di ritorno dall’Africa dove era andato per conto della IARC di Lione e lavorava come anatomopatologo all’Ospedale di Legnano. Soltanto nell’anno successivo Berrino fu chiamato a istituire il Servizio di Epidemiologia presso l’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano.
Noi due (G.A. e F.C.) non eravamo gli unici medici del lavoro iscritti al corso: insieme a noi c’erano Franco D’Andrea (1942-2007), all’epoca assistente con F.C. all’Istituto di Medicina del Lavoro dell’Università di Verona (sarebbe poi diventato direttore del Dipartimento di Prevenzione dell’ASS di Venezia), Pier Giorgio Piolatto (poi professore ordinario di Medicina del lavoro all’Università di Torino), Giuseppe (Franco) Battista, poi professore ordinario di Medicina del Lavoro all’Università di Siena, e Luigi Perbellini (poi professore ordinario di Medicina del Lavoro all’Università di Verona).
Cosa mai induceva questi giovani medici del lavoro a interessarsi di epidemiologia?
Si consideri che all’epoca (come ahimè anche oggi) la medicina del lavoro si occupava prevalentemente dei giudizi individuali di idoneità al lavoro dei singoli lavoratori. Per comprendere le ragioni di questa esigenza culturale, occorre richiamare alla memoria il grande impulso alla ricerca epidemiologica rappresentato negli anni Settanta dalle vertenze sindacali in materia di salute ed ambiente di lavoro.
Il primo testo di riferimento è una guida del 1967 a cura di Ivar Oddone (1923-2011) e Gastone Marri (1921-2006) dal titolo L’ambiente di lavoro (volume 8 della Collana di formazione sindacale a cura del Centro studi e formazione sindacale della CGIL, pubblicato dall’Editrice Sindacale Italiana, corso d’Italia 25, Roma, nell’ottobre 1967). Nel testo sono illustrati i concetti di non delega e di validazione consensuale dei gruppi operai omogenei; si auspicava che per ogni fabbrica fossero attivati il Registro dei dati ambientali e il Registro dei dati biostatistici e si proponeva l’uso del questionario come strumento informativo da parte dei gruppi operai omogenei.
In riferimento all’epidemiologia, alla pagina 82 del testo si legge quanto segue:
«Quindi noi non siamo in grado identificare, e non lo è il medico, la nocività della situazione ambientale, se noi, come lavoratori, non portiamo avanti un criterio nuovo, che nuovo non è affatto dal punto di vista scientifico, quale il cosiddetto criterio epidemiologico, il criterio secondo il quale non si studia più l’evoluzione e il comportamento della malattia a livello dell’individuo ma a livello del gruppo».
La parola “epidemiologia” è presente anche a pagina 145 nel glossario curato da Marcello Marroni (1912-1977), un medico comunista romano che fu uno dei protagonisti delle Quattro giornate di Napoli nel settembre 1943:
«EPIDEMIOLOGIA: Lo studio delle malattie infettive e del loro diffondersi in un gruppo di popolazione (epidemie). Più recentemente si è esteso il concetto a includere le malattie di massa anche di natura non infettiva (diabete, tumori, malattie degenerative). Al contrario della “clinica” che studia il caso singolo in riferimento allo schema generale della malattia, l’epidemiologia studia le sorgenti della malattia, il loro propagarsi nel tempo e nello spazio, l’influenza che su tale propagazione esercitano i fattori intrinseci dei diversi individui, ma soprattutto i fattori ambientali.
I fattori ambientali infatti, e tra questi in primo luogo le condizioni igienico-ambientali dei luoghi di lavoro, possono creare le condizioni per la diffusione di epidemie sia fiaccando (affaticamento) le difese dei singoli lavoratori sia rendendo particolarmente forti e aggressivi i singoli germi per carenze igieniche dell’ambiente di lavoro sia, infine, predisponendo alla malattia i lavoratori mediante l’azione di sostanze tossiche o di altre lesioni provocate dall’attività lavorativa».
L’egemonia culturale che il movimento sindacale per la salute in fabbrica esercitò negli anni Settanta sulla comunità scientifica dei medici del lavoro è documentata dalla mozione conclusiva del 36° Congresso della Società di Medicina del lavoro (Pugnochiuso, Foggia, 8-10 novembre 1973) in cui si affermò che «la scelta dei dati ambientali e biostatistici da rilevare dovesse essere fatta in base a due criteri: quello del medico del lavoro e quello del gruppo operaio omogeneo».
G.A., che era presente a quell’evento organizzato dall’Istituto di Medicina del Lavoro dell’Università di Bari, ricorda bene che fu Franco Carnevale a promuovere l’approvazione della mozione.
Si aprì così una stagione ricca di indagini epidemiologiche a tutela della salute dei lavoratori, favorite dall’approvazione nel 1970 dello Stato dei Lavoratori (Legge 20 maggio 1970) che, all’art. 9, riconosceva ai lavoratori il «diritto di controllare, mediante loro rappresentanze, l’applicazione delle norme per la prevenzione degli infortuni e delle malattie professionali, e di promuovere la ricerca, l’elaborazione e l’attuazione di tutte le misure idonee a tutelare la loro salute e la loro integrità fisica».
Si può, quindi, affermare che quel primo corso di metodologia epidemiologica rivolto anche ai medici del lavoro aprì la feconda strada dell’epidemiologia occupazionale italiana svolta in ambito accademico prima e poi anche nelle strutture periferiche del Servizio Sanitario Nazionale.