rubrica
Epidemiol Prev 2017; 41 (1): 70-70
DOI: https://doi.org/10.19191/EP17.1.P070.016

Gli abiti da lavoro, la seconda pelle dei lavoratori

Workwear, the workers’second skin

  • Franco Carnevale1

  1. Medico del lavoro, Firenze
Redazione E&P -

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In Italia un abito da lavoro vero e proprio e, quindi, un’eventuale divisa di fabbrica nasce molto tardi e si afferma molto lentamente. Ma, una volta introdotto il concetto, si fa presto a passare a un abbigliamento con caratteristiche più dedicate, funzioni più evolute nel senso della protezione prima della cute, poi dei capelli, con le cuffie, del capo, e poi dei piedi, con zoccoli di legno. Dal punto di vista della protezione, vale la pena ricordare che cosa scriveva nel 1897 Revelli, perito chimico igienista del Municipio di Torino: «…l’operaio non deve mai andare sul lavoro con l’abito domestico, né portare in casa gli indumenti indossati nell’officina; ciò per impedire che il vestito diventi veicolo di principii nocivi dal laboratorio alla famiglia». E’ il caso di far notare come contrastata e inapplicata sia stata la prescrizione formulata dall’igienista di non portare e far lavare a casa gli abiti da lavoro sporchi, specie quelli di alcune industrie; si sarebbero, tra le altre cose, evitati quei mesoteliomi da amianto in mogli di lavoratori che ancora oggi compaiono nei registri di quella patologia e che non possono che essere correlati con l’esportazione, con gli abiti di lavoro, delle fibre minerali dall’azienda. D’altra parte, come succedeva in passato per gli attrezzi di lavoro in certe attività lavorative, gli abiti e anche i primi DPI (dispositivi di protezione individuale) erano a carico dell’operaio, per il quale risultava più economico farli pulire in famiglia. Interessanti anche alcune osservazioni formulate da Giuseppe Prezzolini nel 1921 quando, invitato da Gramsci a parlare ai lavoratori FIAT, si esprime così: «Una rivoluzione, oltre a mettere una classe al posto di un’altra, deve anche farsi portatrice di costumi diversi, addirittura “cambiar d’abito”, nel senso vero del termine». E continua ricordando che nel 1789, in Francia, si passa dalle culottes, inviso segno aristocratico, ai pantaloni: perché gli operai non avrebbero potuto fare della tuta il loro emblema?

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