Ricerca scientifica e politiche di adattamento: il progetto Worklimate e le ordinanze regionali di protezione dei lavoratori dal caldo estremo
Letteratura scientifica al servizio del decisore politico
L’impatto del cambiamento climatico e, in modo specifico, dell’esposizione a temperature elevate, sulla salute e la sicurezza dei lavoratori è divenuto recentemente uno dei temi di maggiore rilevanza in ambito occupazionale. Numerosi studi epidemiologici hanno mostrato che lavorare in condizioni di esposizione eccessiva al caldo non solo può esporre i lavoratori a rischi diretti per la salute (disidratazione, stress termico, fino al colpo di calore), ma aumenta anche la probabilità di infortunio in ragione di condizioni fisiche e cognitive compromesse e della conseguente minore capacità di affrontare eventi inattesi.1-3 È da sottolineare che questo incremento di rischio di infortunio non è rinvenibile attraverso la mera consultazione degli archivi correnti di infortunio e malattia professionale prodotti come conseguenza dell’attività di tutela assicurativa svolta dall’Inail, dove il ruolo causale del caldo eccessivo può non essere esplicito, ma necessariamente attraverso modelli epidemiologici di stima. Recentemente, un’analisi epidemiologica, sviluppata a partire dai dati dell’Inail degli infortuni utilizzando un modello di Poisson per l’analisi delle serie temporali, ha consentito di stimare un rischio relativo di infortunio pari a 1,12 (IC95% 1,09-1,14) per esposizione a temperature superiori al 75° percentile della media giornaliera per l’intero periodo 2014-2019.4 Sulla base di queste evidenze epidemiologiche, è possibile indicare complessivamente circa 4.200 infortuni/anno associati al caldo estremo. Allo stesso tempo, è possibile stimare un decremento della produttività di circa il 6,5% per i lavoratori impegnati in attività con sforzo fisico intenso per ogni incremento di 1 grado di temperatura.
In Italia, a partire dal giugno 2020, è stato avviato il progetto di ricerca Worklimate, coordinato da Inail e dall’ Istituto per la bioeconomia del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR-IBE), che ha sviluppato un programma di attività per l’analisi dell’impatto del cambiamento climatico sulla salute e sulla sicurezza del lavoro e di intervento per la prevenzione dei rischi e la riduzione degli effetti. Nell’ambito del progetto, è stato reso disponibile un sistema operativo previsionale del rischio caldo valido per diversi scenari espositivi e vari contesti occupazionali. In particolare, l’utente può verificare un indicatore di rischio per la salute in corrispondenza di attività lavorativa intensa o moderata e svolta prevalentemente al sole o all’ombra. L’indicatore utilizzato è il Wet Bulb Globe Temperature (WBGT), a partire da un modello meteorologico deterministico (MOLOCH) con elevata risoluzione spaziale (circa 2 km) e un intervallo temporale orario di previsione con un orizzonte di 72 ore. Il WBGT è un indicatore raccomandato e utilizzato dalle principali organizzazioni internazionali operanti nel campo della salute e della sicurezza sul lavoro e combina i principali fattori ambientali che influenzano la capacità del corpo umano di dissipare calore, integrando la temperatura a bulbo umido naturale (effetti combinati di umidità, ventilazione ed evaporazione del sudore), la temperatura globotermometrica (contributo della radiazione solare o di fonti di calore antropiche) e la temperatura dell’aria.5 Le previsioni del rischio di esposizione al caldo sono personalizzate su soggetti sani, considerando un profilo di lavoratore standard (alto 175 cm, peso 75 kg), che svolge attività fisica moderata o intensa, esposto direttamente ai raggi solari o che lavora all’ombra, e sono disponibili per diversi momenti della giornata (ore 8:00; 12:00; 16:00 e 20:00). Il sistema consente, inoltre, una ricerca specifica per località con previsioni a tre giorni e una consultazione dei dati di rischio storici, cioè relativi anche ai giorni precedenti a quello di consultazione.
Il (buon) rapporto fra ricerca epidemiologica e intervento normativo in campo occupazionale: l’impatto del Progetto Worklimate
Questo contributo sintetizza le ordinanze regionali di protezione dei lavoratori dal caldo estremo emanate nel corso del 2025 in tutte le Regioni (a eccezione di Valle d’Aosta e Trentino-Alto Adige) basate sui risultati di ricerca e sulle mappe di previsione del rischio caldo prodotte nell’ambito del progetto Worklimate. Tutti i provvedimenti regionali, pure in presenza di alcune differenze rispetto alla platea dei settori occupazionali coinvolti e alle modalità di attuazione, hanno previsto la sospensione delle attività lavorative fra le 12:30 e le 16:00 per i lavoratori con esposizione prolungata al sole e nelle aree geografiche per le quali la piattaforma previsionale indicasse un rischio alto per la salute dei lavoratori dovuto al caldo estremo. Parallelamente, l’Ispettorato Nazionale del Lavoro e il Coordinamento tecnico delle Regioni per la salute e la sicurezza del lavoro hanno indicato i risultati del progetto come un riferimento essenziale nella pianificazione degli interventi di contrasto e adattamento al rischio di esposizione occupazionale al caldo.6 Infine, il Decreto legislativo n. 98/2023 ha reso più agevole il ricorso alla cassa integrazione ordinaria nel caso di emergenza climatica per i lavoratori dell’edilizia e dell’agricoltura; recentemente, il Ministero del Lavoro ha emanato un protocollo di riferimento con una serie di indicazioni generali per la valutazione del rischio di esposizione al caldo estremo e la gestione degli strumenti di prevenzione.7
Nella tabella 1 sono riportati gli estremi dei provvedimenti regionali, il periodo di vigenza e i settori occupazionali coinvolti. La figura 1 consente di visualizzare lo sviluppo temporale della copertura territoriale (con riferimento ai periodi estivi degli anni 2022-2025) dei provvedimenti.
Nel 2025, alla data del 2 luglio, in 18 Regioni italiane erano attive ordinanze per tutelare i lavoratori esposti al caldo estremo. Per tutti i provvedimenti, le mappe di rischio e l’indicatore di esposizione disponibile sul portale di progetto Worklimate hanno rappresentato lo strumento di riferimento. In particolare, la sospensione delle attività lavorative entra in vigore in tutte le Regioni quando, alle ore 12:00, le mappe segnalano un livello di rischio alto per i lavoratori esposti al sole e impegnati in attività fisicamente intense. La dimensione della traslazione dei risultati di un progetto di ricerca in politiche di prevenzione dei rischi e di sanità pubblica rappresenta un elemento di riflessione non solo in tema di salute e sicurezza dei lavoratori.
La fascia oraria di sospensione delle attività è in tutti i casi dalle 12:30 alle 16:00 e gran parte dei provvedimenti ha cessato la sua vigenza con il mese di agosto, mentre è rimasto in vigore il divieto fino al 15 settembre nel Lazio, Puglia, Lombardia, Emilia-Romagna e Friuli Venezia Giulia. I settori occupazionali coinvolti sono stati l’agricoltura, l’edilizia e il florovivaismo, ma alcune Regioni hanno esteso i divieti anche ad altri settori. In Basilicata, Friuli Venezia Giulia, Lazio, Lombardia, Sardegna, Sicilia, Toscana e Veneto è stato incluso il settore lapideo e delle cave (settore destinatario di un ulteriore specifico provvedimento del comune di Carrara), con esplicito riferimento al comparto delle escavazioni. Emilia-Romagna, Lazio, Marche, Piemonte e Puglia hanno coinvolto anche il settore della logistica e delle consegne urbane, includendo i cosiddetti rider. La Calabria ha inserito il comparto dell’igiene ambientale, accogliendo una specifica segnalazione sindacale. Infine, il comune di Taranto ha ritenuto di emanare un provvedimento di sospensione delle attività per tutti i casi che comportano una prolungata esposizione al sole, senza distinguere tra settori. Recentemente, un’analisi esplorativa ha mostrato una riduzione significativa del tasso di infortunio per il periodo estivo (1° luglio-31 agosto 2024) nelle Regioni che hanno emanato le ordinanze di contrasto all’esposizione occupazionale al caldo per il settore dell’edilizia, e con minore evidenza e senza raggiungere la significativa statistica per il settore agricolo, probabilmente anche in relazione alla dimensione in questo settore del lavoro atipico e poco tutelato contrattualmente.8 L’analisi di impatto delle policy dovrà essere valutata compiutamente, nell’ambito di modelli epidemiologici multivariati che possano tenere conto anche delle potenziali conseguenze sul rischio di infortunio di modifiche nell’organizzazione del lavoro indotte dai provvedimenti che nell’estate del 2025 hanno riguardato quasi tutte le Regioni. Inoltre, sarà necessario, anche in vista di sviluppi futuri delle attività di ricerca del progetto Worklimate, definire metodi in grado di verificare il livello di applicazione delle ordinanze nei diversi contesti regionali.
Le ordinanze richiamano uniformemente l’articolo 32 della Legge 833/1978, che tutela la salute come diritto fondamentale, l’articolo 650 del Codice penale per le sanzioni e il Decreto Legislativo n. 81/2008 in materia di sicurezza sul lavoro. Nei settori sottoposti alla sospensione forzate delle attività in condizioni di caldo estremo, sono previste esclusioni solo per attività essenziali, come interventi di protezione civile o di pubblica utilità, purché accompagnati da adeguate misure di prevenzione.
Infine, molte ordinanze riconoscono validità agli accordi aziendali o sindacali che prevedano tutele equivalenti o superiori, a conferma di una logica di integrazione e non di sovrapposizione con le prassi già in atto. Alcune Regioni hanno introdotto raccomandazioni aggiuntive. L’Emilia-Romagna consente di evitare il divieto se le imprese adottano soluzioni organizzative adeguate, come lo spostamento degli orari, le turnazioni frequenti, le pause in zone d’ombra o l’uso di macchinari climatizzati, prevedendo anche il ricorso alla cassa integrazione. In Friuli Venezia Giulia, Lombardia, Toscana e Veneto si richiama esplicitamente il rispetto delle Linee di indirizzo nazionali per la protezione dei lavoratori, estendendole anche agli ambienti chiusi non climatizzati. La Puglia fornisce indicazioni operative esplicitando le modalità di anticipo dell’inizio dei turni, per acqua potabile, distribuire abbigliamento tecnico, adottare il “sistema del compagno” per riconoscere i sintomi di colpo di calore e rafforzare la sorveglianza sanitaria dei soggetti più vulnerabili, come migranti, anziani o donne in gravidanza. Il Piemonte invita i comuni a rivedere temporaneamente i limiti sulle emissioni acustiche per permettere di lavorare nelle ore fresche; infine, nell’ordinanza del Molise vengono richiamate esplicitamente le misure di integrazione salariale, cioè la possibilità di ricorrere all’istituto della cassa integrazione straordinaria previsto dall’INPS per i casi di sospensione delle attività lavorative.
Una riflessione per compiere un passo in avanti
Come si nota da questi cenni di sintesi dei provvedimenti, nel corso dell’estate del 2025, le ordinanze regionali di protezione dei lavoratori dal caldo estremo hanno rappresentato un significativo paradigma di fondazione di interventi di politiche di salute e sicurezza nei luoghi di lavoro sulla base dell’evidenza scientifica e in un quadro di flessibilità territoriale. A partire dalla pubblicazione di mappe territoriali di rischio come puro output di ricerca, si è innescata un’attività di normazione via via più diffusa che ha riconosciuto un riferimento tecnico unitario e scientificamente fondato mantenendo la specifica capacità di rispondere alle esigenze particolari dei territori, ampliando i settori tutelati e prevedendo strumenti più dettagliati di prevenzione. Le misure hanno riguardato oltre 2 milioni e 300 mila lavoratori (tabella 1), configurandosi come un modello prezioso di interazione fra ricerca scientifica e politiche sanitarie, su cui è utile fare qualche riflessione. In senso critico e come prospettiva di sviluppo, è necessario avviare una riflessione sulla circostanza che le differenze tra Regioni in termini di durata delle ordinanze e settori coinvolti possono influire sull’efficacia complessiva delle misure. Emerge la necessità di definire un framework nazionale che integri e uniformi le politiche territoriali, rafforzando al contempo l’attuazione delle misure organizzative e individuali per la protezione dei lavoratori. Tale approccio dovrebbe includere azioni sistematiche di informazione e formazione per la definizione di pratiche concrete di prevenzione.
Fra i risultati della ricerca scientifica e le politiche di sanità pubblica e di intervento sussiste spesso uno scarto di ordine temporale e di contenuto. Trasferire le evidenze prodotte dalla ricerca epidemiologica in provvedimenti di tutela e sanità pubblica è generalmente molto complesso e richiede capacità di connettere ambiti e linguaggi diversi. Il tema di cancerogenesi occupazionale è, in questo senso, molto significativo con riferimento ai tempi di risposta normativa rispetto alle evidenze scientifiche, al ruolo della consapevolezza pubblica e alle ragioni dei ritardi nelle politiche, sia pure nella palese difformità fra esiti sanitari con caratteristiche molto diverse (da una parte, la cancerogenesi è un esito sanitario a lungo termine dell’esposizione a un agente cancerogeno; dall’altro, lo stress termico e il suo effetto sul rischio di infortunio è un esito a breve termine). La ricerca occupazionale ha consentito storicamente di identificare rischi già presenti anche nell’ambiente e significativi per la popolazione generale, solitamente a bassi livelli di esposizione, e a definire modelli per la prevenzione.9 La grande maggioranza degli agenti cancerogeni sono stati identificati a partire dalla ricerca epidemiologica in ambito occupazionale. In particolare, la storia delle evidenze scientifiche prodotte in tema di epidemiologia delle malattie correlate ad amianto è molto istruttiva. Gli studi definitivi sulla correlazione fra esposizione ad amianto e rischio di mesotelioma e tumore polmonare sono databili intorno ai decenni Cinquanta e Sessanta del XX secolo. I provvedimenti restrittivi e il bando dell’amianto sono emanati molti anni dopo, progressivamente, in molti Paesi (in Italia nel 1992) e ancora oggi l’amianto è utilizzato senza restrizioni in molti Paesi del mondo di grande rilevanza per dimensione economica e del commercio internazionale.10 La vicenda italiana mostra, inoltre, che il provvedimento di bando è stato promulgato al termine di un percorso di consapevolezza collettiva che è partito dagli studi epidemiologici nell’area di Casale Monferrato.11 La documentazione dell’eccesso di decessi per mesotelioma in un contesto territoriale specifico ha innestato un processo che, passando per l’iniziativa delle autorità territoriali (il sindaco del comune di Casale Monferrato decise la chiusura forzata dell’azienda Eternit responsabile dei decessi fra i lavoratori e della contaminazione ambientale) ha portato all’iniziativa politica di cessazione per legge di ogni utilizzo dell’amianto.
Dagli ambienti di lavoro agli ambienti di vita
Per le connessioni fra cambiamento climatico e salute e sicurezza del lavoro, è possibile scorgere qualche prospettiva con potenziali caratteristiche di analogia rispetto alle difficoltà e alla lentezza con cui i risultati della ricerca scientifica tendono a trasferirsi sul piano delle politiche pubbliche e rispetto al ruolo decisivo che in questo processo di traslazione assume la consapevolezza dell’opinione pubblica, quindi anche le dinamiche di comunicazione sociale.
La crisi climatica è destinata a dispiegare effetti sulla salute in modalità sempre più evidenti e misurabili. Il mondo del lavoro è storicamente un contesto di specifica sensibilità rispetto ai danni per la salute (e la sicurezza) che derivano da contaminanti o da condizioni ambientali. Il percorso virtuoso che dalla produzione di evidenze scientifiche e di ricerca conduce all’incremento della consapevolezza dei fattori di rischio può passare dall’iniziativa delle autorità regionali, che sono direttamente coinvolte in condizioni di emergenza sanitaria. Per l’insieme di queste ragioni, la ricerca epidemiologica occupazionale in tema di impatto del cambiamento climatico è essenziale nell’ambito delle politiche per la salute e la sicurezza dei lavoratori.
Conflitti di interesse dichiarati: nessuno.
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