pubblicazione
Epidemiol Prev 2009; 33 (6), novembre-dicembre

Epidemiologia&Prevenzione cover

In questo numero

di Benedetto Terracini

Ambedue gli editoriali stimolano il pensiero, apparentemente su due argomenti diversi: le informazioni fornite al pubblico nel corso dell’epidemia di influenza H1N1 e i prevedibili effetti sulla salute dei cambiamenti climatici. Ma un ampio denominatore comune ai due argomenti è quello della comunicazione fallita: nel primo caso, tra produttori di linee guida e operatori, nel secondo caso tra mondo della ricerca e parlamentari. I due episodi, e i due editoriali, dovrebbero indurre a qualche riflessione sulla capacità degli epidemiologi italiani a esprimersi. C’è da chiedersi quale fosse il razionale scientifico (ammesso che...

In questo numero

di Benedetto Terracini

Ambedue gli editoriali stimolano il pensiero, apparentemente su due argomenti diversi: le informazioni fornite al pubblico nel corso dell’epidemia di influenza H1N1 e i prevedibili effetti sulla salute dei cambiamenti climatici. Ma un ampio denominatore comune ai due argomenti è quello della comunicazione fallita: nel primo caso, tra produttori di linee guida e operatori, nel secondo caso tra mondo della ricerca e parlamentari. I due episodi, e i due editoriali, dovrebbero indurre a qualche riflessione sulla capacità degli epidemiologi italiani a esprimersi. C’è da chiedersi quale fosse il razionale scientifico (ammesso che ce ne sia uno) retrostante la mozione approvata nell’aprile scorso dal Senato della Repubblica, che privilegia – per fronteggiare i futuri effetti del clima – interventi di tipo adattativo rispetto ad azioni di mitigazione. Mutatis mutandis, la circostanza richiama la decisione (rivelatasi fallimentare) della «guerra al cancro», presa in sede politica da parte del presidente Nixon nel 1970. Se i nostri senatori non leggono il Lancet(vedi in questo numero pagine 201-203), forse avranno visto l’editoriale di Moisés Naìm (direttore di Foreign Policy) sul Sole-24 Ore del 13 dicembre, che confronta lo scetticismo sugli indizi scientifici dei futuri effetti del cambiamento climatico con quello artatamente espresso dall’industria del tabacco, mezzo secolo fa, sul senso dei primi indizi epidemiologici degli effetti devastanti della sigaretta. Effettivamente, i toni del revisionismo in tema di cambiamenti climatici (vedi anche La Stampadel 16 febbraio) sollecita un approfondimento delle retrostanti pressioni (scientifiche, ma forse anche economiche). Anche la lettera di Falco Accame (già presidente della Commissione difesa della Camera dei deputati a presidente della Anavafaf - Associazione nazionale assistenza vittime arruolate nelle forze armate e famiglie dei caduti) sollecita a mettere in prospettiva la missione dell’epidemiologia. Egli richiama il bisogno di conoscenza sulla nocività per i militari dell’ambiente che si viene a creare in certi fronti di guerra e in particolare sull’esposizione a uranio impoverito. Si ricorderà che quasi dieci anni fa una commissione ministeriale nota come Commissione Mandelli aveva condotto uno studio epidemiologico sui militari italiani reduci dalla guerra dei Balcani. Lo studio era affetto da gravi bias, ma aveva condotto all’inquietante osservazione di un eccesso di linfomi di Hodgkin. L’indagine non venne mai resa oggetto di una pubblicazione formale, e di conseguenza – a quanto ci consta – non è stata sottoposta a peer review. Epidemiologia e Prevenzione pubblicò il rapporto per esteso (Epidemiol Prev 2001; 25(3): 105-12). Anche gli autori del rapporto sottoscrissero la necessità che la ricerca continuasse (Epidemiol Prev2001; 25(4-5): 158). E’ deplorevole che ciò non sia avvenuto (o, se è avvenuto, non si sia ritenuto di rendere pubbliche le osservazioni). Due anni fa abbiamo pubblicato una rassegna degli studi epidemiologici effettuati in diversi Paesi sul rischio di tumori tra i militari della guerra del Golfo e delle missioni nei Balcani (Lagorio S et al., Epidemiol Prev 2008, 32:145-55): dallo studio non emergevano indizi di aumenti di tumore, ma veniva fatto notare che si trattava di coorti giovani seguite per un numero di anni inadeguato per escludere alcun rischio. A conclusione della rassegna, uno dei messaggi chiave era che «è raccomandabile la prosecuzione del follow-up delle coorti esaminate». Messaggio rimasto inascoltato, almeno per la coorte italiana. Ringraziamo Falco Accame per questa implicita tirata di orecchie all’epidemiologia italiana e ci auguriamo che la sua lettera catalizzi almeno l’auspicabile completamento dello studio italiano.   Raccomando caldamente la lettura del resoconto di Sir Thomas Oliver della sua visita, nel 1910, alle miniere di zolfo in Sicilia. E’ un modello del modo come le condizioni di vita e di lavoro della gente vanno raccontate. Interessante poi che la descrizione di Oliver sia stata resa nota alla comunità medica britannica attraverso il British Medical Journal, e non soltanto alla allora incipiente medicina del lavoro in Gran Bretagna. Quanto al contenuto (e alle foto), si tratta di condizioni di vita vigenti nel nostro Paese soltanto tre generazioni fa! Questo numero esce con il supplemento contenente il complesso degli studi EpiAir su inquinamento atmosferico e salute. Epidemiologia e Prevenzione tornerà presto sull’argomento, pubblicando anche stime del numero di vittime dello smog nel nostro Paese.

Benedetto Terracini

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