rubrica
Epidemiol Prev 2013; 37 (4-5): 336-337

Il cambiamento climatico e l’agricoltura

Climate change and agriculture

  • Paolo Vineis1

  1. Centre for Environment and Health, School of Public Health, Imperial College, London
Redazione E&P -

NEI PAESI IN VIA DI SVILUPPO

Nel lavoro che stiamo conducendo in Bangladesh e di cui ho già riferito in questa sede (Epidemiol Prev 2011;35(1):53-4; Epidemiol Prev 2011;35(2):155-6) ci siamo resi conto che il cambiamento climatico può avere un impatto importante sull’agricoltura. Ancora un volta il Bangladesh è un laboratorio sperimentale. L’interesse per l’agricoltura è nato dalla constatazione che la popolazione di quel Paese ha carenze croniche di micronutrienti. Non solo questo predispone a diverse malattie, ma accentua gli effetti di una fonte cronica di intossicazione: l’esposizione ad alti livelli di arsenico nell’acqua. Un micronutriente importante, infatti, il selenio, contrasta gli effetti dell’arsenico attraverso il metabolismo epatico facilitandone l’eliminazione per via biliare. Il selenio ha notoriamente anche altre proprietà ed è un fattore protettivo nei confronti delle malattie cardiovascolari e delle alterazioni dello sviluppo neurologico. Dunque, una carenza di tale micronutriente può avere effetti multipli, particolarmente in un’area ad alta esposizione ad arsenico.

Ci sono vari meccanismi che possono spiegare la carenza di selenio nel suolo e nelle colture del Bangladesh, e un ulteriore impoverimento può essere dovuto al cambiamento climatico. La causa principale di impoverimento è la siccità che non solo riduce la disponibilità di cibo, ma anche la sua qualità, inclusa l’assunzione di microelementi dal suolo. La mappa mostra che le aree occidentali del Bangladesh soffrono di una siccità elevata che è andata accentuandosi negli anni. Sono queste le zone più a rischio di carenze nutritive che includono anche la carenza di selenio. Altre cause di carenze di micronutrienti (come lo zinco e il folato) sono le alluvioni frequenti (anch’esse accentuate dal cambiamento climatico), e verosimilmente anche la salinizzazione dell’acqua che si verifica lungo la costa. Quest’ultima è dovuta, per esempio, alle trombe d’aria provenienti dal mare che scaricano enormi quantità di acqua salata parecchi chilometri entro la costa. Sostanzialmente la salinizzazione inaridisce una vasta area costiera e rende difficile la coltivazione, in particolare del riso. Inoltre, le colture patiscono qualitativamente e si impoveriscono di micronutrienti.

E IN EUROPA?

Ma gli effetti del cambiamento climatico non sono limitati ai Paesi in via di sviluppo o a un caso limite come il Bangladesh. Una mia studentessa (Emma Grahame) ha scritto una rassegna sistematica sugli effetti della temperatura sulla coltivazione del riso, e ha trovato che in 15 studi che corrispondevano ai criteri di inclusione un aumento della temperatura produceva sistematicamente una diminuzione del raccolto di riso. Il quadro in realtà non è univoco, perché l’effetto della temperatura dipende sia dalla latitudine sia dell’altitudine. In Giappone, per esempio, è previsto un aumento del 27% del raccolto di riso nelle aree più montane, mentre in altre aree è prevista una diminuzione. In India le alte concentrazioni di CO2 possono facilitare la crescita del riso; invece, in aree in cui le temperature sono superiori a 23°C l’impatto del cambiamento climatico sarà negativo.

Ma anche l’agricoltura europea può essere affetta dal cambiamento del clima. Benché l’argomento sia stato negletto per anni, stanno ora emergendo diverse ipotesi. La prima riguarda la formazione di micotossine. Per esempio, cambiamenti di temperatura e umidità facilitano la diffusione della micidiale aflatossina, un potente cancerogeno prodotto da un fungo che contamina i cereali (principalmente in Africa e nel Sud-Est asiatico). Oppure, cambiamenti nel trasporto a lunga distanza di inquinanti atmosferici possono influire sulla concentrazione nel cibo di idrocarburi aromatici. Ancora, la proliferazione di alghe tossiche può portare alla produzione di ficotossine (phycotoxins) che si accumulano nei molluschi. Infine, i cambiamenti di temperatura e umidità possono facilitare la proliferazione di batteri nei cibi in modi che non sono ancora chiari.

Ovviamente, ci sarà molto da fare per gli epidemiologi nei prossimi anni.

PER APPROFONDIRE

Miraglia M, Marvin HJ, Kleter GA et al. Climate change and food safety: an emerging issue with special focus on Europe. Food Chem Toxicol 2009;47(5):1009-21.