attualita
Epidemiol Prev 2017; 41 (2): 80-80
DOI: https://doi.org/10.19191/EP17.2.P80.023

Parole e cambiamento

  • Andrea Micheli1

  • Francesco Forastiere1

  1. Direttori di E&P

Riassunto:

In questo numero prende avvio Parole e cambiamento, una nuova sezione di E&P in cui esperti membri della Direzione scientifica presentano con altre parole alcuni contributi già ospitati nella rivista. Parole rivolte non solo ai ricercatori e agli scienziati, ma principalmente a chi – politici e cittadini – nella società si adopera per favorire modifiche nell’organizzazione sociale o nel comportamento individuale finalizzati alla promozione della salute. Perché è raggiungendo questo pubblico più ampio che l’epidemiologia, che in senso lato è la scienza medica delle popolazioni, può raggiungere lo scopo di essere produzione di conoscenza al reale servizio della prevenzione e del miglioramento dello stato di salute.


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DA QUESTO NUMERO DI E&P

Quando un’indagine epidemiologica può far danni
When an epidemiological survey may be damaging

Certo, se l’idraulico vi raccomanderà di cambiare il rubinetto e il gommista vi convincerà che ci vuole uno pneumatico nuovo, come volete che risponda l’epidemiologo alla domanda (dell’amministratore, del politico, del cittadino) «in caso di inquinamento ambientale è necessario iniziare un nuovo studio epidemiologico?». «Certo che sì! con investimenti adeguati, poliennale e di alto profilo scientifico!».

David Savitz, epidemiologo statunitense di grande esperienza, lo scorso novembre ha proposto sulla rivista Epidemiology un ragionamento semplice per suggerire che non sempre un’indagine epidemiologica è opportuna; anzi, spesso può essere dannosa. Dannosa? Sì, specie quando la nocività dell’esposizione è già nota e l’eventuale indagine non fa gli interessi delle persone colpite, ma ritarda l’azione preventiva e la rimozione dei fattori nocivi.

Ne parla in modo esteso l’editoriale di Magnani alle pagine 78-79 di questo numero di E&P. I fattori in discussione sono ovviamente molti: le conoscenze che già abbiamo, la fattibilità dell’indagine, la presenza di dati di esposizione adeguati, i tempi, la potenza dello studio, l’utilità dell’indagine nel guidare gli interventi di prevenzione o prevenire futuri episodi, le nuove conoscenze scientifiche che possono essere acquisite.

Questi elementi vanno considerati insieme alle conseguenze possibili, come il ritardo nell’avvio degli interventi necessari (per esempio, le bonifi che) o l’aumento della preoccupazione della popolazione in attesa dei risultati. Una responsabilità per l’epidemiologia spesso sottovalutata. Ovviamente, come dice Magnani nel suo intervento, non sempre questi studi sono usati per frenare l’azione e gli esempi del follow-up di Seveso o di Casale Monferrato sono emblematici di una “epidemiologia utile”. Ma il “sì, però...” di Magnani potrebbe essere un’assoluzione troppo rapida.

Allora che cosa deve fare l’epidemiologia nei casi in cui un’esposizione ambientale a una sostanza tossica (nota) ha colpito una popolazione o un gruppo di lavoratori? Savitz propone un’epidemiologia che si mette al servizio della sanità pubblica per un rapido health impact assessment. Un’attività nuova, con poche esperienze formative in Italia, che però appartiene più all’epidemiologia che alle scienze ambientali o alla tossicologia. Si tratta per gli epidemiologi di raccogliere dati sulla/e sostanza/e, stimare la popolazione esposta, caratterizzare l’esposizione nei sottogruppi suscettibili, e – sulla base delle evidenze scientifi che di letteratura – stimare il possibile danno sanitario (passato, presente e futuro) e i vantaggi, in caso di bonifi ca. Un’azione indispensabile prima di avventurarsi in un’indagine epidemiologica, che va accompagnata dall’indicazione di attuare una sorveglianza ambientale ed epidemiologica, per valutare nel tempo se in assenza/presenza di intervento l’esposizione (o il danno) diminuisce e l’incidenza degli eventi sanitari si modifica.

 

DALLO SCORSO NUMERO DI E&P (gennaio-febbraio 2017; 41(1): 61-67)

Ecco dove occorre essere più incisivi
A field to be deeper developed

Francesca Battisti e coll. nello scorso numero della rivista hanno pubblicato gli esiti di uno studio, «Stima dei decessi per tumori attribuibili a fattori di rischio comportamentali in Italia nel 2013», valutando gli effetti che raggiungeremmo in Italia se teoricamente riuscissimo a eliminare i fattori di rischio indicati nel progetto interministeriale “Guadagnare salute”, lanciato una decina di anni orsono, forse dimenticato.

Essi stimano, per esempio, che dei 175.603 decessi per tumore occorsi nel 2013 in Italia, plausibilmente più di 67.000 (38%, 46.000 uomini e 21.000 donne) erano attribuibili a comportamenti individuali rischiosi (fumo di tabacco, uso eccessivo di alcol, eccesso ponderale, alimentazione non salutare e inattività fi sica); percentuali queste oscillanti per entrambi i sessi tra 35,9% in Molise e Basilicata e 40,6% in Campania. Mediamente, il 34% dei decessi per tumore nei soli uomini era attribuibile al fumo di sigaretta, con un massimo in Campania (37,1%), mentre nel Lazio l’11,1% dei decessi per tumore nelle donne (il massimo in Italia) era attribuibile al fumo. La Regione Marche è quella con la più alta frazione di decessi per tumore causata da eccessi di rischio dietetico (la frazione è 8,1% tra le donne e 11,8% tra gli uomini).

Sollecitiamo i responsabili della sanità delle Regioni italiane a prendere visione dello studio di Battisti e coll. i cui risultati potrebbero essere utilizzati per valutare l’impatto sociale ed economico di politiche finalizzate a sostenere modifi che dei comportamenti individuali a rischio.

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