rubrica
Epidemiol Prev 2012; 36 (3-4): 215-216

Negazionismo: il riscaldamento globale e altri scettici

Negationism: global warming and other skeptics

  • Paolo Vineis1

  1. Centre for Environment and Health, School of Public Health Imperial College London
Redazione E&P -

Come ben documentato dal libro di Oreskes e  Conway,1 esistono diversi modi per gettare discredito su una tesi scientifica, uno dei quali è sollevare costanti dubbi sulla credibilità delle prove (tanto è vero che il titolo è Merchants of doubt). Affiancare a prove a favore della tesi apparenti prove a suo sfavore è un modo comune per seminare dubbi e dividere l’opinione pubblica: è stato fatto storicamente per il fumo attivo e poi per quello passivo, per le piogge acide, per l’ozono, per i pesticidi e recentemente per il riscaldamento globale. Come mostrato nel libro, spesso gli scienziati coinvolti nello smontare le prove sono gli stessi, impegnati su argomenti molto disparati.Immagine

Uno degli ultimi attacchi alla tesi del riscaldamento globale è avvenuto il 27 gennaio 2012 sulle colonne del Wall Street Journal, in un appello firmato da 16 scienziati e intitolato «Nessun motivo per essere presi dal panico per il riscaldamento globale». Ai sei punti principali sollevati dai critici ha rispostoWilliam Nordhaus, un economista di Yale che ha dedicato anni allo studio del cambiamento climatico. Merita qui un riassunto delle sue argomentazioni.2

  1. Il primo argomento dei critici è che il pianeta non si sta riscaldando, e in particolare non si è riscaldato negli ultimi dieci anni. La contro-argomentazione di Nordhaus è che i critici:
    1. guardano solo alle fluttuazioni di breve periodo e non al periodo intercorso dal 1920 ad oggi, nel corso del quale la temperatura è aumentata di più di 0,8 gradi centigradi;
    2. scegliendo gli ultimi dieci anni ricadono in una zona di ampie fluttuazioni casuali il cui trend generale, tuttavia, segue quello degli anni precedenti.
  2. Il riscaldamento sarebbe inferiore a quanto predetto dai modelli. La risposta è che un numero elevatissimo di modellisti ha ricreato diverse condizioni di partenza, introdotto vari generi di assunzioni, saggiato la sensibilità dei modelli a queste assunzioni eccetera, e i risultati ottenuti sono stati sempre gli stessi.
  3. Gli autori dell’articolo attaccano l’idea che la CO2 sia un polluente, poiché non è tossica per l’organismo umano alle concentrazioni abitualmente incontrate. E’ chiaro che questo argomento è del tutto strumentale, in quanto non si sta parlando degli effetti sull’uomo, ma di quelli sull’atmosfera.
  4. I sedici sostengono poi che i critici come loro vivono in un clima di caccia alle streghe ed esprimere il dissenso è pericoloso in termini di carriera e di sicurezza personale (propongono un’analogia con i genetisti russi sotto Stalin). Nordhaus argomenta che al contrario la cultura dominante nei media, che mira a spettacolarizzare il dissenso e i contrasti di opinione, dà ai dissidenti molto più spazio di quanto non meriterebbero sulla base della qualità delle loro argomentazioni.
  5. Un altro argomento, legato al precedente, è che gli scienziati a favore della tesi del cambiamento climatico godrebbero di benefici accademici e finanziari.
    Questo argomento diviene provocatorio se si pensa a tutte le energie e i soldi utilizzati per esempio dall’industria del tabacco per corrompere gli scienziati e produrre prove. Lo stesso è successo con il cambiamento climatico (si veda il libro citato).
  6. Infine, i sedici sostengono che l’economia sconsiglia di porre in atto politiche volte a ridurre il cambiamento climatico nei prossimi decenni. Nordhaus è un economista e non ha difficoltà a mostrare, come altri hanno fatto, che l’impatto negativo sull’economia di misure contro il riscaldamento globale sarebbe minimo, a fronte degli enormi benefici che ne deriverebbero (sembra quasi la scommessa di Pascal).

Qual è il maggior insegnamento che traggo da questa polemica? Credo sia l’importanza di ancorare i propri ragionamenti a un metodo rigoroso. Senza il metodo ogni tesi vale l’altra, in un regime di par condicio in cui tutti e nessuno hanno ragione. Un altro esempio recente di “revisionismo” è il tentativo di negare le conclusioni delle Monografie IARC sulla cancerogenicità delle sostanze chimiche come la diossina.3 Un osservatore distratto potrebbe dire: «Si tratta di due interpretazioni diverse e ugualmente legittime». In realtà le Monografie IARC hanno una storia quarantennale di applicazione di una metodologia solida e replicabile, e non può una singola rassegna pagata dall’industria scalfirne la credibilità (faccio riferimento al volume 100F delle Monografie,4 in cui i dati epidemiologici vengono integrati con le conoscenze sui meccanismi). Purtroppo le questioni di metodo non sono molto popolari presso i mass media.

BIBLIOGRAFIA

  1. Oreskes N, Conway EM. Merchants of doubt. New York, Bloomsbury, 2010.
  2. Nordhaus W. Why the global warming skeptics are wrong. New York Review of Books, 22 Marzo 2012.
  3. Boffetta P, Mundt KA, Adami HO, Cole P, Mandel JS. TCDD and cancer: a critical review of epidemiologic studies. Crit Rev Toxicol 2011;41(7):622-36. (Ricerca finanziata dallo American Chemistry Council).
  4. http://monographs.iarc. fr/ENG/Monographs/vol 100F/mono 100F-27.pdf

Immagine: Ju-hwan Lee, Seung-hoon Nam (Korea - South) / dal sito www.good50x70.org edizione 2009

Commenti

scienza e media

Il commento di Salvatori pone una questione importante. Dobbiamo evitare le spiegazioni semplicistiche, in cui tutto viene spiegato da qualche interesse, più o meno colluso. Gli interessi ci sono su questa come su tante altre questioni, ma il cui prodest penso ci nasconda la complessità della questione e ostacoli la capacità di intervenire. In ambito scientifico il caso Climate Change non è unico. Io mi occupo di mammografia e screening, altro tema oggetto di grandi controversia. Qualcosa di simile si è sviluppato sulle vaccinazioni, pensiamo alla polemica sull’autismo.
Il climate change con la modellistica che vi sta dietro è questione metodologicamente molto sofisticata e con assunzioni che richiedono scelte soggettive; nella sostanza a poter entrare con competenza nella tecnicalità del problema sono pochi nel mondo. Le posizioni del gruppo scientifico, che spesso è costituito da poche decine di persone nel mondo intero, divengono, per la rilevanza e l’emozione collegata al tema oggetto di comunicazione, soprattutto nei media anglosassoni che sono, giustamente, molto sensibili alle questioni di scienza, la versione corrente. La comparsa di un punto di vista ‘competitivo’ è vissuta nel mondo mediatico come una grande opportunità, crea la discussione e la notizia; mette in crisi la visione divenuta main stream e apre un confronto aspro e sempre con grande visibilità mediatica. La questione dei metodi, della scientificità, della complessità va nello sfondo, rimane solo l’effetto talk show: fa presa chi contrasta una posizione che è considerata consolidata. Nello screening mammografico è successo qualcosa di simile. I ricercatori che si occupano da sempre di screening e hanno competenza metodologica sono considerati in conflitto di interesse, anche se in gran parte sono operatori di sanità pubblica, e ad essi si contrappongono ricercatori che hanno il favore dei media , come il British Medical Journal, molto influente. Di qui largo spazio a posizioni che si ritengono comunque utili per rompere l’unanimismo intorno a un tema e che fanno notizia. Il confronto metodologico è troppo complesso per questi media e quello che impatta e fa notizia è il crollo del mito e di ciò che è vissuto come imposizione dell’establishment.
La conversione di ricercatori che mentre alcuni pubblicano i manifesti anti climate change dimostrano la correttezza di posizioni che hanno contrastato sulla New York Review of books, seguito più recentemente da un altro esempio , meno chiaro ma comunque importante, sempre riportata sulla stessa rivista sta forse a dimostrare che, come in generale sta avvenendo nella nostra società, si sta uscendo dalle bolle mediatiche e ritornando a guardare ai dati, ai risultati degli studi, alla complessità dei metodi. Speranze? Forse, ma preferisco crederci. Comunque la questione sul rapporto tra complessità scientifica e media (scientifici e no) è tutta da studiare...

Negazionismo, Economist e Lomborg

Per anni ho letto l'Economist, rivista che per molti versi mi appare seria ma che, sui fenomeni climatici, si è sempre mostrata, stranamente, scettica.
Con un punto, però, a mio parere debole: per sostenere le sue tesi negazioniste in materia ambientale si rifaceva quasi sempre ed esclusivamente a pareri di Biorn Lomborg. Il quale, prima fu ambientalista convinto, poi divenne negazionista convinto- quello, appunto, cui ricorreva l'Economist - poi, pare ora, dubbioso convinto.
Questa fu una delle ragioni per cui smisi di leggere quella rivista. Anche se, pur proclamandosi una testata liberal, ebbe il coraggio di duchiarare Berlusconi "unfit" a governare un paese che vuole esser civile.
Cosa pensate dei comportamenti sia dell'Economist che di Lomborg?

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