rubrica
Epidemiol Prev 2000; 24 (6): 282-283

World Trade Organization – O indietreggi o sprofondi!

World Trade Organizatio: shrink or sink!

  • Public  Citizen1

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Dopo che la società civile e gli attivisti provenienti da tutto il mondo hanno riportato l’anno scorso la vittoria di Seattle contro l’Organizzazione mondiale del commercio (WTO), la domanda che ci siamo posti tutti è stata “come possiamo andare avanti?”. L’anno scorso avevamo chiamato a raccolta con lo slogan “No New Round – Turn Around”. Il documento stilato per richiedere una moratoria su ulteriori trattative sugli investimenti e sul commercio con il WTO aveva ottenuto al momento della riunione di Seattle la firma di più di 1.500 gruppi. I rappresentanti di una grande varietà di campagne con forti radici locali provenienti da tutto il mondo, si sono incontrati nel marzo di quest’anno per individuare una strategia e discutere i passi successivi. Come tutti, eravamo desiderosi di trovare un modo per discutere “i passi successivi” con gli alleati internazionali. Quando abbiamo sentito che vari attivisti molto impegnati negli ultimi tre anni nelle campagne contro l’Accordo multilaterale degli investimenti (MAI) e il WTO stavano arrivando negli Stati Uniti da India, Canada, Malesia, Messico, Cile, Europa per varie altre riunioni concomitanti, ci siamo messi in contatto con altre persone di altri paesi (Filippine, Camerun, Ghana, Francia, Ecuador, Giappone, Nuova Zelanda) che sono stati attivi nelle campagne scorse, ma che, al contrario, non sarebbero stati presenti in quel momento negli Stati Uniti. Si è così tenuta una riunione strategica durante la quale è stato creato un nuovo documento comune con l’obiettivo di lanciare una campagna internazionale delle Organizzazioni non governative (NGO). Il documento è intitolato: “WTO – Shrink or sink! The Turn Around Agenda” (letteralmente “WTO – O indietreggi o sprofondi! L’agenda della svolta”, ndr). Come per la campagna internazionale felicemente riuscita lo scorso anno, la campagna “WTO - Shrink or sink” mira a comprendere i metodi e le problematiche di una varietà di organizzazioni e di reti. Essa offre una essenziale critica del WTO e del sistema di commercio governato dalle grandi aziende sotto al quale stiamo attualmente vivendo ed espone un insieme di richieste nei confronti dei nostri governi per la riduzione del potere e del campo d’azione del WTO.

Il documento

E’ tempo di dare una svolta al commercio. Nel novembre 1999, il terzo meeting ministeriale dell’Organizzazione mondiale del commercio a Seattle è fallito in modo spettacolare, di fronte a una protesta senza precedenti da parte di genti e governi di ogni parte del mondo. Noi crediamo che sia essenziale sfruttare questo momento come una opportunità per cambiare il corso degli eventi e sviluppare un sistema di commercio alternativo, umano, democraticamente responsabile e sostenibile, che dia benefici a tutti. Questo processo comporta una riduzione del potere e dell’autorità del WTO. Gli accordi siglati al termine dell’Uruguay Round e la nascita del WTO erano stati annunciati come mezzi per far aumentare il benessere e la prosperità globali e per promuovere l’innalzamento dei livelli di vita per tutti i popoli in tutti gli stati membri. In realtà il WTO ha contribuito alla concentrazione della ricchezza nelle mani di pochi, aumentando la povertà della maggioranza della popolazione del pianeta, specialmente nei paesi del terzo mondo e producendo modelli di produzione e consumo insostenibili. Il WTO e gli accordi GATT dell’Uruguay Round sono serviti principalmente per forzare l’apertura dei mercati a beneficio delle società transanzionali a danno delle economie locali e nazionali, di operai, agricoltori, popoli indigeni, donne e altri gruppi sociali, della salute e della sicurezza; dell’ambiente e del benessere del mondo animale. Inoltre, il sistema del WTO, le sue regole e procedure, sono antidemocratiche, non trasparenti e fatte in un modo che sfuggano alle responsabilità e hanno operato per emarginare la maggioranza della popolazione del pianeta. (...) Abbiamo bisogno di proteggere la diversità culturale, biologica, economica e sociale; di introdurre politiche favorevoli a un reale progresso per dare priorità alle economie e al commercio locale; di garantire diritti riconosciuti internazionalmente di tipo economico, culturale, sociale e lavorativo; di recuperare la sovranità dei popoli e processi decisionali democratici nazionali e sub-nazionali. Per fare tutto questo, abbiamo bisogno di nuove regole basate su principi democratici di controllo delle risorse, sulla sostenibilità ecologica, sull’equità, sulla cooperazione e su misure precauzionali. Alla luce di quanto sopra esposto, poniamo le seguenti richieste ai nostri governi:

■ No all’ampliamento del WTO. Ribadiamo la nostra opposizione ai continui tentativi di lanciare un nuovo round di trattative o di ampliare il WTO relativamente a nuovi temi quali gli investimenti, la concorrenza, gli appalti governativi, le biotecnologie e l’accelerazione della liberalizzazione delle tariffe.

■ WTO giù le mani! Proteggere i diritti sociali e le necessità di base. E’ fuori luogo e inaccettabile che i diritti sociali e le necessità di base subiscano limitazioni a causa delle regole dell’Organizzazione mondiale del commercio. Allo stesso modo gli accordi del WTO non devono applicarsi a problematiche critiche per il benessere degli esseri umani e del pianeta, come l’acqua, il cibo, i servizi sociali di base, la salute e la sicurezza e la protezione degli animali. Un uso inappropriato delle regole commerciali in tali settori ha già provocato le campagne sugli organismi geneticamente modificati, sulle foreste e sull’aggressività del marketing del tabacco.

■ Distruggere il GATS (Accordo generale sui servizi): proteggere i servizi sociali di base. In particolare, settori come la sanità, l’educazione, l’energia e altri ser-vizi di base non devono essere soggetti alle regole internazionali del libero commercio. Nell’accordo GATS, il principio di “progressiva liberalizzazione” e le implicazioni legate agli investimenti esteri hanno già provocato gravi problemi nel settore dei servizi.

■ Cancellare il TRIPS: restaurare un sistema nazionale di protezione dei brevetti. Chiediamo che l’accordo TRIPS (Accordo sui diritti di proprietà intellettuale relativi al commercio) sia eliminato dal campo d’azione del WTO. Non ci sono motivi per inserire il riconoscimento della proprietà intellettuale in un accordo sul commercio. Oltretutto, il TRIPS promuove il monopolio dei brevetti da parte delle società transnazionali, ostacola l’accesso a medicinali essenziali e ad altri beni, porta all’appropriazione da parte di privati di conoscenze comuni e di forme di vita, indebolisce la biodiversità e impedisce ai paesi più poveri di aumentare i livelli di benessere economico e sociale e di sviluppare le proprie capacità tecnologiche.

■ Nessun brevetto sulla vita. La brevettabilità delle forme viventi deve essere proibita in qualsiasi sistema politico nazionale e internazionale.

■ Il cibo è un diritto umano di base. Le misure prese per promuovere e proteggere la sicurezza e la sovranità alimentare, l’agricoltura di sussistenza, le pratiche di allevamento e l’agricoltura sostenibile, non devono sottostare alle regole internazionali del libero commercio. Devono essere proibiti i sussidi all’esportazione e altre forme di vendita sotto costo di prodotti agricoli, soprattutto se destinati ai paesi del terzo mondo. Il sistema del commercio non deve minare le condizioni di vita dei contadini, dei piccoli agricoltori, dei pescatori e dei popoli indigeni.

■ No alla liberalizzazione degli investimenti. L’accordo TRIPS del WTO (Accordo sulle misure per gli investimenti relativi al commercio) va cancellato. Tutti i paesi, soprattutto quelli del terzo mondo, devono avere il diritto di adottare scelte politiche (come politiche di carattere locale) per aumentare la capacità produttiva dei propri settori, specialmente per quanto riguarda le piccole e medie imprese. Ovviamente la revisione dell’accordo TRIMS non deve essere utilizzata come espediente per ampliare la tematica degli investimenti all’interno del WTO.

■ Commercio equo: trattamento speciale e differenziato. I paesi del terzo mondo hanno diritto a un trattamento speciale e differenziato, ampliato e applicato nel sistema di commercio mondiale. Questo significa tenere in considerazione la posizione di debolezza di questi paesi nel commercio internazionale. Senza un rafforzamento dei diritti al trattamento speciale e differenziato, questi paesi non potranno mai trarre benefici dal commercio mondiale.

■ Priorità agli accordi sui diritti sociali e sull’ambiente. Interventi attuati per realizzare accordi multilaterali relativi all’ambiente, alla sanità, allo sviluppo, ai diritti umani, alla sicurezza, ai diritti dei popoli indigeni, alla sicurezza alimentare, ai diritti delle donne, dei lavoratori e al benessere degli animali non possono essere contestati presso il WTO e indeboliti dal WTO stesso.

■ Democratizzare il sistema decisionale. I popoli devono avere il diritto di autodeterminazione e quello di conoscere e decidere circa gli impegni che li riguardano sul piano del commercio internazionale. Tra le altre cose, questo richiede che i processi decisionali e il rafforzamento della partecipazione presso gli organismi commerciali internazionali siano effettuati in modo democratico, trasparente e complessivo. Il WTO opera in un modo talmente reticente ed emarginante da escludere la maggior parte dei paesi del terzo mondo. E’ dominato da pochi potenti governi che agiscono in base agli interessi delle loro principali società transnazionali.

■ Mettere in discussione il sistema. Il sistema di risoluzione delle controversie del WTO è inaccettabile. Rafforza un sistema illegittimo di regole inique e opera con procedure non democratiche. Inoltre usurpa il ruolo legislativo delle nazioni e dei governi locali. Un sistema del commercio socialmente giusto richiederà cambiamenti anche al di fuori del WTO. Considerati gli attacchi ai diritti di base dei lavoratori da parte delle imprese multinazionali e dai governi, l’inversione ditendenza rispetto ai risultato delle lotte dei lavoratori, l’indebolimento della la sicurezza del lavoro, la rincorsa a salari sempre più bassi, è necessario rafforzare i diritti dei lavoratori in tutto il mondo. Allo stesso modo, il Fondo monetario internazionale, la Banca mondiale e le banche di sviluppo regionale devono cancellare il 100% dei debiti dei paesi poveri. L’uso ricattatorio dei piani di aggiustamento strutturale per forzare la liberalizzazione nei paesi del terzo mondo e altrove deve terminare. I governi devono negoziare, attraverso il sistema della Nazioni unite e in modo pienamente democratico, un accordo per assicurare comportamenti collettivi socialmente e ambientalmente responsabili, di cui devono rendere conto democraticamente.

■ Conclusioni e conseguenze. Ci impegniamo a costruire un sistema commerciale sostenibile, socialmente giusto e che renda conto democraticamente del proprio operato. Pertanto come primo passo chiediamo che i nostri governi realizzino quanto sopra riportato in modo da ridurre il potere e l’autorità del WTO e dare una svolta al commercio internazionale. Ci impegniamo a mobilitare la gente dei nostri paesi per questi obiettivi e per cambiare le ingiuste politiche del WTO. Ci impegniamo a sostenere altri popoli attraverso campagne internazionali di solidarietà. Ci impegniamo a diffondere lo spirito di Seattle in tutto il mondo.

Public Citizen – Protecting Health, Safety and democracy Since 1971

Fondata da Ralph Nader nel 1971, Public Citizen è un’associazione di consumatori statunitense, con sede a Washington. Valendosi del contributo di circa 150mila soci, esercita un controllo occhiuto su farmaci, pratiche mediche, consumi energetici, commercio e altri ambiti in relazione alla difesa del consumatore e dell’ambiente. Tra i vari gruppi attivi, segnaliamo lo HEALTH RESEARCH GROUP, molto attento alla sicurezza alimentare, farmaceutica e al fumo; e il GLOBAL TRADE WATCH, che si prefigge lo scopo di “educare il pubblico relativamente al grosso impatto del commercio internazionale sul nostro lavoro, la salute, l’ambiente e la trasparenza democratica delle istituzioni”. L’appello antiglobalizzazione e antiliberismo pubblicato in queste pagine è stato stilato da questa associazione, alla quale se ne sono associate molte altre, anche italiane, quali Aifo, Beati Costruttori di Pace, Bilanci di Giustizia, Campagna chiama l’Africa, Campagna dire mai al MAI, Campagna Globalizza-azione dei popoli, Centro Nuovo Modello di Sviluppo, CoCoRiCò, CTM Altromercato, Mani Tese, Nigrizia, Pax Christi, Riforma della Banca Mondiale, WWF. Nella contestazione del WTO, del Fondo monetario internazionale e delle altre istituzioni che incarnano lo spirtito della globalizzazione economica, questi gruppi italiani si sono federati nella cosiddetta Rete di Lilliput, di cui è attivo anche un sito internet (www.retelilliput.it).