pubblicazione
Epidemiol Prev 2013; 37 (2-3), marzo-giugno

Epidemiologia&Prevenzione cover

L’editoriale di Paolo Giorgi Rossi casca a fagiolo dopo la riunione di primavera dell’AIE dal titolo «Al cittadino far sapere…» (Bologna, 6-7 maggio 2013), infatti apre più di una porta nel campo della comunicazione tra gestori della salute pubblica (e loro “esperti”) e il mondo normale degli utenti del Servizio sanitario nazionale. Ottima la raccomandazione di evitare «lettere troppo dettagliate» ai fruitori delle attività di prevenzione (mi ha fatto venire in mente quanto prolissa sia talvolta l’informativa che accompagna la richiesta di consenso informato a partecipare a studi epidemiologici di popolazione). E’ innovativa la proposta di un balance sheet ed è utile l’esempio...

L’editoriale di Paolo Giorgi Rossi casca a fagiolo dopo la riunione di primavera dell’AIE dal titolo «Al cittadino far sapere…» (Bologna, 6-7 maggio 2013), infatti apre più di una porta nel campo della comunicazione tra gestori della salute pubblica (e loro “esperti”) e il mondo normale degli utenti del Servizio sanitario nazionale. Ottima la raccomandazione di evitare «lettere troppo dettagliate» ai fruitori delle attività di prevenzione (mi ha fatto venire in mente quanto prolissa sia talvolta l’informativa che accompagna la richiesta di consenso informato a partecipare a studi epidemiologici di popolazione). E’ innovativa la proposta di un balance sheet ed è utile l’esempio che viene fornito nella finestra dell’editoriale. Se il balance sheet è rivolto al pubblico generale, è giusto un range di stime effettuate in diversi contesti piuttosto che stime puntuali (è importante far passare l’idea che le misure di processo non sono strettamente estrapolabili da un contesto a un altro). Apprezzabile, infine, prendere le distanze da un atteggiamento troppo difensivo quando si comunica con la gente. Il difensivismo è comprensibile, per esempio, da parte degli oncologi medici quando mettono le mani avanti informando dei rischi di effetti collaterali della chemioterapia, ma non è tollerabile quando si tratta di prevenzione, perché in questo caso la comunicazione è rivolta ai sani (evitiamo l’errore di chiamarli pazienti, per piacere).

«Al cittadino far sapere…» include anche il cambio climatico. Io appartengo a quella quota consistente di esseri umani che sono preoccupati per il clima e le sue conseguenze e anche per l’indifferenza della politica sanitaria italiana in proposito. Condivido quindi completamente le sagge parole espresse da Paolo Vineis nella rubrica Cambiamenti di clima. Tuttavia – come ex direttore di questa rivista – mi permetto di dissentire dalla sua decisione di fermarsi a un certo punto nella critica all’autorità sanitaria perché «Epidemiologia&Prevenzione è una rivista scientifica». Ogni contributo scientifico è meglio compreso e ha più speranze di essere utilizzato proficuamente quando è corredato dai suoi innegabili e fortunatamente inevitabili satelliti metascientifici (le storie dell’amianto e del tabacco insegnano). Perché non proporre all’AIE – di cui la rivista è organo – una clamorosa discesa in campo sull’argomento?

Il contributo alla rubrica sull’epigenetica mi porta a raccomandare la lettura del rapporto EPA Social stressors and enviromental hazards interaction. Bene fa Maria Antonietta Stazi a mettere l’accento sull’interazione: è proprio questa una delle parole chiave a uso degli epidemiologi. La ricchissima produzione di analisi italiane sullo stato di salute nei residenti nei siti inquinati ha preso in considerazione gli indicatori socioeconomici come possibile confondente degli effetti delle esposizioni ambientali. Tra sporcizia e povertà, si preferisce – comprensibilmente – standardizzare per la seconda gli effetti della prima piuttosto che viceversa. Ora l’EPA e Maria Antonietta incoraggiano l’approfondimento delle reciproche modificazioni di effetto e questo mi sembra un importante passo in avanti. La cosa aumenta di interesse, poi, se gli effetti risultano spiegabili in termini epigenetici. A proposito di siti inquinati, ben vengano, ovviamente, le cautele interpretative e gli inviti ad approfondimenti espressi da Maurizio Portaluri e collaboratori.

La lettera di Linda Pasta et al. è toccante: dovrebbe stimolare approfondimenti – anche informali, anche sotto forma di case report – sui rischi a cui sono esposti gli immigrati in Italia, a partire dal momento in cui lasciano il paese d’origine.

Tutti interessanti, e fruibili, i sette articoli originali di questo numero, e di notevole importanza i due supplementi accompagnati da altrettanti editoriali.

Benedetto Terracini

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