Epidemiologia&Prevenzione 2020, 44 (5-6) settembre-dicembre Suppl. 2

Come la ricerca delle nuove terapie per la SARS-CoV-2 ha colpito la letteratura scientifica. È tempo per pensare a nuovi approcci?

Antonio Addis, Laura Amato

Tra i tanti stravolgimenti che la pandemia da Sars CoV-2 si porta dietro possiamo enumerare anche l’effetto devastante che ha avuto sull’editoria scientifica. Nell’immaginario collettivo le risposte terapeutiche e i progressi di cura per questa nuova pandemia sarebbero dovuti apparire prima in autorevoli riviste scientifiche per poi essere divulgate al pubblico. Invece, soprattutto nelle fasi iniziali, sono stati i comunicati stampa, le opinioni dei singoli esperti senza vaglio tra pari e gli studi non ancora pubblicati a dettare la linea. Il fenomeno ha convinto alcuni autori a coniare un nuovo termine: paperdemic.1 A marzo 2020 i risultati di un piccolo studio non randomizzato (26 pazienti trattati verso 16 controlli) è diventato il punto di riferimento mondiale per la scelta dell’idrossiclorochina come terapia standard per la cura del COVID-19, anche nelle fasi precoci e moderate dell’infezione virale, spesso in associazione con un antibiotico, l’azitromicina.2 Sulla base dei molti elementi critici e delle poche informazioni disponibili circa la qualità dei dati raccolti, lo studio sarebbe passato inosservato se un enorme battage mediatico e la ricerca spasmodica di una pronta soluzione di cura non avesse acceso l’interesse mondiale su questi dati del tutto preliminari. Le Agenzie regolatorie a questo punto sono state costrette a correre ai ripari per controllare l’imponente utilizzo off-label di questi e altri farmaci3 con cui in tutto il mondo si cercava di porre un freno all’epidemia.

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