attualita
Epidemiol Prev 2017; 41 (5-6): 244-244
DOI: https://doi.org/10.19191/EP17.5-6.P244.082

EPICHANGE/1. Si fanno le indagini, e poi?

We conduct studies, and then?

  • Annibale Biggeri1,2

  1. Dipartimento di statistica, informatica, applicazioni “G. Parenti”, Università di Firenze; abiggeri@disia.unifi.it
  2. Società per l’epidemiologia e la prevenzione “Giulio A. Maccacaro”, impresa sociale srl, Milano

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In questo numero si pubblicano due articoli relativi all’indagine epidemiologica sull’area di Falconara. Una vicenda che pone alcuni interrogativi: qual è l’impatto della ricerca? Poteva essere diverso?
Se le implicazioni di sanità pubblica di questo studio sono chiare, le azioni conseguenti sono state poche. Un mancato raccordo potrebbe far pensare a un basso impatto della ricerca epidemiologica e portare a un senso di frustrazione e rabbia, ad atteggiamenti fatalistici e al disimpegno sociale o politico. Ma perché gli studi epidemiologici hanno un basso impatto?
La prima risposta è semplice: perché l’epidemiologia risponde solo ad alcune domande, in modo limitato e imperfetto. Le aspettative della popolazione sono molto più alte e implicitamente la ricerca epidemiologica è vista come un modo per rafforzare la richiesta di azioni di sanità pubblica o bonifica e risanamento ambientale. Ma l’epidemiologia non può soddisfare tutte le aspettative. La delusione deriva dal non aver adeguatamente comunicato questo aspetto limitato dell’indagine epidemiologica. E in anticipo, prima dell’avvio dello studio.
La seconda risposta riguarda le regole di ingaggio. Le azioni conseguenti alle implicazioni dello studio epidemiologico non possono essere intraprese dallo scienziato, ma sono responsabilità del committente istituzionale (Comune, Regione, Ministero dell’ambiente eccetera), cioè di chi ha promosso l’indagine. Si trovano spesso comunicati in cui si annuncia che si farà questo e quello, ma glissando il più possibile sulla comunicazione dei risultati – non si sa mai, ci potrebbero inchiodare per qualche mancanza passata e far perdere fiducia e consenso. Per ovviare a ciò, la strategia comunicativa corretta prevede che, prima di iniziare l’indagine epidemiologica, si tenga un evento pubblico con i committenti istituzionali, in cui si prospettano tutti i possibili risultati dell’indagine (un risultato negativo o ambiguo oppure ancora chiaramente indicativo di un danno ambientale) e che, per ogni scenario, i committenti siano chiamati pubblicamente, meglio per iscritto, a dire quali azioni metteranno in essere. Non è garanzia che si farà, ma così si è sicuri che è stato comunicato in anticipo alla popolazione dove si potrebbe andare a parare. In assenza di tale momento comunicativo, al momento della presentazione dei risultati dello studio, è ben difficile ottenere dichiarazioni pubbliche, se non generiche e che rimandino ad altri interlocutori.
Ci sono anche altre risposte, meno importanti a mio giudizio. Per esempio, l’incertezza che condiziona ogni indagine scientifica porta a utilizzare differenti strategie nel momento in cui si passa alla valutazione critica di un risultato epidemiologico. Accade quando, con conoscenze epidemiologiche incerte, data la piccola numerosità delle popolazioni esposte, si chiedono azioni di sanità pubblica: enfatizzare l’incertezza può ritardarne la messa in opera, negarla può servire per imporre alcune soluzioni a scapito di altre. In realtà, senza incertezza non c’è partecipazione né democrazia: esiste una sola argomentazione che vince su tutte le altre. Così con le implicazioni di un’indagine epidemiologica: è un punto di arrivo, ma anche l’inizio del dibattito pubblico sulle decisioni da prendere. Coinvolgono la vita delle persone singole e collettive. Servono molti punti di vista, non solo quello epidemiologico. Non c’è da stupirsi, quindi, se l’impatto della ricerca epidemiologica appare basso.

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