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25/02/2026

I settori economici per i quali è più complesso riconoscere l’esposizione ad amianto: il questionario ReNaM aggiornato come strumento di intervento

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Introduzione

Nel nuovo secolo, si è ridotta la quota di casi di mesotelioma riconducibili ai settori storicamente più noti per l’esposizione professionale ad amianto, come la cantieristica navale, l’industria del cemento-amianto, l’industria estrattiva e della costruzione e riparazione di rotabili ferro-tranviari, che oggi, secondo gli ultimi dati nazionali, rappresentano complessivamente meno del 10% dei casi registrati nei periodi più recenti. Parallelamente, cresce la percentuale di casi derivanti da esposizioni in contesti inattesi e meno conosciuti. Questa cambiamento riflette il fenomeno descritto, prima da Selikoff1 (1968) e poi da Landrigan2 (1991), secondo cui l’epidemia del mesotelioma e delle malattie correlate ad amianto avrebbe seguito tre ondate, attraverso le quali le fonti di esposizioni si sarebbero progressivamente spostate da attività industriali, che estraevano o utilizzavano la fibra di amianto come materia prima, tipiche della prima e seconda ondata, verso situazioni caratterizzate da esposizioni più deboli e intermittenti, relative a lavorazioni di manutenzione e gestione dei materiali contenenti amianto (MCA) già in opera. Di conseguenza, la ricostruzione dell’esposizione risulta oggi sempre più complessa, anche in considerazione dell'ampio utilizzo di prodotti contenenti amianto che in passato è stato fatto in ambito industriale, della sua capillare diffusione sul territorio nazionale e della lunga latenza della malattia, che può superare i 40-50 anni.
Il progressivo esaurimento delle grandi coorti storiche di lavoratori fortemente esposti determinerà una riduzione nei tassi di incidenza e nel numero complessivo di casi, ma allo stesso tempo sarà più difficile caratterizzare la malattia dal punto di vista dell’esposizione, con ricadute non solo sul piano medico-legale e assicurativo, ma anche su quello della prevenzione primaria, qualora tali esposizioni dovessero persistere nel tempo. In questo contesto, risulta necessario monitorare attentamente anche le potenziali esposizioni passive, seppure di minore entità, derivanti dal progressivo degrado dei MCA, con particolare riferimento a quelli in matrice friabile ancora presenti in contesti industriali. 
Secondo i dati del Registro Nazionale dei Mesoteliomi (ReNaM),3 circa il 95% dei casi definiti con esposizione professionale riguarda oggi settori lavorativi eterogenei che, in passato, contribuivano in misura minore al carico complessivo di malattia. In molti casi, un’indagine approfondita ha consentito di individuare esposizioni professionali in contesti meno noti4 (ne sono un esempio i casi registrati nell’industria tessile, soprattutto tra le donne), rendendo così possibile l’avvio delle procedure assicurative e di tutela dei diritti.
In questa prospettiva, il progetto Sorveglianza Epidemiologica, Prevenzione e Ricerca sull’Amianto (SEPRA), promosso dall’INAIL per studiare l’impatto sanitario dell’amianto in Italia, ha rappresentato un’importante opportunità per rivedere e aggiornare il catalogo delle circostanze di esposizione a fibre di amianto in ambito occupazionale, già pubblicato nell’ultimo Rapporto ReNaM (VIII)3. Con l’occasione, è stato anche realizzato un manuale molto più ampio, che ha l’obiettivo di descrivere con maggior dettaglio le diverse circostanze di esposizione che si sono riscontrate nei vari settori economici del nostro Paese, con particolare attenzione alle esposizioni meno note o finora poco documentate. Esposizioni che sono emerse anche grazie al meticoloso lavoro svolto sul campo dagli operatori sanitari, dai tecnici dei servizi di prevenzione e dal personale dei Centri Operativi Regionali (COR) del ReNaM. 
Inoltre, è stata condotta una revisione del questionario standardizzato ReNaM, utilizzato per la raccolta sistematica delle informazioni relative ai casi di mesotelioma al fine di documentare tutte le circostanze di esposizione ad amianto, sia in ambito occupazione sia ambientale. L’introduzione di nuove domande e di indicazioni operative permetteranno all’intervistatore di individuare in maniera più accurata e sistematica le diverse fonti di esposizione. 
In questo documento, saranno analizzati i settori economici che, in Italia, presentano il maggior numero di casi di mesotelioma per i quali risulta particolarmente complessa la ricostruzione dell’esposizione pregressa ad amianto. Saranno, inoltre, presentate le modifiche proposte agli strumenti di indagine e formulate alcune indicazioni per migliorare la capacità di identificare e classificare tali esposizioni.

Ricostruire l’esposizione ad amianto: significato e metodi

La ricostruzione dell’esposizione pregressa si basa principalmente sulla raccolta anamnestica delle attività lavorative, extraprofessionali e residenziali del soggetto e rappresenta un’indagine spesso piuttosto complessa. L’obiettivo primario di questa ricostruzione è stabilire se la presenza di amianto o di MCA, con cui il soggetto potrebbe essere entrato in contatto, abbia comportato un’esposizione significativa in termini di rischio.5 Questo rischio si manifesta solo se le fibre di questo agente cancerogeno si disperdono nell’aerosol e risultano, quindi, disponibili per l’inalazione. Spesso questa ricostruzione, condotta mediante colloquio, risulta complessa a causa della lunga latenza della malattia, dall’ampia diffusione dell’amianto in ambito industriale, ambientale e residenziale, e dalle condizioni di salute fisica ed emotiva dei pazienti, generalmente anziani e sottoposti a un carico rilevante di stress fisico e psicologico durante l’intervista. 
La valutazione dell’esposizione può essere condotta in termini qualitativi o quantitativi, a seconda del tipo di dati utilizzati. In questo documento, si farà riferimento esclusivamente alla ricostruzione qualitativa, che si basa su informazioni di tipo descrittivo e ha l’obiettivo di determinare se l’esposizione sia avvenuta o meno. 
In Italia, la ricostruzione dell’esposizione viene effettuata per ogni caso di mesotelioma diagnosticato da parte di personale esperto operante all’interno dei COR competenti per territorio o dal personale dei servizi di prevenzione, in base alla residenza del caso, a partire dalle informazioni su tutte le possibili circostanze di esposizione ad amianto, sia in ambito lavorativo sia extralavorativo, raccolte tramite il questionario standardizzato ReNaM.
La ricostruzione dell’anamnesi lavorativa6 consente di acquisire dettagli approfonditi su mansioni e compiti effettivamente svolti, sui materiali utilizzati e i relativi periodi di impiego. Inoltre, vengono indagati l’eventuale impiego di dispositivi di protezione individuale (DPI), i macchinari e le attrezzature utilizzate dal soggetto e dai colleghi operanti negli stessi ambienti lavorativi.
Si approfondiscono anche gli aspetti extralavorativi, al fine di ricostruire possibili fonti di esposizione non professionale. La raccolta di informazioni relative alle attività lavorative svolte dai familiari durante il periodo di convivenza permette di definire eventuali esposizioni di tipo familiare. Le domande relative alle abitazioni e ai luoghi regolarmente frequentati permettono di identificare esposizioni di tipo ambientale, ovvero conseguenti all’aver vissuto in prossimità di insediamenti dove veniva estratto, lavorato o utilizzato l’amianto. Sono incluse domande relative alle possibili esposizioni legate alla presenza di amianto di tipo antropico (come depositi di MCA)  o di quello eventualmente presente in natura (a causa di affioramenti di rocce contenenti amianto).
La valutazione qualitativa, oltre a certificare che l’esposizione sia avvenuta o meno, consente di classificare il livello di rischio in base all’ambito in cui si è verificata attraverso criteri standardizzati definiti dalle linee guida (LLGG) ReNaM,7 con lo scopo di uniformare le procedure di rilevazione, classificazione e analisi dei dati relativi ai casi di mesotelioma registrati a livello nazionale. In particolare, le LLGG identificano le categorie di esposizione ad amianto in base al contesto in cui queste si sono eventualmente verificate, distinguendo tra quelle legate all’attività lavorativa e quelle di origine non professionali, cioè quelle familiari, ambientali e relative ad attività hobbistica. 
Questo tipo di valutazione contribuisce a definire il nesso di causalità tra l’esposizione e la malattia ed è particolarmente efficace per patologie correlate ad amianto come il mesotelioma, per il quale non è ancora definita una soglia minima di esposizione necessaria per l’insorgenza.
È importante ricordare che, per caratterizzare in modo più accurato i livelli di esposizione, anche in termini semiquantitativi, l’aggiornamento del questionario ReNaM ha introdotto alcune domande specifiche relative a durata e frequenza delle operazioni a rischio. Inoltre, il nuovo manuale operativo prevede, al termine della sezione relativa a ciascun settore produttivo, domande mirate che includono informazioni sulla durata e sulla frequenza delle attività svolte considerate a rischio. Il livello di dettaglio, tuttavia, è stato bilanciato per garantire un rigore adeguato nella raccolta dei dati, nel rispetto della fragilità del paziente e al fine di evitare interviste eccessivamente lunghe o gravose.

I dati del ReNaM

L’VIII Rapporto ReNaM,3 pubblicato nel 2024, riporta informazioni relative a 37.003 casi di mesotelioma con diagnosi fino al 2021. Le modalità di esposizione sono state approfondite per 29.020 casi, il 78,4% del totale, e sono state definite tramite un’intervista diretta al soggetto nel 55,4% dei casi e attraverso un proxy (generalmente un familiare o un convivente) nel 42% dei casi. Per i rimanenti casi, è stato possibile definire l’esposizione solo su base documentale.
Il 68,9% dei casi definiti presenta un’esposizione di tipo professionale (certa per il 48,1%, probabile per il 6,9% e possibile per il 13,9%), il 5,1% familiare, il 4,4% ambientale e l’1,5% per un’attività di svago o hobby. Il restante 20,1% dei casi presenti nel Registro risulta classificata con un’esposizione di tipo improbabile o ignota; questa proporzione varia sensibilmente tra le Regioni e raggiunge il 32% nella popolazione femminile. Più della metà dei casi di mesotelioma analizzati (19.813) mostra un’esposizione all’amianto iniziata tra la metà degli anni Cinquanta e la fine degli anni Sessanta (mediana nel 1961). Solamente il 23% delle esposizioni ha avuto inizio dopo il 1970, a conferma di esposizioni avvenute per la maggior parte molto indietro nel tempo.
Se si considerano solo i casi di origine professionale, i settori di attività più frequentemente coinvolti sono quelli dell’edilizia (16,5% del totale), della metalmeccanica (8,9%), del tessile (6,5%), delle attività di fabbricazione di prodotti in metallo (5,7%) e dei cantieri navali (5,5%). A seguire, si trovano la difesa militare (4,8%), la metallurgia (4,1%), il settore ferroviario dei rotabili (3,1%) e l’industria del cemento-amianto (2,8%). L’insieme di questi settori è responsabile di circa il 60% dei casi registrati nell’archivio del ReNaM. 
I settori restanti presentano un quadro estremamente diversificato e frammentato, caratterizzato da numerosi contesti produttivi nei quali l’esposizione all’amianto è stata prevalentemente di tipo indiretto, ovvero dovuta alla manipolazione di MCA intrapresa da altri lavoratori presenti nello stesso ambiente di lavoro o causata semplicemente dalla presenza di questi materiali suscettibili di disturbo meccanico accidentale o manipolati durante le attività di manutenzione.

Le categorie di casi in cui è più complesso riconoscere l’esposizione ad amianto

Le LLGG permettono di differenziare i casi di origine professionale, classificandoli ulteriormente in base alle informazioni raccolte in casi con esposizione “certa”, “probabile” e “possibile”. Quando, anche in presenza di informazioni di buona qualità, l’esposizione viene esclusa, il caso viene classificato “improbabile”; mentre, quando l’informazione raccolta non è sufficiente, il caso viene classificato con esposizione “ignota”. 
Al fine di far emergere i settori o, meglio ancora, i comparti per i quali è più difficile ricostruire l’esposizione, saranno analizzati in particolare i casi classificati con esposizione “possibile” secondo le LLGG. Rientrano in questa categoria i «soggetti che hanno lavorato in un’industria o in un ambiente di lavoro appartenente a un settore economico in cui generalmente si è riscontrata presenza/uso di amianto, ma non vi sono notizie sull’utilizzazione o meno di amianto da parte degli stessi». Si tratta, quindi, di soggetti per i quali non è documentata la presenza di amianto o l’uso di MCA nello specifico ambiente di lavoro in cui il soggetto ha operato e, pertanto, nemmeno l’eventuale esposizione. Questi casi vengono inseriti nella categoria dei “possibili professionalmente esposti” se il loro settore economico di appartenenza è storicamente considerato a rischio amianto. La valutazione di esposizione professionale risulta spesso disomogenea e influenzata dal giudizio soggettivo dell’esperto che la effettua, il quale si basa anche sulla propria conoscenza dei diversi comparti e delle specifiche attività lavorative. 
I casi classificati con esposizione “improbabile” sono quelli «per i quali sono disponibili informazioni di buona qualità sulle loro attività lavorative svolte e sulla loro vita e dalle quali possa escludersi un’esposizione ad amianto superiore ai livelli del cosiddetto “fondo naturale ambientale”», ossia soggetti di cui si posseggono buone informazioni che portano a escludere l’esposizione per quel soggetto o, meglio, per quel periodo temporale considerato. 
Rientrano nella categoria dei soggetti “ignoti” i casi «per i quali l’incompletezza e l’insufficienza delle informazioni raccolte o il livello delle conoscenze non consentono di assegnare una categoria di esposizione». Sono, quindi, classificati in questa categoria quei casi in cui, spesso a causa delle condizioni di salute dell’intervistato e/o alla difficoltà nel ricostruire eventi molto lontani nel tempo, non è stato possibile raccogliere sufficienti informazioni per la definizione dell’esposizione. L’attribuzione alla categoria “ignota” può avere carattere transitorio e può essere rivalutata qualora emergano ulteriori informazioni su quella specifica attività lavorativa intervistando altri casi o recuperando altra documentazione a supporto dell’eventuale avvenuta esposizione.
Si è, allora, ritenuto di maggiore interesse analizzare i settori e i comparti economici che presentano un numero rilevante di casi di mesotelioma classificati con esposizione “professionale possibile”, per i quali, nonostante siano disponibili informazioni sufficienti sulla storia lavorativa, risulta difficile ricostruire con precisione l’effettiva esposizione e, di conseguenza, il nesso di causa tra esposizione e patologia risulta più debole e incerto.
A questo scopo, sono state condotte analisi specifiche utilizzando i dati dell’archivio ReNaM, che documenta l’intera storia lavorativa di ciascun caso. Ogni periodo lavorativo è esaminato separatamente e a ciascuno viene assegnato un livello di esposizione coerente con le informazioni disponibili mediante classificazione della mansione e del settore economico secondo le codifiche ISTAT e ATECO 91, rispettivamente. Si precisa che la codifica ATECO, derivata dal sistema di codifica delle attività economiche in uso alle Camere di Commercio, non è concepita specificamente per la classificazione delle esposizioni responsabili di malattie professionali, ma rappresenta comunque lo standard utilizzato dal circuito ReNaM.

Circostanze di esposizione definite “possibili”

L’analisi complessiva dell’archivio ReNaM riporta 4.022 casi di mesotelioma, a cui si possono attribuire 6.949 periodi lavorativi classificati con esposizione “professionale possibile”. I settori produttivi più rappresentati sono quello delle costruzioni e quello dell’industria tessile, che contribuiscono rispettivamente al 23,4% e al 10,9% del totale dei casi appartenenti a questa categoria (tabella S1).

  • Settore delle costruzioni. Il settore delle costruzioni è estremamente ampio e diversificato e comprende attività che vanno oltre la semplice edificazione di immobili. Al suo interno, si distinguono numerosi comparti, ciascuno con caratteristiche e profili di rischio specifici. 
    L’edilizia residenziale rappresenta sicuramente il nucleo principale, comprendendo non solo la costruzione di nuovi edifici, ma anche la ristrutturazione e la manutenzione del patrimonio immobiliare. A questo si affiancano attività complementari come la realizzazione e manutenzione degli impianti idraulici ed elettrici, l’installazione di sistemi di riscaldamento, climatizzazione, isolamento, serramenti e opere di rifinitura.
    Parallelamente, l’edilizia non residenziale si occupa della realizzazione di infrastrutture quali ponti, strade, ferrovie, gallerie, dighe e acquedotti, con comparti che includono le opere di asfaltatura, la movimentazione terra, le demolizioni eccetera. Ogni comparto coinvolge professionisti con competenze e mansioni specifiche, tra cui coibentatori, impiantisti, falegnami e piastrellisti, muratori, idraulici, elettricisti, carpentieri, montatori di coperture, i quali utilizzano materiali, attrezzature e macchinari differenti, con esposizione a rischi molti diversificati, compreso quello dell’amianto.
    A dimostrazione dell’ampiezza di questo settore, basti ricordare che la classificazione delle attività economiche dell’Istat (ATECO 91), utilizzata per la registrazione dei casi di mesotelioma nel ReNaM, inquadra il settore edile nel codice F-45, composto da 5 sottosettori articolati in 18 comparti. La classificazione segue la logica del processo produttivo, partendo dalla preparazione del cantiere (45.10.0), proseguendo con la costruzione (45.20.0), l’installazione dei servizi (45.30.0) e terminando con i lavori di completamento degli edifici (45.40.0). Un ultimo codice (45.50.0) individua il sottosettore del noleggio di macchinari edili. 
    Secondo la classificazione ATECO, che adotta una struttura gerarchica, ogni cifra aggiuntiva del codice identifica un livello di dettaglio maggiore, consentendo di passare da un ambito produttivo generale a uno sempre più specifico. Questo sistema, oltre ad avere valenza statistica e amministrativa, permette di individuare con maggiore precisione l’attività svolta dal soggetto e, di conseguenza, il relativo profilo di rischio amianto. Questo rischio risulta molto variabile all’interno del macrosettore edile: basti confrontare, per esempio, i “lavori di isolamento” (codice 45.32.0) con la “posa in opera di infissi in legno o in metallo” (codice 45.42.0), che presentano profili di esposizione chiaramente differenti, dall’esposizione importante per i primi, alla non esposizione per i secondi.
    È utile ricordare che oltre il 90% dell’amianto in fibra prodotta o importata in Italia è stata impiegata nella produzione di cemento-amianto (CA) e proprio il settore edile ne è stato il principale utilizzatore per gran parte del secolo scorso.8-10 L’esposizione ad amianto nel settore delle costruzioni riguarda quasi esclusivamente l’utilizzo di MCA, inteso come impiego di manufatti contenenti questa fibra. Non appartiene a questa categoria l’industria manifatturiera della produzione di CA. L’ampia diffusione del CA ha comportato un aumento considerevole della popolazione lavorativa esposta rispetto alla numerosità di coloro che hanno lavorato alla produzione.
    Questa considerazione consente di comprendere, almeno in parte, perché nel settore edile si abbia un numero elevato di casi di mesotelioma classificati con il livello massimo di esposizione “professionale possibile”. Seguendo quanto dettato dalle LLGG, si tende, infatti, a inserire in questa categoria quei casi per i quali, «non avendo notizie sull’utilizzazione o meno di amianto da parte dei soggetti», si attribuisce la possibile esposizione dell’intero comparto delle costruzioni, considerato nel suo complesso a rischio. 
    Dall’analisi dei dati presenti nel ReNaM, è stato possibile ottenere una suddivisione dettagliata delle storie lavorative nel settore delle costruzioni, in base alle voci previste dalla classificazione ATECO 91 (tabella S2).
    Complessivamente, sono state registrate 7.174 storie lavorative riferite al settore edile, 2.490 (pari al 34,7%, 1 caso su 3) classificate genericamente nel macrosettore delle costruzioni, senza alcuna specifica del comparto di appartenenza. Il 22,7% (1.629 casi) del totale delle storie lavorative sono state classificate come “esposizioni professionali possibili” e a 695 di queste, corrispondenti al 42,7%, è stato attribuito il codice più generico della classificazione ATECO. 
    L’elevata percentuale di storie lavorative collocate in questa categoria riflette una debole precisione nella classificazione dell’esposizione, riconducibile a diverse cause. In alcuni casi, può derivare dalla reale mancanza di informazioni sulle mansioni svolte dal soggetto, che non consente un inquadramento più specifico; in altri, può aver inciso la difficoltà di ricondurre correttamente le attività alle sottocategorie previste, per la complessità del comparto e la carenza di personale tecnico specializzato nei COR. Un ulteriore fattore è la tendenza storica a considerare l’intero settore edile come uniformemente a rischio amianto, senza una distinzione puntuale tra comparti effettivamente esposti al rischio e altri che, di fatto, non lo sono mai stati o non lo sono più da alcuni decenni.
    È utile chiarire la differenza tra “settore economico” e “comparto produttivo”, poiché i due termini sono spesso usati in modo interscambiabile, ma in realtà indicano concetti distinti, che negli studi epidemiologici sono determinanti per classificare correttamente le informazioni relative alle attività produttive.
  • Il settore economico rappresenta una categoria ampia, che raggruppa le attività in base al tipo di prodotto o servizio; il comparto produttivo, invece, è una suddivisione più specifica che identifica gruppi di imprese appartenenti alla stessa filiera che presentano il medesimo profilo di rischio o che condividono caratteristiche strutturali, tecnologie o mercati comuni. Si parla, per esempio, di “settore calzaturiero” o “settore automobilistico” per indicare tutte le aziende che producono scarpe o automobili, ma che a loro volta sono suddivisi in comparti. Il calzaturiero va dal comparto relativo alla concia delle pelli allo stampaggio di materie plastiche; similarmente per il settore automobilistico, che comprende il comparto pneumatici, lo stampaggio di materie plastiche e lo stampaggio metalli. Comparti che operano nel medesimo contesto produttivo, ma con rischi molto diversi tra loro.
    Un miglioramento della definizione dell’esposizione a fibre di amianto potrebbe essere condotto attraverso una revisione della classificazione dei settori a rischio, non solo in base alle macroattività, ma anche ai singoli comparti e al periodo storico di riferimento, includendo o escludendo attività in funzione della loro reale esposizione nel tempo. 
    È stato, dunque, proposto un aggiornamento del questionario ReNaM per guidare l’intervistatore nell’individuare il macrocomparto di appartenenza della storia lavorativa del soggetto, facilitando una classificazione più accurata, secondo i codici ATECO, e l’inserimento del caso in una categoria il cui profilo di rischio amianto sia meglio definito. Inoltre, è stata introdotta una scheda specifica per il settore edile, al fine di far emergere eventuali esposizioni “nascoste”. Tale strumento consente di esplorare con maggiore dettaglio le mansioni e i contesti lavorativi del soggetto, migliorando la qualità e l’accuratezza della valutazione del rischio. Nella tabella 1 vengono riportate le principali novità inserite nel questionario relativamente a questo settore.
    Un affinamento della classificazione permetterebbe di distinguere con maggiore precisione i comparti del settore edile effettivamente a rischio amianto da quelli che non lo sono o che lo sono in misura molto minore. Questa distinzione risulterebbe già evidente se le 1.493 storie lavorative classificate come esposizioni “professionali certe” fossero state codificate in modo specifico, anziché genericamente con il codice ATECO 91 45.00, fornendo informazioni importanti e spesso anche sufficienti per una codifica più solida, in termini di nesso causale, dei casi classificati con esposizione “possibile” (o anche “ignota”). 
    Per superare questo limite e assegnare una codifica più precisa a questa casistica, che è una delle più numerose, oltre al miglioramento introdotto nel questionario ReNaM, sarebbe opportuno ricondurre la classificazione delle esposizioni “possibili” non al settore nel suo complesso, ma ai singoli comparti produttivi, così da ottenere una valutazione del rischio più accurata.
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  • Settore dell’industria tessile. Il settore dell’industria tessile rappresenta, dopo quello delle costruzioni, il secondo con la più alta percentuale di casi classificati come “professionali possibili” (10,9% dell’intera casistica). Le ragioni possano essere in parte assimilabili a quelle osservate per il settore delle costruzioni.
    Anche l’industria tessile rappresenta un settore produttivo ampio e complesso, articolato in numerosi comparti che seguono l’intera catena produttiva, dalla produzione della materia prima fino alla realizzazione del prodotto finito. Il primo comparto include tutte le attività iniziali, a partire dalla produzione delle fibre tessili, sia naturali (cotone, lana, seta, lino) sia sintetiche (poliestere, nylon, acrilico), e alle lavorazioni successive, come la filatura, che trasforma le fibre in filati.
    Il cuore dell’industria tessile è rappresentato dai vari comparti delle lavorazioni intermedie, che comprendono la tintura, che può avvenire già sul fiocco, la sua trasformazione in filato e le successive fasi di tessitura o maglieria. A queste attività, seguono quelle di nobilitazione, la stampa e il finissaggio, che conferiscono al tessuto le sue caratteristiche finali (colore, morbidezza, impermeabilità). Infine, si arriva al comparto dell’abbigliamento e della confezione, dove i tessuti vengono trasformati in capi d’abbigliamento o in altri prodotti finiti, come biancheria per la casa, tessuti tecnici, arredi. In questo grande comparto, si distinguono ulteriori sottocomparti quali le sartorie, i maglifici e le aziende di confezione che realizzano il prodotto finito.
    Come per il settore delle costruzioni, anche l’industria tessile e dell’abbigliamento possiede una classificazione molto articolata secondo la codifica ATECO 91, con un dettaglio di 40 voci specifiche per l’industria tessile pura e di 12 per l’industria delle confezioni e abbigliamento, ognuna delle quali identifica sottocomparti precisi e peculiari, come, per esempio, la fabbricazione di ricami o la confezione di cappelli.
    Focalizzando l’analisi unicamente sull’industria tessile, escludendo quindi l’ultima filiera della trasformazione dei tessuti in abbigliamento, e applicando lo stesso criterio valutativo adottato per il settore edile, si riscontra in parte lo stesso problema di classificazione dei casi.
    Dall’analisi dei dati ReNaM emerge che il 17% delle storie lavorative attribuite a questo settore (pari a 2.739) è stato classificato con il codice ATECO più generico tra le 40 voci disponibili (codice 17.00) (tabella S3). 

In pratica, quasi 1 storia lavorativa su 5 viene codificata in modo così ampio da risultare poco significativo per la definizione del profilo di rischio amianto, perché non si ha alcuna informazione su quale sia il comparto specifico all’interno dell’ampia e complessa attività economica del settore in cui il soggetto ha operato. Sebbene questo fenomeno sia meno evidente rispetto a quanto osservato per il settore edile, incide in modo significativo sulla capacità di identificare con precisione molte delle esposizioni. Questa criticità si accentua ulteriormente quando si considerano le storie lavorative classificate come “professionali certe”, dove la percentuale di casi associati allo stesso codice generico sale al 21,9% (tabella S3). 
Pertanto, anche nel settore dell’industria tessile, la difficoltà di identificare con certezza l’esposizione all’amianto, che si riflette anche nel numero consistente di casi classificati come esposti “professionali possibili”, deriva in parte dall’estrema varietà dei comparti che lo caratterizzano: la diversità nelle materie prime utilizzate, nei macchinari impiegati e nei processi produttivi determinano profili di rischio estremamente diversi lungo l’intera filiera.11,12
Soltanto un’attribuzione più accurata delle storie lavorative ai singoli comparti consente di distinguere le aree economiche dell’industria tessile con un preciso profilo del rischio amianto. Questo favorirebbe anche l’emersione dei singoli comparti, fornendo dati più affidabili e strumenti più solidi, in particolare per chi si occupa della successiva codifica delle attività produttive e delle mansioni.
Nell’industria tessile, l’amianto è stato impiegato nel ciclo produttivo principalmente nei sistemi frenanti13 dei macchinari, dai grandi impianti industriali ad alcune tipologie di semplici macchine da cucire. Nel tempo è stato possibile ricostruire quali macchinari contenessero MCA e in quale periodo fossero in uso. Tuttavia, l’elenco dei macchinari identificati risulta piuttosto limitato rispetto alla grande varietà di quelli utilizzati in questo settore, lasciando, quindi, ampio margine di incertezza sull’effettiva origine dell’esposizione per molti lavoratori. Inoltre, va considerato che i materiali da attrito utilizzati in molti macchinari tessili non generano livelli di abrasione paragonabili a quelli presenti in altri sistemi frenanti, come quelli degli autoveicoli, dove le forze in gioco sono radicalmente diverse. Questa differenza sostanziale rende più difficile attribuire un nesso causale tra l’insorgenza di mesotelioma e l’uso di questi macchinari anche quando si ipotizza che i sistemi frenanti siano stati in MCA. 
Occorre precisare che non rientra nel settore tessile considerato in questo documento la produzione di tessuti in fibra di amianto con alta percentuale di fibra, destinati alla produzione di DPI, tra cui tute, guanti, coperte, o di tessuti utilizzati per la realizzazione di guarnizioni realizzati come filotti, nastri, corde. Questa industria, legata alla lavorazione diretta dell’amianto, è peculiare e l’emersione delle esposizioni risulta molto più semplice e documentata.14 
La difficoltà nel ricostruire le eventuali esposizioni ad amianto nel settore tessile non risiede solo nella molteplicità delle lavorazioni che caratterizzano questo settore e nella scarsità di informazioni storiche disponibili, ma anche nel fatto che spesso si pone attenzione essenzialmente al ciclo produttivo, inteso come il complesso di macchinari, attrezzature e materie prime utilizzate, trascurando l’analisi dell’intero luogo di lavoro. Un esempio significativo riguarda la produzione di vapore, indispensabile per il funzionamento di numerosi impianti del settore tessile, in particolare nei comparti di filatura, lanifici, setifici, tintorie e lavanderie. In molti di questi stabilimenti, erano presenti grandi corpi caldaia e reti di condotte per la distribuzione del vapore, molto spesso coibentate con MCA in matrice friabile. Le vibrazioni e le condizioni operative contribuivano all’usura progressiva di questi materiali, favorendo la dispersione di fibre nell’ambiente di lavoro.
A conferma di quanto sopra, un articolo pubblicato recentemente15 ha documentato l’impiego di tonnellate di amianto in matrice friabile usato come coibente nelle tubazioni di una grande industria tessile della Lucchesia. Queste tubazioni, che distribuivano vapore e acqua calda, correvano lungo i soffitti dei grandi reparti produttivi e contribuivano verosimilmente a contaminare l’aerosol degli ambienti di lavoro anche in assenza di interventi di manutenzione: le condizioni di esercizio tipiche di questi reparti, quali la presenza di macchinari rumorosi e soggetti a vibrazioni, il movimento continuo di persone e materiali, la formazione di fumi e vapori, favorivano la microusura dei coibenti e la conseguente dispersione delle fibre. Questa indagine ha permesso di riclassificare più di una decina di casi di mesotelioma insorti in questa azienda classificati inizialmente con esposizione “professionale possibile”, per il solo fatto di aver lavorato nel settore tessile, a casi con esposizione “professionale certa”, mettendo in evidenza come le esposizioni derivassero non tanto dal processo produttivo, quanto dall’ambiente di lavoro contaminato. 
Nel settore tessile, inoltre, sono emerse altre ipotesi di esposizione, più difficili da verificare direttamente sul campo, quali l’impiego di fibra di juta, potenzialmente contaminata da amianto, proveniente da sacchi riciclati e utilizzati per il suo trasporto. Questo utilizzo è documentato in un lavoro pubblicato alla fine degli anni Ottanta.16 Altre possibili fonti di esposizione includono l’impiego di cartoni per imballare fibre organiche artificiali durante il trasporto marittimo e l’impiego di ramose nella finitura dei tessuti.17
In conclusione, il cluster di mesotelioma classificati con esposizione “professionale possibile” nel settore tessile potrebbe non dipendere unicamente dalla complessità e varietà dei comparti con un profilo di rischio amianto spesso poco definito o dalla carenza di documentazione storica: un elemento cruciale, e forse determinante, risiede probabilmente nel sottovalutare il contesto ambientale complessivo in cui operano queste aziende.

Differenze di genere nella ricostruzione dell’esposizione ad amianto

Le attività produttive che hanno impiegato amianto erano prevalentemente svolte da personale di sesso maschile, fatta eccezione per alcuni settori, come quello tessile e, in misura molto limitata, nel comparto del cemento-amianto. Questa distribuzione si riflette nella sensibile differenza di incidenza dei mesoteliomi registrati tra uomini e donne. Tuttavia, nel corso degli anni, è emersa anche una maggiore difficoltà nella ricostruzione dell’esposizione, in particolare per le donne.18
Dall’ultimo rapporto ReNaM emerge, infatti, che il 31,9% delle esposizioni ad amianto nelle donne risulta con classificazione “ignota”, mentre questa quota si riduce al 12,4% negli uomini.
Questa differenza può essere attribuita al fatto che il personale femminile è stato impiegato in settori dove sono più scarse le informazioni sulla presenza di amianto come, per esempio, quello sanitario o dei servizi, in particolare quello delle pulizie effettuabili in qualunque ambiente di lavoro o edifici, dove la mancanza di informazioni specifiche sulla presenza eventuale di MCA e la difficoltà nel reperire fonti documentali rendono più complessa la ricostruzione puntuale delle condizioni di esposizione (tabella S4). 
A queste considerazioni, si aggiunge un elemento di natura sociale: soprattutto nel passato, le donne hanno svolto attività lavorative saltuarie o non regolarmente contrattualizzate e questo rende più complesso il processo di ricostruzione completa della loro storia occupazionale. 
L’aggiornamento degli strumenti ha tenuto conto anche di questo aspetto, con una revisione accurata delle sezioni dedicate ai settori a maggior presenza femminile e l’introduzione di domande che hanno l’obiettivo di supportare l’intervistatore nella ricostruzione accurata non solo della storia professionale, ma anche di quella ambientale e paraoccupazionale, ambiti in cui si registra un numero consistente di casi di mesotelioma tra le donne.19,20

Il ruolo dell’intervistatore e l’importanza della qualità nella raccolta delle informazioni

Nel corso di questo documento, è stato più volte sottolineato quanto sia cruciale la fase di raccolta delle informazioni nel processo di ricostruzione dell’esposizione ad amianto. L’intervistatore rappresenta una figura chiave: la qualità dell’intervista, infatti, determina in larga misura l’affidabilità della ricostruzione dell’esposizione, sia in merito alla storia occupazionale sia a quella di vita in generale; di conseguenza, la corretta classificazione del caso di mesotelioma secondo le LLGG.
In questo contesto, il progetto SEPRA ha consentito la revisione e la realizzazione di un manuale operativo dedicato proprio a supportare gli intervistatori. Il manuale, insieme alla versione aggiornata del questionario ReNaM, si propone come strumento di aiuto per standardizzare le modalità di conduzione delle interviste, migliorando la capacità di indagine e garantendo omogeneità nella raccolta delle informazioni su tutto il territorio nazionale.
La ricostruzione dell’esposizione è un passaggio fondamentale e delicato, poiché ogni imprecisione nella raccolta delle informazioni può tradursi in una classificazione errata o incerta dell’esposizione. L’VIII Rapporto ReNaM ha messo in luce con chiarezza quanto il metodo di raccolta influenzi la qualità dei dati: nel 55,3% dei casi l’intervista è stata effettuata direttamente al paziente, nel 42% dei casi a un proxy, mentre il restante 2,7% si è basato solo su documentazione preesistente. 
Questi dati riportano un aspetto rilevante: poco più della metà dei casi viene intervistata direttamente e questo può ridurre la precisione della ricostruzione. Si osserva, infatti, una riduzione delle esposizioni classificate come certe e un conseguente incremento di quelle con un livello di definizione inferiore quando l’intervista è somministrata a un proxy, a conferma della maggiore complessità nella ricostruzione dell’esposizione in assenza di intervista diretta al caso (figura 1). L’intervista diretta, infatti, permette di ottenere un livello di dettaglio, precisione e attendibilità difficilmente raggiungibile attraverso un proxy. La criticità tende ad accentuarsi quando l’intervista viene condotta telefonicamente, modalità che limita la possibilità di instaurare un rapporto empatico tra intervistatore e paziente.

 

Superare questa criticità non è semplice, ma alcune azioni possono contribuire a migliorare la situazione. La tempestività nella segnalazione dei casi da parte delle strutture sanitarie rappresenta un fattore determinante: anticipare i tempi di comunicazione consente di contattare il paziente in una fase più precoce della malattia, quando le condizioni di salute permettono ancora un confronto diretto.
Gli intervistatori costituiscono un presidio essenziale per l’attività del Registro, ma il loro numero si è progressivamente ridotto nel tempo. Investire nella formazione e nell’ampliamento di queste risorse professionali è un passo indispensabile non solo per migliorare la qualità delle informazioni raccolte, ma anche per garantire uniformità e continuità nel processo di indagine.

Conclusione

I dati del ReNaM confermano che i casi di mesotelioma si sono spostati dai dai settori tradizionalmente noti per l'esposizione ad amianto a una vasta gamma di attività che nel passato registravano un’incidenza minore di quanto lo sia oggi. Questo cambiamento è dovuto al passaggio dall’uso dell’amianto come materia a quello relativo alla sua gestione in opera, rendendo, quindi, la ricostruzione dell’esposizione più complessa, in particolare quando le interviste vengono somministrate a proxy. È necessario dotarsi di strumenti che consentano di portare alla luce circostanze di esposizione anche in contesti inattesi e procedere a classificazioni il più possibile informative e puntuali. 
Il progetto SEPRA si è posto come l’azione cardine in questa direzione, avendo promosso la revisione e l’aggiornamento del questionario ReNaM e la realizzazione di un manuale operativo. Questi strumenti mirano a migliorare la capacità di indagine dell’intervistatore, facilitando una classificazione più precisa secondo i codici ATECO e l’individuazione sistematica delle esposizioni all’amianto in contesti occupazionali complessi.
L’efficacia di questo rinnovamento metodologico è inscindibile dal rafforzamento della rete di raccolta delle informazioni sul campo. È determinante investire nella formazione del personale e nella tempestività della segnalazione dei casi per garantire che i nuovi strumenti di indagine portino a una valutazione del rischio più mirata e accurata, essenziale per la tutela dei soggetti ammalati.

Conflitti di interesse dichiarati: Alessia Angelini è stata consulente del Giudice e per l'Accusa in Procedimenti Penali e Civili.

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