Epidemiologia&Prevenzione 2011, 35 (5-6) settembre-dicembre

L’accesso al Pronto Soccorso nella provincia di Reggio Emilia: un confronto tra la popolazione immigrata e italiana

Laura Bonvicini, Serena Broccoli, Stefania D'Angelo, Silvia Candela

Obiettivo: confrontare gli accessi di italiani e immigrati al PS nei sei ospedali della provincia di Reggio Emilia e monitorarne l’andamento, analizzando anche gli accessi potenzialmente inappropriati.
Setting e partecipanti: per gli anni 2007-2010 è stato analizzato il database gestionale di accesso ai PS della provincia di Reggio Emilia. Sono stati considerati italiani i residenti locali e i cittadini di Paesi a sviluppo avanzato (PSA) residenti nella provincia di Reggio Emilia e immigrati i cittadini residenti provenienti da Paesi a forte pressionemigratoria (PFPM).Gli immigrati temporaneamente presenti (STP) sono stati stimati considerando i soggetti con cittadinanza e residenza in un PFPM.
Principali misure di esito
: sono state analizzate le caratteristiche dell’accesso ai PS: codice urgenza di ammissione, causa, orario, giorno, mese,modalità di dimissione. Per il confronto tra italiani e immigrati sono stati calcolati gli RSPS e i relativi intervalli di confidenza al 95% (IC 95%), per adulti e bambini.
Risultati: tra il 2007 e il 2010 si sono registrati 562 658 accessi ai PS di italiani, 95 300 da parte della popolazione immigrata e 6 880 da STP. I tassi di accesso degli immigrati residenti sono maggiori rispetto a quelli degli italiani: nel 2010 l’RSPS è pari a 1,24 (IC 95% 1,22- 1,27) per gli uomini adulti e a 1,18 (IC 95% 1,15-1,20) per le donne adulte. Se si considerano solo gli accessi non urgenti (codice bianco) gli RSPS aumentano ulteriormente (RSPS uomini adulti: 1,65 IC 95% 1,58-1,72; RSPS donne adulte: 1,43 IC 95% 1,36-1,50). Nei bambini si registra un comportamento simile, con tassi di accesso inappropriato particolarmente elevati nel primo anno di vita (RSPS codice bianco 2,02, IC 95% 1,81-2,23).
Conclusioni: gli immigrati accedono al PS più degli italiani e con modalità meno appropriate. Il risultato è in linea con i dati di studi europei e sottolinea la necessità di strutturare l’offerta di prestazioni di base per intercettare i bisogni di salute degli immigrati.





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