Epidemiologia&Prevenzione 2020, 44 (5-6) settembre-dicembre

Mascherine “chirurgiche” all’aperto: avviare un dibattito per ridiscutere le disposizioni attuali

Alberto Donzelli

Durante la pandemia da sindrome respiratoria acuta grave da Coronavirus-2 (SARS-CoV-2), organizzazioni internazionali, istituzioni ed esperti hanno dapprima raccomandato mascherine per la popolazione solo in sintomatici, ma oggi vari Paesi ne consigliano o impongono l’uso per tutti, anche all’aperto.
In Italia, vigeva l’obbligo in luoghi chiusi accessibili al pubblico, compresi mezzi di trasporto, e sempre se non si poteva garantire in modo continuativo la distanza di sicurezza. Varie Regioni hanno previsto obblighi ovunque fuori casa; ora l’obbligo è diventato nazionale.
Questo contributo analizza criticamente gli studi clinici randomizzati controllati (RCT) sull’efficacia delle mascherine chirurgiche nel prevenire infezioni respiratorie in contesti universitari residenziali e assembramenti all’aperto, con quesiti e risposte basate su ragionamenti ove possibile fondati su prove.
Si intende, poi, discutere se le prove a sostegno delle posizioni dell’Organizzazione mondiale della sanità siano adeguate rispetto a scelte più restrittive.
Si considerano effetti avversi sottovalutati dell’uso prolungato di mascherine in comunità e soprattutto all’aperto, non solo in chi fa attività fisica.
Vengono prese in esame anche alcune differenze tra SARS e Coronavirus Disease-19 (COVID-19) nell’impatto potenziale delle mascherine.
Infine, si propone di considerare le prove più valide disponibili, evitando usi prolungati/continuativi senza necessità di mascherine, soprattutto all’aperto, in attesa di altri RCT pragmatici che chiariscano in modo conclusivo il bilancio tra benefici attesi e possibili danni.


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