Epidemiologia&Prevenzione 2021, 45 (1-2) gennaio-aprile

Epidemiologia e sorveglianza dell’epatite E in Italia: dati dalla sorveglianza SEIEVA 2007-2019

Maria Elena Tosti, Luigina Ferrigno, Annamaria Mele, Luisa Romanò, Daniel Fiacchini, Patrizia Bagnarelli, Carla Zotti, Maria Chironna, Rosa Prato, Maria Teresa Giordani, Marino Faccini, Anna Lamberti, Sabrina Senatore, Simonetta Crateri, Valeria Alfonsi, Gruppo di collaborazione SEIEVA

INTRODUZIONE: l’epatite E è una malattia diffusa in tutto il mondo, con livelli endemici variabili in base a fattori ecologici e socioeconomici. Nei Paesi in via di sviluppo, l’epatite E si manifesta generalmente attraverso epidemie estese che si diffondono attraverso acqua contaminata, mentre nelle regioni più sviluppate è sempre stata considerata una malattia sporadica e strettamente legata ai viaggi in quelle zone endemiche, soprattutto del Sud-Est asiatico. Negli ultimi anni, questa percezione sta cambiando a causa di un numero crescente di casi autoctoni notificati in molti Paesi europei
OBIETTIVI: descrivere il quadro epidemiologico dell’epatite E in Italia dal 2007 a oggi.
DISEGNO: studio descrittivo basato sulla casistica segnalata alla sorveglianza speciale delle epatiti virali acute (SEIEVA); studio analitico caso-controllo per lo studio dei fattori di rischio associati all’epatite E.
SETTING E PARTECIPANTI: casi di epatite E segnalati al SEIEVA negli anni 2007-2019.
PRINCIPALI MISURE DI OUTCOME: numero di casi notificati per anno, percentuali di casi esposti ai fattori di rischio noti, odds ratio.
RISULTATI: da gennaio 2007 a giugno 2019, sono stati notificati al SEIEVA 385 casi di epatite E. Il numero di casi annui è aumentato da 12 nel 2007 a 49 nel 2018, nel 2019 continua il trend crescente, con 39 casi osservati già nei primi 6 mesi dell’anno. La maggior parte dei casi è stata segnalata da regioni del Nord e del Centro, mentre solo un numero esiguo da regioni del Sud. In base ai dati SEIEVA, l’andamento delle notifiche di epatite E è cresciuto, almeno fino al 2018, conformemente con la maggiore propensione alla diagnosi di epatite E. Tuttavia, nel periodo in studio, solo il 46% dei casi sospetti è stato testato per rilevare la presenza degli anticorpi IgM anti-HEV, in misura significativamente minore al Sud rispetto al Centro-Nord (p<0,001). I casi notificati hanno un’età mediana di 48 anni (range: 5-87) e sono prevalentemente maschi (80%); il 32% è cittadino straniero, principalmente originario delle aree endemiche del Sud dell’Asia (Bangladesh, India e Pakistan). Il 72,5% dei casi sono autoctoni. Le analisi dei fattori di rischio e delle esposizioni confermano che il consumo di carne di maiale cruda o poco cotta, soprattutto salsicce, è la causa più comune di infezione (circa il 70% dei casi ne ha consumata) e significativamente associata al rischio (OR 3,0; IC95% 1,4-6,1) insieme al consumo di salsicce di cinghiale (40% dei casi, OR 4,6, non significatività statistica) e i viaggi in aree endemiche (31% dei casi, OR 3,2; IC95% 1,6-6,4).
CONCLUSIONI: l’epatite E può essere ormai considerata endemica anche nei Paesi industrializzati. In Italia, dal 2007 a oggi è stato osservato un numero crescente di casi segnalati. Tuttavia, l’impatto reale dell’infezione da HEV è ancora sottostimato a causa del numero limitato di centri clinici che eseguono test per la ricerca degli anticorpi IgM anti-HEV nei casi di epatite acuta. A partire da gennaio 2019, nell’ambito del SEIEVA, è stata avviata una sorveglianza ad hoc, inizialmente in via sperimentale in alcune ASL e Regioni, estesa a livello nazionale a partire da gennaio 2020. Gli obiettivi che hanno guidato l’adozione della sorveglianza sono stati la necessità di dimensionare il burden di malattia associato all’infezione da HEV, studiarne l’epidemiologia e aumentare la consapevolezza in merito a questa infezione tra gli operatori sanitari.

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