Epidemiologia&Prevenzione 2012, 36 (1) gennaio-febbraio

L'immaginario epidemiologico in Campania

Pietro Greco

Lo dimostrano chiaramente le interviste sull’immaginario epidemiologico raccolte nell’ambito del progetto Sebiorec: anche in Campania, anche al confine tra le province di Napoli e Caserta – dove il tema dei rifiuti e la devastazione del territorio assumono forme del tutto inusitate rispetto a ogni altra parte d’Europa – c’è una diffusa, forte, sacrosanta domanda di partecipazione alla gestione dell’ambiente e della salute. La richiesta impellente di democrazia ecologica deliberativa. Il bisogno urgente che venga soddisfatta quella costellazione di diritti emergenti nella «società della conoscenza» e nella «società del rischio» che qualcuno ha chiamato «diritti di cittadinanza scientifica». Questa domanda della popolazione campana, al netto delle specificità culturali locali, è del tutto simile a quella delle popolazioni di ogni altra regione d’Europa. Il contesto in cui questa domanda di partecipazione si esprime, però, è affatto differente. Non solo e non tanto per quel vero o presunto ordito sociale premoderno di natura familistica che in tutto il Mezzogiorno e in Campania si sostituirebbe a una moderna società civile.Ma anche e soprattutto per alcune cause strutturali che proviamo a elencare. La Campania è infatti una regione unica in Europa – per molti versi diversa anche dalle altre regioni del Mezzogiorno d’Italia – per il combinato disposto di almeno cinque fattori, peraltro non indipendenti tra loro.

  1. La presenza di una criminalità organizzata diffusa che, in molte zone, metropolitane e non, soprattutto tra le province di Napoli e Caserta, si fa antistato e fa del controllo illegale del territorio, nelle sue diverse dimensioni (militare,ma anche economico, sociale e persino culturale) una delle leve principali del suo potere e una delle fonti principali della sua ricchezza.
  2. Un’enorme disgregazione socioeconomica, resa ancora più acuta, nell’ultimo ventennio, da un processo di deindustrializzazione (fino all’inizio degli anni Novanta Napoli era la quinta città industriale d’Italia, oggi è un deserto in cui sopravvivono ben poche oasi produttive) che ha avuto pochi pari in Europa e che, a differenza di altre aree del Vecchio Continente che hanno visti chiudere le vecchie industrie manifatturiere, non ha visto realizzarsi alcun serio progetto di politica di riqualificazione e di ricostruzione del tessuto economico.
  3. Un’enorme densità demografica, che rende almeno una parte della Campania – in particolare l’area a cavallo tra le province di Napoli e Caserta – un’unica città “in-finita”, una megalopoli “in-terminata” in cui non c’è soluzione di continuità tra realtà urbana e realtà rurale; in cui si affastellano senza alcun ordine – senza più ordine, perché in passato, anche in un recente passato, quell’ordine in qualche modo esisteva – metropoli, paesi e campagne; case, capannoni, strade e terre coltivate; cemento, campi, discariche abusive e poi ancora cemento, in una condizione di caos e, spesso, di degrado che è, ancora una volta, pressoché unica in Europa.
  4. La presenza, contemporanea, di due grandi flussi migratori, l’uno in entrata (in genere di extracomunitari), l’altro in uscita (con un numero molto alto di migranti laureati), che si intrecciano in maniera a loro volta caotica e che contribuiscono ulteriormente a lacerare il già lacero tessuto sociale.
  5. Ultima,ma non ultima, la risposta autoritativa dello Stato che, nelle sue varie articolazioni, ora in maniera esplicita (attraverso leggi e decreti) ora in maniera implicita (attraverso il concreto operare o le omissioni delle burocrazie) inibisce di fatto e a ogni livello la domanda di partecipazione, di trasparenza e persino di semplice informazione. L’autoritarismo dello Stato e delle sue burocrazie è stato di recente solo scalfito dell’evoluzione della vicenda politica nazionale e locale.
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