rubrica
Epidemiol Prev 2000; 24 (5): 236-237

Verso la prima Conferenza nazionale per la salute mentale

Towards the first national conference for mental health

  • Ernesto  Muggia1

  1. Presidente dell’UNASAM, Unione nazionale delle associazioni per la salute mentale

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Oltre l’uno per cento della popolazione mondiale soffre oggi di una malattia mentale grave (schizofrenia o altra psicosi), mentre l’incidenza annua di nuovi casi è pari all’uno per diecimila. Anche in Italia i dati sono allarmanti: attualmente sono oltre seicentomila i malati (ma se a questi si aggiungono le famiglie che vivono il disagio, il numero delle persone coinvolte sale a due milioni), mentre sono oltre seimila all’anno i nuovi malati gravi. Si tratta di numeri impressionanti, spesso in gran parte ignorati. Nel nostro paese stiamo vivendo una fase di passaggio cruciale: la battaglia per la definitiva chiusura dei manicomi è durata oltre vent’anni e si sta concludendo vittoriosamente, anche se con risultati diseguali nelle diverse regioni della penisola. Il costo però è stato molto alto e si può descrivere come un lungo quasi-abbandono di un gran numero di malati gravi a se stessi o alle rispettive famiglie. Inoltre, molti giovani, nuovi malati, privi della necessaria presa in carico, sono diventati malati cronici. Anche se si sono aperti tanti nuovi servizi sul territorio e abbiamo buone leggi e buon personale, la psichiatria territoriale non decolla. A questo proposito, in un articolo pubblicato il 29 agosto di quest’anno sul Corriere della Sera, Giuliano Zincone ha scritto: «Per debellare queste degradazioni estreme, la cosiddetta legge Basaglia era indispensabile (…) Ma poi aboliti i manicomi luridi e antichi, sorgono nuove esigenze: centri di igiene mentale, assistenza domiciliare, luoghi d’accoglienza diurni e notturni, supporti terapeutici, occasioni di lavoro e di riabilitazione, iniziative che promuovono l’uso del tempo libero, il gioco, l’incontro. Se tutto questo non esiste, o non funziona, o non è sempre garantito, il rapporto con il malato di mente diventa un peso consegnato alle famiglie».

Le motivazioni che stanno alla base delle difficoltà incontrate dai servizi psichiatrici territoriali sono molteplici. Da un lato, la cultura medica dominante è ancora di tipo organicista, l’Università è ancora legata a modelli diagnostici e poco terapeutici, preparatissima in farmacologia, ma molto carente nel campo della riabilitazione psicosociale. Dall’altro, gran parte dell’inadeguatezza del sistema attuale è dovuta alla mancata applicazione delle leggi. Per cercare di superare questa situazione le associazioni dei familiari delle persone con disagio mentale chiedono l’attivazione immediata in tutto il paese del Progetto Obiettivo «Tutela della salute mentale 1998-2000», con relativo finanziamento non inferiore al 5% della spesa capitaria nazionale e sanzioni, fino al commissariamento, per le Regioni inadempienti.

Il Progetto Obiettivo prevede che si operi per la promozione della salute mentale nel corso dell’intero ciclo di vita dell’individuo, in favore della prevenzione primaria e secondaria dei disturbi mentali per la salvaguardia della salute mentale e della qualità della vita del nucleo familiare del paziente e per la riduzione dei suicidi. Nella progettazione delle attività messe in campo per contrastare la diffusione dei disturbi mentali, i servizi di salute devono dare priorità a interventi di prevenzione, cura e riabilitazione dei disturbi gravi. Le azioni più opportune per realizzare gli interventi sono l’attuazione da parte dei servizi di salute mentale di una prassi e di un atteggiamento non di attesa, ma mirati ad agire direttamente nel territorio (domicilio, scuola, luoghi di lavoro), in collaborazione con le associazioni di familiari e di volontariato, con i medici di base e con gli altri servizi sanitari. Occorre mettere a punto piani terapeutico- preventivi o riabilitativi, con assegnazione di responsabilità precise. In particolare, ogni azienda sanitaria deve istituire il Dipartimento di salute mentale (DSM), un organo di coordinamento che garantisca l’unitarietà e l’integrazione dei servizi psichiatrici di uno stesso territorio. Il DSM, grazie ai centri di salute mentale, ai centri diurni e alle strutture residenziali, deve promuovere l’attività di prevenzione primaria, assicurare la presa in carico dei pazienti più gravi, la continuità dell’assistenza, la promozione delle attività di miglioramento continuo di qualità e garantire gli interventi di urgenza ventiquattro ore su ventiquattro. Purtroppo, per ora, tutto questo è in gran parte sulla carta. Che fare allora? Come fare rispettare le leggi, come migliorare i servizi di salute mentale dotandoli delle strutture necessarie per preparare nuovi medici e operatori ben orientati verso un approccio globale ai disturbi della mente? La strada è in salita, ma a breve scadenza ci attende una tappa importante: si terrà a Roma il 10-12 gennaio 2001 la prima Conferenza nazionale per la promozione della salute mentale. La Conferenza nasce da una iniziativa delle associazioni dei familiari di cui l’Unione nazionale delle associazioni per la salute mentale (UNASAM) è capofila, svolgendo un ruolo di coordinamento fra le diverse realtà sparse sul territorio. Il novembre dello scorso anno, durante un incontro con l’allora ministro della Sanità Rosy Bindi, le associazioni avevano messo in primo piano i problemi correlati alla salute mentale in Italia. Fra gli impegni presi dal ministro in quella occasione vi era anche la convocazione della conferenza. L’incontro di Roma vedrà la partecipazione di rappresentanti al massimo livello del governo italiano ed europeo, e dell’Organizzazione mondiale della sanità. Daranno il loro contributo i più autorevoli esperti del settore, con interventi di medici, psichiatri, psicologi, sociologi e giuristi. Le questioni legate alla salute mentale saranno affrontate e discusse tenendo in considerazione le dimensioni reali del problema e senza pregiudizi; i media dovranno dare spazio e visibilità al dibattito, verranno presi impegni pubblici e stanziate le risorse necessarie.

Le istituzioni devono assumersi compiti precisi. Alla Presidenza del Consiglio chiediamo di realizzare in modo sistematico e continuativo efficaci campagne informative antistigma su tutti i mezzi di comunicazione. Da parte sua, il Ministero della sanità dovrà emanare gli atti di indirizzo e coordinamento riguardanti l’integrazione sociosanitaria. E ancora, i DSM dovranno adottare carte dei servizi e istituire organismi che prevedano la presenza delle associazioni scientifiche, dei familiari, del volontariato, dei gruppi di auto-aiuto. Non meno importante sarà l’effettiva integrazione tra i medici di base e i distretti sanitari, in modo da creare un fitto e costante collegamento. Per raggiungere almeno qualcuno di questi obiettivi occorre mobilitare l’opinione pubblica. Bisogna renderla più informata e consapevole. Occorre trovare il modo di coinvolgerla perché senza grandi movimenti d’opinione in Italia le situazioni non si sbloccano. Occorre diffondere cultura perché l’ignoranza, soprattutto in una materia delicata come questa, produce solo disastri. Ne sono un esempio il ricorso ancora frequente a maghi e a esorcisti per cercare di sconfiggere in qualche modo la malattia che ha colpito il congiunto. E per cercare di fare ancora più chiarezza bisogna abbattere i pregiudizi e i luoghi comuni che gravano sulla malattia mentale, su chi ne soffre e sulla sua famiglia, come abbiamo scritto nel libro Dal pregiudizio alla convivenza. Famiglia, scuola salute mentale, distribuito nelle scuole superiori della Lombardia. Quando c’è una sofferenza mentale il pregiudizio si accentua perché si tratta di una realtà scomoda. Così, ai tanti problemi della sofferenza si aggiunge anche quello del silenzio, che avvolge come una cappa chi si ammala e i suoi parenti. I pregiudizi più diffusi sono quattro: pericolosità e incomprensione, organicismo, incurabilità, superiorità delle cure private su quelle pubbliche. In realtà i dati statistici smentiscono e ribaltano il luogo comune del «matto violento »: aggressioni, lesioni e omicidi sono presenti in uguale misura nella popolazione cosiddetta normale e in quella dei pazienti psichiatrici. Superare il pregiudizio organicistico, invece, significa avere capito che la vita psichica, oltre che il riflesso del funzionamento di organi e tessuti del corpo, è lo specchio della storia di un individuo, di come ha vissuto, delle delusioni, delle gratificazioni, delle esperienze che hanno segnato, positivamente e negativamente, la sua esistenza. Fra tutti i pregiudizi l’incurabilità è il più terribile. Frasi quali «non c’è niente da fare, è matto» sono all’ordine del giorno. Si giudica la sofferenza mentale come un processo irreversibile, di non ritorno. I dati dell’Organizzazione mondiale della sanità, al contrario, sono confortanti e dimostrano che una presa in carico precoce e una terapia corretta sui diversi fronti (psicologico, farmacologico, lavorativo) producono oggi tra i pazienti schizofrenici un terzo di guarigioni complete, un terzo di guarigioni sociali (persone consapevoli della loro fragilità, ma in grado di vivere nella società) e un terzo di non guarigioni, di persone cioè che hanno bisogno di supporto per tutta la loro vita. Fra i fattori di ripresa principali, a detta dei malati che ora stanno meglio, il gradino più alto spetta alla «relazione», cioè al rapporto che si instaura con qualcuno in grado di accettare il malato così com’è, senza aspettative e senza seguire altri modelli diversi da sé. Purtroppo lo studio e la ricerca sui recovery factors (i fattori di ripresa) sono ancora trascurati dalle università italiane, ma questo aspetto sembra essere il più efficace. Una relazione nuova, liberata dagli agenti patogeni, fondata sull’accettazione, con cui ricostruire un percorso verso la normalità, un percorso della riabilitazione psicosociale: solo così il malato camminerà nella direzione dell’integrazione sociosanitaria. Lo scopo è il reinserimento nella società, dopo avere ricostruito i cardini della salute mentale: come diceva Sigmund Freud, una persona sta bene quando è in grado di amare e lavorare.

L’Unione nazionale delle associazioni per la salute mentale – UNASAM

L’Unione nazionale delle associazioni per la salute mentale (UNASAM) si è costituita nel 1993 attraverso un processo pluriennale di contatti, incontri e consultazioni democratiche fra un grande numero di associazioni locali, accomunate dal perseguimento degli stessi fini nel campo della sofferenza psichica. L’Unione si batte per il riconoscimento della dignità e dei diritti di base dei malati di mente e dei loro familiari; per un’assistenza adeguata sia nella fase di cronicità sia in quella di emergenza; per la riabilitazione psicosociale continuativa, cioè abitativa, lavorativa e con servizi di sostegno. Inoltre, fra gli obiettivi da raggiungere vi è la definitiva chiusura di tutti gli ospedali psichiatrici, pubblici e privati, attraverso un’opera di deistituzionalizzazione. Le nuove strutture residenziali dovranno essere piccole comunità protette adeguata alla gravità della malattia. E’ convinzione dell’associazione che il lavoro di prevenzione e di diagnosi precoce nel campo della salute mentale debba partire dalle scuole.

L'UNASAM vive di contribuzioni volontarie e raggruppa oltre un centinaio di associazioni con sede in tutte le regioni italiane. Fin dal suo esordio, l’Unione ha stabilito un collegamento con realtà straniere fra cui la Federazione mondiale per la salute mentale (WFMH) e l’Associazione mondiale per la riabilitazione psicosociale (WAPR).

Sede operativa: Istituzione «G. F. Minguzzi», via S. Isaia 90, 40123 Bologna, Tel. 051-524117, fax 051-521268.