Medicina e lavoro

Intervento al convegno regionale del Partito socialista italiano
«Prevenzione e tutela della salute delle lavoratrici»[1]
Milano 19 maggio 1973

A volte i discorsi generali su temi come questo sono delle divagazioni e pertanto inutili e dannosi nella misura in cui fanno perdere tempo: qualche volta sono anche una necessità nella misura in cui possono aiutare a inserire delle problematiche specifiche e particolari in un quadro più generale che permetta di leggerne le motivazioni di fondo, che sono sempre motivazioni politiche.

Il tema “medicina e lavoro” di questo breve intervento io non lo intendo nel senso più consueto di “medicina del lavoro”, ma se mai di “lavoro della medicina” e cioè come lavora e qual è il senso politico di questa grossa macchina che è la medicina, e in particolare la medicina di una società a capitale più o meno maturo come la nostra.

Questa macchina, voglio dire, dalle apparenze assistenziali e soccorritrici e dalle sostanze gestionali e repressive. Forse il tema sarebbe stato più completo se avessimo aggiunto un terzo termine, cioè quello di “capitale”, per dire come si colloca la medicina tra lavoro e capitale.

In genere si pensa – e, interessante, la nostra controparte politica cerca di favorire questa tendenza – che la medicina stia da una parte e capitale e lavoro dall’altra: cioè che la medicina sia neutrale, equanime, al di sopra delle parti, fuori dallo scontro di classe. Si dice che “di fronte alla malattia e alla morte non ci sono più differenze” oppure che “quando ci spogliamo davanti al medico siamo tutti uguali” e così via. Ma non è vero.

Si dice e si cerca di far pensare che se fosse così, così sarebbe giusto. In verità giusto sarebbe che la medicina fosse da una precisa parte, cioè insieme al lavoro e contro il capitale; con lo sfruttato contro lo sfruttatore, con la classe oppressa di fronte a quella dominante.

Ma è vero proprio il contrario: la medicina non è né neutrale né dalla parte del lavoro, ma con il capitale contro il lavoro. Mi riferisco, naturalmente, alla medicina di società come la nostra, tuttora nel comando capitalistico e nell’egemonia borghese. Perché borghese e capitalistica è la medicina stessa di tali società. Questo che dico e di cui sono convinto, come ho detto e scritto più diffusamente in altre sedi, è vero della medicina, come è vero, più generalmente, della scienza.

Oggi la scienza (e la medicina borghese viene sempre più arricchendosi di contenuti e soprattutto di apparenze scientifiche) non è più al servizio dell’uomo; ma è l’uomo che è al servizio della medicina, che a sua volta è al servizio del capitale. Come può essere questo? Non è questo contrario all’immagine che in fondo noi abbiamo, e in particolare hanno coloro che partecipano all’atto sanitario come oggetti, come gestiti e mai come soggetti, come attori?

Su questo punto può valere la pena di capire qualche cosa in più. Nel pensiero comune, per esempio di un lavoratore, si pensa al mondo della scienza e al mondo del lavoro come due mondi molto lontani: due momenti del vivere sociale con scarso rapporto tra loro; cioè si pensa a un distacco tra scienza e lavoro paragonabile a quello che vi è, nell’esperienza quotidiana, tra la vita dello scienziato e la vita del lavoratore.

Il lavoratore pensa allo scienziato come a un uomo che ha un’altra cultura e un altro linguaggio, che vive in un altro mondo, che svolge un’altra attività che in genere viene supposta buona. Infatti, apparentemente è un’attività progressiva, che aggiunge conoscenze alle conoscenze, potenza a potenza, capacità a capacità, e che quindi rappresenta continuamente un avanzamento per i singoli e per tutti. Ora queste diversità di cultura, di mondo, di linguaggio, o per lo meno credute tali, fanno pensare allo scienziato come a qualcosa di diverso rispetto al lavoratore: cioè la scienza è altra cosa rispetto al lavoratore, essi non hanno momenti di contatto.

In realtà quello che sfugge spesso a noi stessi è che il tema fondamentale della scienza, nella società capitalistica, è proprio il lavoratore, soprattutto nel senso dell’“organizzazione scientifica del lavoro”. Questo è lo scopo fondamentale di tutta la scienza, se riveduta criticamente.

Parlo della scienza moderna borghese, che è cresciuta, e si è sviluppata ed è diventata una delle attività soverchianti della nostra società. Il suo scopo fondamentale è quello di organizzare lo sfruttamento del lavoro e in questo scopo sono solidali matematici, medici, psicologi, ingegneri, economisti, sociologi, e tutti quanti. Tutte le scienze, se viste nelle loro motivazioni fondamentali, convergono su questo obiettivo; infatti, la nostra scienza non è una scienza che si possa giudicare come valore assoluto, ma può stare anche per conto suo, anche se così se ne parla per mistificazione.

La nostra società è la società borghese, quella che è nata con l’inizio della rivoluzione industriale e che ha egemonizzato e ha servito l’egemonia della maggior parte delle forze produttive, economiche e sociali in questi due secoli. All’inizio, in effetti, fu una forza rivoluzionaria, quando servì ad abbattere il potere feudale e a creare il potere borghese, perché in quel momento si poneva effettivamente come contraddizione di un altro potere della società; ma oggi è diventata manifestamente e chiaramente una forza non più rivoluzionaria ma conservatrice, intesa allo sfruttamento del lavoro sociale per creare il capitale privato.

Che cosa significa allora “organizzazione scientifica del lavoro” per il riflesso che ha sulla medicina e sulla sanità in generale? Significa la soggettivazione e il comando del capitale rispetto all’oggettivazione e alla servitù dell’uomo. La più grande invenzione borghese è stata proprio questa: creare un luogo - la fabbrica - come laboratorio di ricerca, dove il capitale studia giorno per giorno ed esperimenta e prova continuamente (qui sono le vere “cavie umane”) i modi di estrazione del plusvalore, i modi di sfruttamento del lavoro sociale per il profitto del capitale privato. È un secolo e mezzo che si svolge un gigantesco esperimento giorno per giorno, momento per momento, che ha degli obiettivi ben precisi: saggiare i limiti della resistenza fisica e psichica della classe, trovare gli strumenti di prelievo della forza lavoro, spremere tutte le gocce possibili di pluslavoro per trasformarle in capitale. Ogni giorno, in ogni politecnico come in ogni fabbrica, si fa un esperimento di questo genere.

Non si può progettare una macchina senza progettare ogni volta un uomo nuovo. Il concetto di macchina parziale, che era così chiaro in Marx e che è tuttora valido, ci aiuta a capire come l’invenzione tecnica è sempre anche un’invenzione che ha come obiettivo l’uomo, e che lo immagina adatto, piegato, assorbito nel disegno stesso della produzione generale e della macchina in particolare.

Come in ogni politecnico, così in ogni fabbrica ogni giorno si compie un esperimento di questo genere: questo è il ruolo vero e profondo della scienza borghese. Ma anche la medicina è una scienza: anzi, la medicina moderna, da tempo è insistentemente presentata come “medicina scientifica”, attraverso varie sue manifestazioni quali l’industrializzazione del farmaco, la tecnicizzazione dei metodi, l’organizzazione dei servizi, l’automazione della gestione, tende sempre più a porsi in una razionalità scientifica, cioè a vantarsi e a dichiararsi sempre più come una vera scienza. Infatti, la medicina borghese non è diversa dalle altre scienze nella logica a cui si accennava; ma allora questa medicina con la quale facciamo i conti oggi, con la quale si scontrano le lotte della classe operaia e delle forze politiche che ne rappresentano l’autentica espressione e l’avanguardia, da quale esigenza è nata?

Questo tipo di medicina, che è quella che noi usiamo oggi, impariamo, insegniamo e pratichiamo, nasce agli albori della rivoluzione industriale, quando ancora le malattie dominanti a livello di massa, veri flagelli per le popolazioni, erano soprattutto rappresentate dalle malattie infettive, dovute ai parassiti, ai germi, ai virus che producevano pesti e calamità; vi era quindi qualcosa di imprevedibile, di selvaggio nel modo in cui la malattia si poneva in quei termini, cioè come causata da agenti naturali.

Vi era qualcosa di assolutamente rovinoso e insopportabile per ogni progettazione di investimento, di sviluppo e di profitto. Per questo la rivoluzione industriale e l’avvento dell’egemonia borghese hanno voluto dire un grande impegno, dal punto di vista tecnico e scientifico, della sanità, perché era impossibile programmare lo sviluppo del capitale accettando l’irrazionalità della malattia naturale.

Pasteur, tipico esempio di scienza medica nelle sue migliori e più celebrate manifestazioni, non era un medico; era un chimico dell’industria.

La logica era la stessa, lo scopo da raggiungere era il medesimo, cioè ridurre al programmabile, all’economicamente prevedibile e sviluppabile, tutta una serie di produttività, compresa anche quella dell’uomo: ovvero l’uomo, a sua volta, come prodotto. Quindi questa grande, enorme stagione della medicina, che va dai disinfettanti del secolo scorso agli antibiotici del secondo dopoguerra, avviene all’insegna di una contraddizione molto semplice: quella dell’uomo contro la natura. La malattia è vista come il flagello che viene dalla natura e che colpisce l’uomo. La medicina è quella che difende l’uomo contro il flagello naturale. Allora la collocazione del medico è molto chiara in questo contesto: il medico è “dalla parte dell’uomo” contro la natura e tutto ciò che lo minaccia; ma lo è soltanto nella misura in cui quella minaccia non investe solo l’uomo, ma un sistema produttivo; investe una nuova ipotesi di organizzazione e di sviluppo sociale ed economico.

Quando invece arriviamo alle società contemporanee, ad alto sviluppo industriale, la patologia di quel tipo viene relativamente scomparendo. I nostri figli non sanno più che cosa vogliano dire carbonchio, tifo nero, peste, colera e altre cose del genere. Un’altra patologia di oggi ci tormenta: sono malattie dovute non più a cause naturali, ma a cause umane, che derivano, cioè, dai modi di produzione, non dalla natura. Sono le malattie da usura, da lavoro, da modo di vita e di convivenza: sono i ritmi, la scomposizione del lavoro, l’inquinamento delle città, l’affollamento, la catena di montaggio, la pendolarità, la monotonia, la costrizione e l’alienazione.

Sono tutte queste cose che oggi logorano, sciupano, spengono la vita dell’uomo; quindi la contraddizione, in termini medici, non è più tra uomo e natura, ma tra l’uomo e un altro uomo, perché è l’altro uomo che ha creato tutte queste contraddizioni e in queste contraddizioni costringe a vivere il nostro uomo, il nostro compagno. Ma se la contraddizione è ora tra uomo e uomo, e non più tra uomo e natura, questo terzo uomo, che è il medico, da che parte sta? Non può dire soltanto di essere dalla parte dell’uomo, ma deve dire dalla parte di quale uomo: cioè se con il lavoratore o con il padrone.

Vedendo le cose da questo punto di vista, si può fare qualche chiarezza su quella che è la collocazione effettiva dell’atto sanitario, e quindi della prestazione medica nella società attuale, intesi e giudicati non come atti di individui singoli, ma come elementi strutturali della macchina sanitaria.

Si fa chiaro così che la medicina non è né neutrale, né benefica, a livello sociale, ma è uno strumento di gestione per conto del capitale, è un altro comando per conto del padrone. Anche il medico contribuisce a quella gestione, trasmette quel comando anche se soggettivamente non ne prende coscienza se non - nei casi migliori e ben rari - che con oscuro senso di contraddizione e di crisi. Eppure, per superare questa crisi, basterebbe che facesse il medico davvero: ma è proprio quello che non fa.

Basterebbe che sapesse conoscere le nostre malattie per quello che veramente sono: malattie globali, che investono tutto l’organismo, malattie psico-somatiche che hanno la loro autentica e più attendibile espressione nella soggettività del paziente, e non solo nell’oggettività del medico. Voglio dire che il medico è educato a ridurre il malato a oggetto, a corpo fatto di organi, a organi visti come macchine o parti di una macchina, che funzionano o non funzionano per quel che il medico constata, non per quel che il malato sente o dichiara. Così accade che il medico proceda a una vera e propria scomposizione del malato, così come si procede a quella di una macchina, e che ne vada in tal modo distrutta o negata o repressa la soggettività, che è verità della sofferenza e delle cause che la producono.

Il processo che educa il medico a operare questa scomposizione, lo scompone a sua volta perché possa convivere con la sua contraddizione. La nostra scuola medica lo porta sempre più a frantumarsi come medico parziale (il medico delle orecchie, il medico del fegato, dei reni ecc.), perdendo completamente la capacità di recuperare in sé l’unità necessaria a capire l’unità dell’uomo che ha di fronte e, quindi, l’unità delle cause che lo rendono malato.

Una manifestazione grottesca di tale tendenza è, tra le tante, il ricorso al laboratorio di analisi: non vi è ormai più nessuno che per la minima affezione non venga mandato a fare una decina di esami (del sangue, delle urine ecc.) da un medico che non sa bene perché le chiede, e, ottenuti i risultati, non saprà bene cosa vogliono dire. So di operai che, arrivati a un livello limite di sopportabilità del lavoro in fabbrica, una mattina hanno buttato una chiave inglese sul banco di lavoro e se ne sono andati senza tornare mai più neanche a ritirare l’ultima busta paga. Se voi aveste fermato all’uscita della fabbrica un operaio in queste condizioni e gli aveste fatto l’esame del sangue e delle urine non avreste trovato niente; però era un uomo disperato lo stesso. So che negli anni di maggior flusso migratorio dal sud verso il triangolo industriale una donna ogni 90 di quelle immigrate ha tentato il suicidio entro 6 mesi dall’arrivo a Milano, per la disperazione prodotta dall’impossibilità di qualsiasi inserimento sociale. Se voi aveste fermato quella donna, prima che si buttasse dalla finestra, per farle degli esami, non avreste trovato niente, ma era una donna che non riusciva più a vivere.

L’uso che si fa di questa riduzione della malattia al dato chimico, al fatto fisico, al segno obiettivo, è solo teso a distrarci dalla conoscenza delle cause reali; cause che non vengono più dalla natura, ma dal sistema. La verità che non si deve sapere e non si deve dire è che la classe operaia ha una grossa malattia che la investe tutta e che si chiama capitale; ma questa diagnosi non viene mai fatta, cioè si ricorre a qualsiasi altro tipo di diagnosi pur di tacere questa. Così come non si riesce più a curare.

In un recente dibattito a Pavia, un operaio ci chiedeva, con parole semplici e limpidissime: “Perché i medici non curano più? Perché le medicine non guariscono più?”. Aveva ragione. Il fatto è che le medicine non servono per queste malattie, e la classe operaia non deve lasciarsi imbottire di medicine che servono al padrone. Questo tipo di patologia non conosce cure, non vi sono cure adatte: vi è solo la prevenzione. Bisogna abolire le cause di queste malattie. Non si può costringere l’uomo a un ritmo di lavoro che gli genera l’ulcera, e poi dopo togliergli un pezzo di stomaco per dire che non ha più l’ulcera. Bisogna togliergli la catena di montaggio; bisogna toglierlo da quella situazione che produce l’ulcera e che lo porta fino a quel punto.

Non vi sono cure per questo, ma per non riconoscerlo si crea il mito del farmaco; questa ipertrofia mostruosa dell’uso del farmaco per cui quasi tutti gli individui prendono sei o sette medicine al giorno. Questa è una enorme truffa, in due modi:

1)    perché riduce ulteriormente l’uomo al servizio del capitale (in questo caso farmaceutico) che recupera un alto margine di profitto;

2)    perché ne ribadisce il servizio al capitale più grande (cioè non solo farmaceutico) in quanto tutti questi che consumiamo non sono medicamenti che guariscono, ma soltanto dei farmaci sintomatici, che servono a togliere il segnale d’allarme, a far tacere per un momento la voce della sofferenza che poi riemergerà e chiederà altri farmaci e altre dosi, mentre la malattia rimane e si aggrava. Sono dei tappi messi in un buco: lo strappo rimane.

Quello che si dovrebbe fare è la vera prevenzione. E qui bisognerà che la classe lavoratrice stia bene attenta ai messaggi che viene ricevendo su questo argomento, perché la vera prevenzione è soprattutto prevenzione primaria e non prevenzione secondaria. Noi usiamo questi due aggettivi in sede tecnico-scientifica per distinguere quella che è la ricerca e la rimozione delle cause da quella che è la diagnosi precoce degli effetti. Il problema non è quello di rincorrere una malattia sulla strada che la malattia ha già preso a percorrere, perché quando poi la malattia c’è, anche se è precocemente accertata è già in qualche modo accettata. Il problema è quello di impedire alla malattia di sopraggiungere e quindi quello di risalire veramente a monte per identificarne le cause profonde e rimuoverle. Questa è quella che noi chiamiamo medicina preventiva.

Ora io voglio concludere questa analisi qui appena abbozzata, ma approfondita altrove più ampiamente, dicendo che la struttura medica attuale appare per quello che è, cioè strumento di potere; essa sembra rivolta all’assistenza, ma in realtà è rivolta alla gestione della società, a una gestione per conto terzi, a una gestione per conto del capitale. Tipica è la medicina di fabbrica, medicina detta del lavoro, in realtà medicina per il datore di lavoro.

Tipico è l’ospedale psichiatrico, tipico il gerontocomio, l’istituto per handicappati, tutte le istituzioni sanitarie che sono essenzialmente istituzioni per l’esclusione.

Questo è vero dappertutto: in via Francesco Sforza, a Niguarda, in via Castelvetro, ovunque. Noi, con un gruppo di studenti, abbiamo fatto recentemente uno studio sui reparti pediatrici di dodici ospedali lombardi. Ci eravamo chiesti: che tipo di obiettivo ha un ospedale pediatrico? Esso è visto di solito come un luogo sereno e affettuoso, si pensa che dove c’è un bambino ci debba essere tenerezza; non certo la violenza o la miseria del manicomio o dell’ospizio. Volevamo rispondere alla domanda se la pratica di un ospedale pediatrico, che dovrebbe essere per definizione soccorritrice e donativa come poche altre, è fatta per ottimizzare la gestione del reparto come azienda o è fatta per ottimizzare l’assistenza del bambino come infermo; abbiamo sempre confermato la prima ipotesi. Del resto, in un’intervista, rilasciata il 13 marzo 1973 a “L’Espresso”, un avvocato torinese, noto come Giovanni Agnelli, diceva che dobbiamo ormai renderci conto che gli ospedali sono come le imprese, e come tali vanno gestiti; che non sono più i contenuti, ma i problemi di efficienza quelli che contano. Il capitale parla ormai chiaro su questi punti; avrebbe avuto timidezza a dire queste cose alcuni anni fa. Ora le dice con molta iattanza.

Concludo su questo punto, dell’assistenza del bambino, che coinvolge tutte le lavoratrici. Un bambino tra la fine del primo anno e il terzo anno di vita non può vivere la separazione dalla madre se non come abbandono, perché in una società fratturata e scomposta, come quella del capitale, il suo termine di riferimento è la madre, o chi ne ha il ruolo.

È l’altra immagine rispetto alla quale la sua cresce, e il suo io si sviluppa. Quindi, quando il bambino è posto improvvisamente in una situazione per lui incomprensibile, come quella del ricovero ospedaliero (ancorché dettato da una reale necessità), se viene isolato improvvisamente dalla madre e dalla famiglia, è del tutto smarrito e ne ricava delle cicatrici psicologiche molto profonde e durature. In realtà in quell’età non esiste il paziente madre o il paziente bambino: esiste un paziente complesso madre-bambino, che non dovrebbe essere dissociato. Allora qual è lo spazio che la madre ha nell’ospedale pediatrico? So di dire cose ovvie, perché quasi tutti voi avete avuto questa esperienza. Ebbene, la madre non ha nessuno spazio. L’orario di visita dovrebbe essere di 24 ore su 24 per favorire la madre lavoratrice, sia al mattino presto che la sera tardi, per dare anche a lei il modo di vedere suo figlio; invece questo orario è ristretto e fissato secondo la logica gestionale dell’ospedale.

Abbiamo visto qui a Milano, in tre ospedali su quattro, mezz’ora di visita al giorno nelle ore più pazze, cioè con una trascuratezza totale di quelle che sono le esigenze, non solo della madre, ma soprattutto del bambino, il quale entra poi in una serie di crisi, col risultato che la madre non può ristabilire con il figlio il rapporto di cui egli ha bisogno.

Quando noi facevamo domande su queste cose, ci rispondevano che sarebbe stato meglio abolire del tutto le visite delle madri. Ci hanno parlato delle madri meridionali che non capiscono niente, che dovrebbero consegnare il bambino e poi venirlo a prendere quando è guarito, così come si fa in un’officina dove si lascia un’automobile e poi si torna quando è riparata.

Ci hanno detto molte altre cose che abbiamo riferito in un libro che esce in questi giorni[2]. Ora, qual è il significato profondo di tutto ciò? Non è soltanto negligenza, grettezza d’animo; è la stessa situazione, lo stesso rapporto che intercorre tra l’operaio e la medicina: cioè in ogni malato vi è un corpo malato, ma vi è anche un soggetto, vale a dire vi è lui come uomo che totalizza la sua storia e la storia della sua classe, della sua famiglia.

L’operazione viene sempre compiuta in forma così riduttiva: è proprio la separazione tra il soggetto e l’oggetto, perché l’oggetto, il corpo, parla a nome di sé, mentre il soggetto parla a nome di tanti, parla a nome di una situazione di un quartiere, di una classe, di una fabbrica.

È proprio la negazione di una classe. Il medico, a questo punto, diventa il guastatore della classe operaia; è colui che cerca di strappare l’individuo dalla classe, che cerca di risolvere ogni rapporto con essa, di togliergli la storia, perché egli non sia più un portatore di storia, ma il portatore di una cronaca puramente personale; cioè diventi un caso perché poi diventi una cosa. Questo è dunque il senso della separazione della madre dal bambino all’interno dell’ospedale pediatrico. Il bambino è il paziente ideale: non ha esigenze, non fa domande; si può fargli qualsiasi cosa. Questo è una specie di modello a cui tenderebbe tutta la gestione ospedaliera: cosificare l’uomo, ridurlo a cosa così come è cosificato in fabbrica. L’ospedale cioè è la proiezione sanitaria della fabbrica; ne ha tutti gli aspetti caratteristici: la divisione del lavoro, la gerarchia, la separazione tra soggetto e oggetto. Mi rendo conto che tutto il mio intervento è fatto in segno negativo, mentre andrebbero fatti anche discorsi positivi. Un discorso sulla medicina si conclude soltanto con una diagnosi amara. Ma se posso dare anch’io una risposta al “che fare?”, che è poi la domanda di sempre, direi che ciò che è assente è la partecipazione, l’autogestione dei lavoratori. Sono i lavoratori che devono conquistarsi un posto decisionale anche nell’ambito della sanità. Il lavoratore deve riprendere in mano la sanità, perché essa, in definitiva, è sua.

 


[1]In Francesco Dambrosio, Elvira Badaracco e Mauro Buscaglia (a cura di), Donna, salute e lavoro, Mazzotta Editore, Milano 1975, pp. 25-39 (N.d.C.).

[2] Si veda James Robertson, Bambini in ospedale, Feltrinelli, Milano 1973, pp. XI-XL.